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GIORNALE STORICO

DBLLA

LETTERATURA ITALIANA

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SUPPLEMENTO IV! 22-28

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Pena STORICO

DELLA

LETTERATURA ITALIANA

DIRETTO DA

VITTORIO CIAN

SUPPLEMENTO INI 22-28

TORINO Casa Hditrice

GIOVANNI CHIANTORE Successore ERMANNO LOESCHER

1924

693150

LETTERARIA

4

PROPRIETA

Torino Vincxxzo Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Principi.

GIOVANNI COTTA

Se v'ha tra i poeti veronesi del Rinascimento uno, che, dopo il Fracastoro, meriti le nostre attenzioni, questi è indubbiamente Giovanni Cotta. |

Vissuto a cavaliere di due secoli, egli ha i caratteri e dell’uno e dell'altro. Ad una soda cultura umanistica, frutto di pazienti. studi, accoppia un senso squisito del bello e, quel che è più, possiede un’ammirevole facoltà di ritrarlo con tocco personale. Imitatore sapiente e geniale, egli non segue già pedissequamente ì modelli che ha dinnanzi, ma coglie nel multiforme svolgersi delle vicende proprie, nel mondo ora piccolo ora vasto che gli sta dintorno, la materia del canto e la traduce con freschezza di colorito, modellando delle figure profondamente umane, ac- cendendosi al passar de’ fantasimi e degli ideali vissuti nel tur- binio di lotte e di vicissitudini. La sua opera poetica si stacca pertanto per questo aspetto di fresca originalità da quella let- teratura spicciola umanistica che, inspirata ad indirizzi preva- lentemente formali, languiva in una ricerca di frasi che, combinate abilmente come le pietruzze multicolori in un mosaico, dessero ai concetti ed ai sentimenti una veste classica. In lui non è già l'artificio, che modella dei versi eleganti, bensì l’anima riboccante di affetti e di entusiasmi, che trova la veste poetica adatta a riceverne le impressioni e le creazioni. In una parola egli è veramente un poeta.

Giornale storico Suppl. 29. 1

2 V. MISTRUZZI

Però, non ostante questo carattere, che non è comune ai ver- sificatori dell'età sua, non ostante che la critica in ogni secolo avesse dato alla sua opera quasi unanimemente il suo assenso, il Cotta era giunto coi suoi carmi a vedere gli albori del sec. XX pressochè sconosciuto. Noto da prima solo attraverso alle testi- monianze premesse dal Benini e dal Morelli alle loro edizioni e, più tardi, condotti su quelle, dai tentativi biografici del Giuliari e del Cristofori, egli s'era proiettato sino a noi con de” contorni scialbi e dei tratti lacunosi.

Tali lati manchevoli, che venivano di conseguenza a riflettersi sinistramente sui giudizìi più o meno autorevoli della critica specie quando si pensi che la produzione poetica del Cotta ha quasi sempre stretti contatti con la realtà della vita vissuta mi son proposto di colmare con questo studio, che però credo doveroso notarlo fin da principio non ha la pretesa di esser definitivo.

Alcuni periodi dell’esistenza del Poeta sono infatti ben lungi dall’esser chiari, molto valsero a diradar le nebbie le ricerche tentate di qua e di perchè la biografia almeno potesse uscirne completa. Da una parte il carattere stesso del Cotta, che mal s'appagava di lunghe dimore in un medesimo. luogo, veniva a mettere, con la vita avventurosa che ne fu la natural con- seguenza, un primo inciampo. Dall'altra l’opera dissolvitrice del tempo, coadiuvata dalla sciagura che imperversò sul poeta e, quel che è più, sulla sua produzione letteraria, accrebbe le difficoltà.

Tuttavia alcuni lati della multiforme attività dell’Umanista, prima oscuri, si vennero con le ricerche man mano chiarendo, la sua personalità artistica acquistando risalti maggiori e il giu- dizio sull’opera complessiva facendosi più completo. Per questo non credo che del tutto vana sia riuscita la mia fatica, anche se talvolta, per mancanza di meglio, sia dovuta limitare ad un uso più sistematico del materiale adoperato da altri (1).

(1) Quanto alla bibliografia, che trovasi accennata man mano nelle note, devo notare che non m'è riuscito di vedere un opuscolo relativo al Cotta a quanto pare, di poca o nulla importanza dei sigg. Zapolla e Tegon,

GIUVANNI COTTA 3

I. La nascita e i primi studiî.

Nacque Giovanni Cotta nella provincia di Verona (1), a Le- gnago (2), non però nel capoluogo, ma in uno dei piccoli contadi adiacenti, non ben precisato fino ad ora. Era nata infatti in questi ultimi tempi una certa discordanza nel giudizio degli studiosi circa il probabile luogo di nascita del poeta, chè alcuno indicava come tale Vangadizza, altri invece S. Maria del Porto, senza però che gli uni gli altri si riferissero a fonte o ad autorità alcuna che desse valore alle loro affermazioni (3). Ho voluto tentare se mi fosse stato possibile rintracciare qualche documento che decidesse in merito e le mie ricerche non si possono dire del tutto infruttuose. Nell'archivio parrocchiale di Vangadizza in due bri bapltizatorum, sebbene un po’ tardi, ho potuto trovare parecchi atti di battesimo a cui intervengono

citato. dal GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 11. Aggiungo di più che alle poesie del Cotta il dott. ALFio Anastasi (Catullo e l' Umanesimo, Acireale, Tipogr. editr. XX secolo, 1919, 41-53) ha dedicato di recente alcune osservazioni su- perficiali e non sempre esatte.

(1) Vedi tra l’altro: Pierio VaLeRIANO, De litteratorum infelicitate libri duo, Amstelodami, ap. Cornelium Joannis bibliopolam, 1647, lib. I, p. 59; B. ParrHENIO, Della imitazione poetica, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1555, 1. II, p. 37 e De poetica imitatione, libri quinque, Venetiis, apud Lud. Avancium, l. II, p. 56.

(2) P. Giovio, Élogia virorum, ecc., Basileae, Petrus Perna, 1575, L II, p. 107; M. Guazzo, Cronica ne la quale ordinatamente contiensi l'essere de gli uomini illustri antiqui et moderni, ecc., 1575, Venetia, Bindoni, p. 344; Jus civile Liniacensium, Venetiis, apud Nic. Tridentinum, 1555, in-4°, nella prefazione; OxnorrIo Panvinio; Antiquitates Veronensium, libri VIII, typis P. Frambotti, 1648, 1. VI, p. 162; G. M. Toscano, Pepli Italiae, ), II, p. 35.

(3) Fu il GiuLiari, Que aneddoti di G. Cottu, umanista veronese del se- colo XV (estr. dall’Arch. stor. ital., S. V, t. III, 1899, p. 3), a mettere in- nanzi il nome di Vangadizza conse patria del Cotta. L'altra opinione è di F. FLamini, Il Cinquecento, Milano, Vallardi, p. 540.

4 i V. MISTRUZZI

come padrini o come testimoni persone che portano il cognome e talvolta anche il nome del poeta (1), il che conferma la tra- dizione antica e sempre viva colà ed a Legnago (2) che proprio a Vangadizza da poveri contadini del luogo (3) sia nato Gio- vanni Cotta.

Nel precisare l’atto di nascita, nota nei biografi una certa discordanza, che trae la sua origine dalla diversità delle fonti a cui ciascuno attinse.

Infatti, mentre il Giovio (4) e il Guazzo (5) pongono la data di morte del Cotta al ventottesimo anno d’età senza riferirsi

(1) Eccone i più antichi:

a) 1571, sett. 23: « Antonius filius Baltesar de Maraston baptiz. fuit « per rev.îum Joannem Contellum.

« Jo Mattheus Cotta > CREGEREIOO « Rosa uror Anthonij Signorini « Baptizatorum liber ab anno 1560 n. n. ».

b) 1606, febbr. 7: Lucrezia, moglie di Lorenzo Cotta fa da madrina al battesimo di Francesco figlio di Zuane Cechino da Vangadizza.

c) 1608, genn. 25: « Comadre madona Orsolona, moglie di Zuane Cota » di Vangadizza fa da madrina al battesimo di Battista figlio di Zuane Feraro di Vangadizza.

d) 1615, sett. 23: Margherita figlia di Gerardo Cotta è madrina di An- tonio figlio di Tomaso Montin di Vangadizza.

e) 1617, febbr. 25: Lorenzo Cotta è presente come testimonio al batte- simo di Antonia figlia di Domenico dalle Canove di Vangadizza. Arch. Par- rocchiale di Vangadizza, Baptizatorum liber ab anno 1601.

(2) Un’eco abbastanza remota è nella Historia di Legnago di Fr. Peci- NALI, ms. presso il comune di Legnago, p. 78; e nel Ziscorso sopra Legnago, anno M. D. C. LIX, ms. 2018 presso la Bibl. Comunale di Verona, c. 51.

(3) L. GR. GiraLDI, Ze pocetis suorum temporum, nel 1. II delle sue opere, Lugduno-Batavae, p. 538: « humili loco natus »; P. Giovio, Op. e loc. cit.: «in agresti enim ore generosi spiritus indoles..... latitabat » e, ‘didem: « humili genere ortus »; M. Guazzo, Op. e loc. cit.: « di beni di fortuna « molto povero ». Leggo poi in un elogista posteriore, il TorRESANI, Elogia, vol. I, c. 74, ms. nell’Arch. Com. di Verona: « Fuere profecto C'ottae agri- « colae apud Leniacum Veronae districtus, ex quibus, veluti ex abiectissimo « fimento coruscans adamas, effulsit Joannes ille Cotta Orator et Poeta cele- « berrimus, qui doctissimis Jovii et Panvinii elogiis commendatur ».

(4) Op. e loc. cit.: « octo et viginti annorum iuvenis interiit ».

(5) Op. e loc. cit.

GIOVANNI COTTA 5

ad alcun termine cronologico, Bernardo Silvano (1) la assegna all'estate 1510, dicendola avvenuta al trentesimo anno.

Degli studiosi alcuni seguirono i due primi, altri il secondo partendo nel computo dal 1510 indicato dal Silvano; altri ancora si attennero ad una via intermedia. Per questo troviamo indicati come date di nascita il 1478 (2), il 1479 (3), il 1480 (4), il 1482 (5), il 1483 (6) e il 1485 (7). Quale di queste è la più probabile ?

Non esito a dichiararmi favorevole alla terza, che corrisponde perfettamente al pensiero di Bernardo Silvano. Amico costui e intimo del Cotta (8), scrivendone prima ancora che fosse trascorso un anno dalla morte, egli era in grado di conoscerne meglio che il Giovio l’età precisa. vale opporgli l’autorità di M. Guazzo, chè, quanto al Nostro, egli traduce quasi alla lettera l’elogista.

(1) Nei Prolegomena in ProLemari Geographiam, Venetiis, per Jacobum Pentium de Leuco, 1511, leggesi: « trigesimo aetatis anno, proxima aestate, « Viterbii decessit ». Lo scritto del Silvano porta la data 20 marzo 1511. La data 1510 collima anche con quella posta sotto il ritratto del Cotta, che si conserva nel Municipio di Legnago, molto antico se nel 1571 quel quadro era in condizioni tali da abbisognare d’essere restaurato. Cfr. JORANNIS COTTAE, ligniacensis, Carmina, Coloniae Venetorum, 1760, p. 3 e sg.; CamiLLo CEssi, Di Francesco Brusoni e dei suoi figli, in questo Giorn., Suppl. 2, p. 56 e sg. Il quadro è stato riprodotto da G. TrEcca, Legnago fino al sec. XX, Verona, Gurisatti, 1900, p. 105.

(2) GitLIaRI, Giovanni Cotta, nella Protomoteca Veronese edita da G., Sar- tori, Verona, 1881, p. 67.

(3) GruLIarI, Della letteratura veronese al cadere del sec. XV e delle sue opere a stampa, Bologna, 1870, p. 262.

(4) G. CristOFORI, Giov. Cotta umanista, Sassari, Azuni, 1890, p. x; F. FLA- mix, Op. cît., p. 119.

(5) GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 3; Sc. MarerI, Verona illustrata, Mi- lano, 1825, lib. IV, parte II, p. 376; G. ProsperiInI, Versi, nella prefazione alla versione poetica dei Carmi di Giovanni Cotta, Legnago, Marcati, 1905, p. 71 sgg.

(6) Sr. Grosso, Opere di Franc. Berni, « Biblioteca classica economica », Sonzogno, 1875, Lettera a E. Camerini, p. 215. . (7) G. ZaxeLLa, Dell’Accademia dell’Alviano in Pordenone, in Atti del

R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, S. VI, t. I, p. 987.

(8) Vedi i citati Prolegomena, dove B. SiLvano, parlando del Cotta, dice:

« unice illum amabam ».

6 V. MISTRUZZI

Il Giuliari (1), che ebbe di Giovanni Cotta una vera ammira- zione e che reiteratamente si occupò di lui e della sua opera, riferendosi ad uno scritto del Morelli (2), nomina altri due let- terati: Gian Stefano e Catelliano Cotta, che fiorivano in Lombardia con bella fama di poeti latini (3) e li dice fratelli del Nostro. Ma qui incorre in errore, perchè entrambi appartengono ad il- lustre famiglia novarese, forse a quella stessa, donde nel sec. XII era uscito quel Nicolò Cotta, che fu giudice a Verona e di cui è cenno nel Torresani (4). Notiamo però che non fu solo il Giuliari ad esser tratto in abbaglio. Molto tempo prima di lui Gerolamo Da Monte aveva confuso Giovanni con Gian Stefano facendone un unico personaggio e ne fu corretto dall’Argelati (5). Così non credo si possano in alcun modo collegare con la fa- miglia di Legnago gli altri due fratelli Lucio ed Innocente Cotta, d’età posteriore, appartenenti ad illustre famiglia milanese, messi in luce dal prof. Ghinzoni (6).

I primi anni di vita del nostro poeta non dovettero essere per nulla diversi da quelli degli altri giovinetti del contado di tutti i tempi, ed è probabile che il suo ingegno vivace rivelan- dosi e nelle ordinarie occupazioni e nell’apprendimento degli elementi primi che, data la vicinanza di Vangadizza a Legnago, poterono essergli impartiti nelle scuole, invogliasse i genitori ad indirizzare il giovinetto per la carriera degli studî. a costoro dovette destare grandi apprensioni il problema econo- mico, perchè a quei giorni Legnago non mancava di buone scuole

(1) Due aneddoti, ecc., cit., p. 9.

(2) J. MoreLLus, Bibliotheca manuscripta graeca et latina, Bassani, typis Remondinianis, t. I, p. 474 sgg.

(3) ArseLatI, Bibliotheca scriptorum mediolanensium, t. I, parte II, pp. 486 sg. e 483 sg.

(4) Eloqa, cit., p. 74.

(5) Op. cit., t. II, p. 488. Anche P. pe NoLnac, Les correspondants d' Alde Manuce, Rome, Imprimerie Vaticane, 1888, 65 n., incorse nello stesso errore, confondendo il poeta veronese con Catelliano Cotta.

(6) Vedi Arch. stor. lomb., &. XI, 1884, p. 305 e sg. e cfr. poi GIULIARI, Due aneddoti, p. 9.

GIOVANNI COTTA 7

e perchè la vicinanza di Vangadizza al capoluogo rendeva pos- sibile al giovane di attendere alla sua istruzione pur rimanendo in famiglia. Ed il carattere buono ed affettuoso di Giovanni Cotta, lodato dai biografi del tempo (1) ed ammirato ancor oggi nelle lettere e ne’ carmi, dovette concorrere a raccomandarlo.

Tutto questo nel campo delle ipotesi, perchè le fonti non ne parlano affatto e incominciano a fornire qualche notizia solo all’inizio degli studî umanistici.

Da parecchio tempo insegnava a Legnago Enrico Merlo (2), il quale, dopo aver errato, secondo il costume del secolo, di qua e di là, si era ridotto ad esercitare la professione nella cittadina natale. E tanta era la fama che s’era sparsa di lui, che non solo i conterranei accorrevano ad udirlo, ma altresì giovani d'altri paesi. Sotto il Merlo si vuole che il Cotta iniziasse gli studi (3), ma poco potè far tesoro di quell’insegnamento, perchè il buon vecchio moriva nel 1491 (4).

V'ha chi dice che, terminati gli studî in patria, si recasse a Verona a completarli. Quegli che l’affermò per primo fu il Giu-

(1) I.. Gr. GiraLpI, Op. e loc. cit.

(2) Fu anche chiamato Rigo (Enrico) Merulus. Il suo vero cognome era però Merlo, come rilevo da quella copia di « Parte presa nel Magnifico Con- « siglio di Legnago », che leggesi riprodotta dal Benini, Joannis Cottae, ecc., 1760, p.3 sg. di

(3) « Ad Henricum autem Merulum, senem optimum, et Musarum omnium « studia divinitus et foris erercentem, plurimi tam ex nostratibus, quam aliis, « ex longinquis locis adventantes, et velut ad nobilissimum emporium con- « fluentes, in marimos et eruditissimos viros evasere; qui quales fuerint, satis « superque declarat unus ille Joannes Cotta noster, qui omni liberali doctrina, « tum Graeca, tum Romana politissimus, in posi adeo excelluit, ut non « tantum sui temporis poetas superaverit, sed veteribus etiam conferri possit « ac debeat; quemadmodum carmina ab illometipso scripta et iamdiu vul- « gata testantur ». Dalla prefazione al Ius civile leniac., Venetiis, 1555, apud Nicolaum Tridentinum, in-4°.

(4) « Morì in quest'anno (1491) Henrico Merlo virtuosissimo e gran filo- « sofo, professore di belle lettere il quale in gioventù havendo peregrinato, « carico, et di gloria, et d'anni morì nella sua patria, et fu sepolto in S. Mar- « tino, davanti l’altare di S. Nicolò »; PecinaLI, Discorso sopra Legnago, ms. 2013 della Bibl. Com. di Verona, c. 50.

8 V. MISTRUZZI

liari (1), il quale, non vedendo forse come l’Umanista abbia po- tuto acquistare una conoscenza profonda non tanto delle disci- pline letterarie quanto delle matematiche a Legnago, avrà pen- sato ad un proseguimento degli studî in Verona, dove sapeva esistere a quel tempo un nucleo d’Università. E può darsi che il Giuliari abbia colto con questa sua ipotesi nel segno. Tuttavia noi, per mancanza assoluta di documenti, non possiamo dare all’affermazione del Giuliari alcun valore.

Ci fermeremo solo a notare che, come non è del tutto accet- tabile la notizia contenuta nella Prefazione all’/us civile Lenia- censium, che cioè il Cotta sia unicamente cresciuto alla scuola del Merlo, perchè quando costui venne a morire egli non contava più di dieci anni, così non è necessario pensare che egli abbia dovuto ricorrere a Verona per approfondire i suoi studi. risulta che a quel tempo, per una saggia disposizione del Co- mune (2), anche a Legnago le scuole erano particolarmente curate e non mancavano di buoni maestri. Può darsi quindi che il Cotta abbia continuato, dopo la morte del Merlo, a frequentare la cattedra istituita dal Comune, sotto la guida di un altro inse- gnante che ci è rimasto ignoto.

E difatti per trovare qualche notizia precisa sulla dimora del poeta in Verona bisogna affacciarsi alla soglia del secolo deci- mosesto, quand’egli, ultimata o quasi la sua cultura umanistica, essendo gia in fama di gentile cantore, si apprestava ad entrare trionfante in quella vita, che troppo presto dovea divenirglì matrigna.

Fin dai primi anni passati alla scuola del Merlo egli s’era sobbarcato ad una vita laboriosissima per trar largo profitto dai

(1) Due aneddoti, ecc., p. 3.

(2) Cfr. Ius civile leniacensium, ove al 1. I, c. 29, leggesi: « quando « Communitati... placuerit, fiat electio unius optimi magistri, qui et bonis lit- « teris et optimis moribus ornatus teneatur publice interpretari et docere

« gramaticam et rhetoricam pro beneficio iuventutis et terrae nostre », c. 81. Vedi Cessi, l. c.

GIOVANNI COTTA | 9

suoi studi. Si era dato a volgere i classici latini che greci, acquistandone larga copia di erudizione (1) ed affinando in pari tempo il naturale gusto artistico. Questo pazientissimo lavoro di lettura dei testi lo aveva messo in grado di preparare per le stampe all’età di vent'anni le Annotazioni a Properzio, che avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 nella stamperia di Giovanni di Tridino.

Or la fama della sua cultura, veramente superiore per un giovane di quell’età, destò l'ammirazione di molti, veronesi o no, che lo conobbero, tra i quali è da annoverare un colto pa- trizio veneziano, che, già chiaro per belle opere storiche, era stato inviato dalla Signoria di Venezia ad esercitare in Verona l'ufficio di Camerlengo, Marin Sanudo (2). Vi giungeva egli verso i primi di aprile del 1501 e per le stimabili doti rivelatesi subito nell'esercizio del suo incarico e per la fama già diffusa del suo ingegno e della sua infaticabile laboriosità, si rendeva fin dai primi giorni caro alla cittadinanza e in modo speciale ai dotti, che in breve correr di tempo si trovarono tutti raccolti in- torno a lul. . |

Uno degli intimi era il Cotta, il quale s'era talmente cattivata la simpatia del patrizio veneto che, dovendosi allontanare per qualche tempo, era avvenuta tra i due scambievole promessa di visite a Verona e a Legnago (3). Intanto l'amicizia era tenuta desta da frequenti lettere, delle quali è stata conservata sol- tanto quella del 7 agosto 1501.

Dalla lettera si rileva come la dimestichezza tra il Legnaghese e il Sanudo fosse già tanto viva da permettere al primo va- lersene per far recapitare scritti a Jacopo Antiquari e a Giorgio Corner.

(1) Paoro Giovio, Op. e loc. cit.j; Ius civile len., luogo citato.

(2) R. Mcrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, in questo Giiorn., Suppl. 1, pp. 145 e 148; e Due epigrammi e una lettera tne- dita di G. Cotta a M. Sanudo, in Ateneo veneto, XXIII (1900), 148 sgg.

(3) Lettera del Cotta al Sunudo, in appendice.

10 V. MISTRUZZI

Erano l’Antiquari e il Corner due ragguardevoli personaggi della migliore società perugina e veneziana. Di famiglia ricca di mezzi ed agiato di per sè, per i lauti proventi degli incarichi sostenuti, l’Antiquari era un protettore munifico di dotti e di poeti, amato e lodato dai più grandi letterati del tempo (1). Ad- detto dapprima alla Segreteria ducale di Milano sotto Galeazzo e Gian Galeazzo Sforza, v'era rimasto quale segretario titolare anche in seguito alla calata di Lodovico il Moro e la conquista francese del 1499 e vi si trovava ancora quando il Cotta scriveva al Sanudo pregandolo di fargli recapitare la sua lettera (2). Giorgio Corner era fratello della Regina di Cipro e capitano di Verona e trovavasi anch'egli a quel tempo in Milano, dove l’avea man- dato la Serenissima ad incontrarvi il Cardinale di Rohan (3). Al seguito del Corner erano amici del Sanudo, quali Matteo Rufo e Francesco Nursio Timideo (4), e il Camerlengo si valeva forse di essi per far recapitare all'uno e all’altro le lettere che il Legnaghese, probabilmente nella seconda metà del luglio, gli aveva spedite perchè ne curasse il sollecito invio.

Del 1501, 0, meglio, dell’anno dopo sono due epigrammi (5) del Cotta allo stesso Sanudo, composti l’uno per intessere le lodi dell’illustre amico, che, dopo aver condotto a compimento le Vite dei Dogi, s'apparecchiava a dettare la colossale opera dei Diari (6), l’altro per celebrare l’affetto per Verona addimostrato, come già in mille guise, nell'aver dato l’incarico ad un pittore di ritrargli in un quadro la città e i dintorni.

(1) G. B. VermisLIoLI, Memorie di Jacopo Antiquari, Perugia, Baduel, 1813.

(2) R. Mvrari, Due epigr., cit., p. 162.

(3) R. Mvrari, Due epigr., l. cit.

(4) R. Murari, Due epigr., 162; Ces. Pekrotri, Op. cit., p. 106 sgg. Vedi anche V. Rossi, Poesie storiche sulla spedizione di Carlo VIII in Italia, Venezia, 1887, p. 12, 3.

(5) Sono:

a) Magna quod innumeris implere volumina rebus

b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret.

(6) R. Murari, Due epigr., cit., p. 150.

GIOVANNI COTTA 11

Ed è questa l’ultima notizia che leghi il nome di G. Cotta alla sua città natale. Compiuto o almeno condotto a buon punto il lavoro preparatorio, essendo già in fama di dotto e di gentile poeta latino, bramoso di uscire dalla cerchia troppo ristretta in cui fino ad allora efa cresciuto, si affidò alla fortuna, prendendo il volo per altri luoghi, a cui il desiderio di gloria lo spingeva.

II. A Lodi e a Napoli.

Lo ritroviamo dopo non molto tempo a Lodi. Quivi erasi re- cata sposa una sua zia materna (1) ed egli, che, secondo l’uso invalso a que’ tempi, bramava portare il suo nome all’infuori de’ confini della terra, che l’avea visto nascere e'‘crescere negli studî, avea colto l’occasione che la fortuna gli presentava e l’avea seguita nella. nuova dimora. |

Non sappiamo di preciso quando ciò avvenisse, però non sarà fuor di luogo il fissarne approssimativamente la data agli ultimi mesi del 1502 o, tutt'al più, al principio dell'anno seguente. È probabile infatti che il Sanudo commettesse quel quadro, che diede l'occasione al citato epigramma in picluram urbis et agri veronensis, verso gli ultimi mesi del suo camerlengato a Verona, quando già, forse per notizie giuntegli da Venezia, pre- sentiva in qualche modo o s’aspettava prossimo il richiamo in .patria. D'altra parte, senza pensare a ciò, non ci si saprebbe | dare una spiegazione del plauso commosso che la commissione di quel quadro destò non solo nel Cotta, ma in tutti i poeti piccoli e mediocri che in quel tempo fiorivano presso alle rive dell’Adige e che si tradusse in numerosi carmi ed epigrammi,

(1) P. Giovio, loc. cit. « Aperuerat ludum Laudi Pompeiae, quod ibi nupta « erat eius matertera ».

12 V. MISTRUZZI

che poi il Sanudo per ricordo fece raccogliere in un bel codice da tenere con (1). Ora il Cotta per essere al corrente di simili inezie doveva trovarsi ancora a Legnago o a Verona, donde il Sanudo si allontanò solo in settembre (2).

Sappiamo, d’altra parte, da una sua lettera al Sannazaro in data 5 gennaio 1504 come egli, dopo essersi fermato a Lodi presso la zia, si fosse recato a Napoli per prender parte all’Ac- cademia pontaniana e come avesse per qualche tempo goduto della dimestichezza e famigliarità del Pontano (3). Ora, poichè costui era già morto nell'autunno 1503, egli dovette trovarsi a Napoli fin dall’estate, se non prima. Ma: perchè sappiamo per certo che in Lodi si trattenne per qualche tempo dedicandosi all'insegnamento, sarà lecito congetturare che vi si recasse qualche mese avanti e molto probabilmente sulla fine del 1502.

Breve fu adunque la sua permanenza a Lodi; giuntovi, aperse una scuola, di cui non è rimasta notizia nelle memorie e nei documenti lodigiani. Ma poichè la notizia del Giovio è confer- mata in parte dalla lettera del Cotta al Sannazaro, è lecito congetturarne che l’elogista dica bene anche per il resto.

A Lodì il Cotta conobbe Filippino Bononi (4), con il quale entrò presto in amicizia. Era il Bononi un fervido ammiratore di Jacopo Sannazaro e ne parlava volentieri e calorosamente nelle sue conversazioni col Cotta. Gliene fece anzi leggere l’ Arcadia ed il Nostro ne rimase veramente entusiasta.

Con l'ammirazione del Sannazaro, la cui maggior opera veniva allora per la prima volta gustata ed apprezzata, veniva innestandosi nell'animo del giovane umanista un desiderio vi- vissimo di cambiar penati e di portarsi in quella città dei canti e dell'amore, ch’era in quel tempo salita a gran fama. Ma quello che più d'ogni cosa lo chiamava alla lontana città, era il desi-

(1) R. Mcrari, Due epigr., loc. cit. (2) R. McrarI, Due epigr., p. 161. (3) Vedi la lettera in appendice.

(4) Lettera al Sannazaro, cit.

GIOVANNI COTTA 13

derio di conoscervi il Pontano (41), che esercitava sui giovani un vero fascino e le cui opere circolavano in parte manoscritte e in parte stampate, perchè in un volume uscito nel 1498 a Venezia per opera di Giorgio Merula, avevano veduto la luce dodici Nenie ed altrettanti Epigrammi (2). D'altronde la città, che allora l’ospitava, era ben lungi dal presentare quei requisiti, che per un umanista desideroso di salire presto verso i vertici, cui la consapevolezza del proprio valore e l'ambizione lo chia- mavano, erano tenuti indispensabili. Gli era necessario sopra tutto un centro letterario, dal quale la fama. della sua cultura e dei suoi carmi potesse espandersi rapidamente. E Lodi non faceva al caso.

Si decise pertanto e, dopo pochi mesi di permanenza nella città lombarda, chiuse la scuola senza più pensar di riaprirla e si parti alla volta di Napoli (3).

Era Napoli a quel tempo rinomatissima. L'Accademia di Gio- viano Pontano (4), frequentata dai migliori rappresentanti del- l’Umanesimo, era divenuta un centro letterario di primaria importanza e vi convenivano poeti e dotti d’ogni parte. A_ quel tempo il Pontano era già vecchio, ma gli anni non gli impe- divano di attendere oltre ‘alle sue numerose faccende anche a quell’istituzione, che egli aveva sempre curata con speciale affetto.

Quando Giovanni Cotta si aggiunse al bel numero (5), in breve

(1) « Et ego pontaniani tantum oraculi consulendi gratia, hanc in urbem « [Neapolim] profectus eram ». Così il Cotta nella lettera al Sannazaro.

(2) Il volume conteneva, oltre gli epigrammi e le nenie, gli opuscoli di Gregorio Tiferno, le elegie e le lettere di Francesco Ottavio e i 70 versi di Sulpicio. Fu impresso Venetiis, per Bernardinum Venetum, anno domini M.CCCC.XCVIII. Mensis Junii. die undecimo. La descrizione di esso, fatta dal Tafuri, è pubblicata a p. Lvini dell’Introduzione nel vol. I di BENEDETTO SoLpati, Joannis Joviani Pontani Carmina, Firenze, Barbera, 1902.

(3) P. Giovio, loc. cit.; M. Guazzo, Cronica, loc. cit.

(4) C. Minieri Riccio, Cenno storico delle Accademie fiorite nella citta di Napoli, in Arch. storico per le provincie napoletane, a. V, fasc. II, p. 355.

(5) C. Misieri Riccio, Op. cit., p. 364.

14 VW. MIBTRUZZI

correr di giorni era già carissimo al Pontano. Il maestro non tardò a concepir del discepolo giovanissimo le più belle spe- ranze e lo onorò di affetto particolare. Noi vediamo nella lettera più volte citata al Sannazaro come il nuovo Accademico andasse altero di codesta preferenza del maestro per lui. E non è da credere che nella presentazione che il Nostro fa tra le righe di stesso in quello scritto, l’asserita preferenza del Pontano sia una vana ostentazione del suo valore. Rilevo in una lettera di A. Galateo (1) a Crisostomo in quanta stima e ammirazione fosse tenuto il Cotta subito dopo la morte del maestro. Ivi sono annoverati gli Accademici più illustri rimasti, capaci di conti- nuare nei loro scritti la gloriosa tradizione del Panormita e tra essi in bella schiera con l’Acquaviva, il Sannazaro, il Carbone, l’Altilio, il Corvino, il Cariteo, il Gravina, il Summonte e qualche altro è, non ultimo, il Cotta.

Ma v’ha di più. Subito dopo la scomparsa del Pontano, un letterato di Napoli, Giano Anisio, componeva un’ecloga, Melisaeus, in cui, tra l’altro, chiamava il giovane poeta legnaghese a pian- gerne insieme la morte. Ora ecco che cosa l’Anisio esce a dire del Cotta: | I a

Aegile, ne vitio nimium nos esse moratos

appone: haec eadem mora vel tua seria praeter omnia, vel praeter vitam tibi grata fuisset.

Quas modo, quas lacrymas, quos cantus, Aegile, ab illo, illo, inquam, audivi nuper qui his appulit oris; non nosti, non fama tuas pervenit ad aures, viseret ut viridis Melisaeum in flore senectae? Pastorum columen quanti hunc Melisaeus habebat ! Et dixit quoties: Phoebi spes altera Cotta est! Cotta, tuo ingenio blandae arrisere Camoenae, nascentique tibi stillarunt dulcia mella

(1) ANTONII GALATEI, viri doctissimi, Epistolae selectae ex codice vaticano, edite dal card. A. Mar, in Spicilegium Romanum, t. VITI, p. 553, Romae, typis Collegii Urbani, M.DCCC.XLIT.

GIOVANNI COTTA 15

Cecropiae volucres: lauro tu dignus, et ara, et cui viventi pastores dona quotannis persolvamus, et inde Deum post Pana colamus (1).

E non fu soltanto il Pontano a circondare d’affetto il nuovo venuto, chè egli fu in breve circondato dalla simpatia di alcuni fra i più influenti, vecchi e giovani, e dell’Accademia e di fuori, come quel Francesco Puderico, amico diletto del Sannazaro e del Pontano, che fu maestro razionale della regia corte della Zecca e mori cieco nel 1528, e il fratello dell’autore dell’ Arcadia, Marcantonio, e Antonio Gevara, con il quale fu in dimestichezza quasi fraterna.

Non sappiamo a che specialmente attendesse il Cotta a Napoli in compagnia di tanti illustri. Ma non sarà fuor di luogo il con- getturare che egli occupasse gran parte del suo tempo nell’am- pliare la cultura, leggendo classici latini e greci e tenendosi informato delle opere vecchie e nuove dei più rinomati poeti contemporanei. Senza dubbio tra gli autori latini il primo letto era Catullo colla poesia del quale sentiva nella sua una mag- giore affinità e tra i viventi il Pontano, che di quella fino ad allora era stato il più felice imitatore. Si occupava inoltre del Sannazaro, rileggendone l’Arcadia e gustando per la prima volta le altre opere, che non aveva vedute a Lodi (2).

Quando il Pontano, nell’autunno 1503, venne a morire, egli partecipò sentitamente al lutto degli Accademici e degli ammi- ratori e ne pianse la scomparsa amaramente (3). Venendo però con quella dipartita a mancare il diletto maestro, per il quale s'era portato a Napoli come per consultare un oracolo, s’era deciso ad andarsene; e già stava per prendere il volo per altri luoghi, quando un altro tenerissimo amico, Antonio Gevara, lo volle in casa sua e dolcemente gli impedì, favorendone in ogni

(1) Vedi Bucolica vartorum carmina, Basileae, 1546, p. 409 sgg. (2) Lettera al Sannazaro. (3) Lettera al Sannazaro.

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modo gli studî, l’attuazione di quel divisamento. E il Cotta con- tinuò a frequentare le riunioni dell’Accademia, diretta a quel tempo da Pietro Summonte e da Girolamo Carbone. Studiava intanto indefessamente e trascorreva qualche periodo di ozio in compagnia di Giano e Cosmo Anisio, dei due fratelli Gevara, di Francesco Puderico e di Marcantonio Sannazaro.

Verso gli ultimi del 1503 Jacopo Sannazaro, a Blois, con il suo re Federico, alla notizia della morte del maestro veneratissimo, aveva inviato al fratello una sconsolata lettera, piangendone con animo accasciato la scomparsa. Marcantonio la fece leggere al Cotta, che senti riacuirsi in cuore quel dolore, che ormai la distanza da quella data incominciava a lenire. Il Cotta non aveva fino a quel tempo conosciuto il cantore dell’ Arcadia; ardentemente però desiderava mettersi in relazione con lui, per colmare quel vuoto, che la morte del Pontano aveva scavato nei suoi studi, e, incoraggiato forse da Marcantonio e dai Gevara, scrisse ad Jacopo quella bella lettera, che noi abbiamo avuto bisogno di consultare più d’una volta per la nostra biografia, particolarmente interessante per conoscere in quale stima il Sannazaro fosse da lui tenuto. Nulla però possiamo dire delle posteriori relazioni fra i due, se non che il Cotta gli inviò un carme in distici latini (1) e che il Sannazaro, quando l’amico venne così immaturamente a mancare, ne pianse in un epi- gramma la morte (2).

Nel 1505 il Cotta è ancora a Napoli, occupato, tra l’altro, nel racimolare i carmi di Pietro Ricci, l’amico diletto di Angelo

(1) È Velegia Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas.

(2) Eccolo:

Sperabas tibi docta novum Verona Catullum: experta es duros bis viduata Deos.

Nulla animum posthac res erigat; optima quando prima rapit celeri Parca inimica manu.

Quae tamen ut vidit morientis frigida Cottae ora, suum fassa est crimen, et erubuit.

Spirra se cela Di imi o)

GIOVANNI COTTA 17

Poliziano. Un tal Luceio Veronese, di cui non sappiamo aggiunger nulla a quanto ha potuto dirne Mons. G. G. Dionisi (1), aveva avuto l’incarico dal Bembo di raccogliergli i carmi di P. Ricci per un'edizione ch’egli intendeva curarne e che usci di fatti a Firenze con i tipi del Giunta nel 1505 (2). Codesto Luceio, che pur essendoci del tutto ignoto, deve essere stato un umanista celato sotto un tal pseudonimo (3), si rivolse per averli al Cotta, che gliene mandò una prima raccolta (4), promettendo di inviarne altri, se fosse riuscito a rintracciarli (5). Non sappiamo se alla pro- messa seguisse poi l'invio, perchè quell’edizione, divenuta già rarissima al tempo del Giuliari, non vidi mai (6) e rilevo la notizia dalla trascrizione parziale della lettera del Luceio che leggesi nell’edizione del Morelli (7).

Rileviamo indirettamente da un carme di Cosmo Anisio come il Cotta a Napoli trascorresse una vita molto laboriosa, stendendo scritti, che poi andarono perduti:

Ad lectorem.

Si qua mei Cottae occurrunt Epigrammata, lector, ne factum puta hoc ambitione mea.

(1) Eoco la risposta che il citato Dionisi, chiestone dal Bandini, diede con lettera 17 luglio 1788: «..... Sospetto per altro, che questo nome di Luceio, « non sia il vero nome dell’autore, ma un pseudonimo, come quell’Angelo « Fonteio Veronese, che scrisse quella lettera al Menckenio nel 1717 egli «il sig. Gio, Benedetto Gentilotti) sul prospetto del Codice del P. Perez ». Vedi A. M. Banpini, De Florentina Juntarum Typographia, Lucae, Bon-_ signori, 1791, pars II, p. 108.

(2) Perri Crimiti Poemata, Juntae, circa an. 1505. Così il Morelli. Però il Banpixi, Op. cit., accenna a due edizioni: del 1504 e del 1505.

(3) Non lo vedo però nel Gictiari, Pseudonimia Veronese, Verona, Noris, 1881.

(4) « Misit ad me superioribus mensibus Cotta noster poemata P. Cri- « niti », ecc. Così il Luceio al Bembo. Vedi Banpini, Op. cit., p. 258.

(5) Si rileva da questa lettera del Luceio, in cui è detto: « Quod reliquum « est dabo operam quam diligentissime potero, ut cetera ejusdem poemata < ad te perferantur, quae mihi pollicitus est Jo. Cotta, vir summa fide », etc.

(6) Neppure il GivLiari la vide. Vedi Due aneddoti, ecc., p. 5.

(7) Op. cit., p.11.

Giornale storico Suppl. 22. 2

18 V. MISTRUZZI

Audi jacturam: periit Cotta, et periere tot scripta, in coelum quae bona Musa taulit.

Pauca haec supprimere baud visum, puto, candide lector, laudabis studium, consiliumque meum (1).

Di che genere fossero codesti scritti, non ci è dato sapere, sebbene l’allusione alla Musa ci induca a ritenere che si tratti di carmi a noi non pervenuti e dall’Anisio visti manoscritti. È poi probabile che il Cotta attendesse anche ai suoi lavori di erudizione, di cui ci è rimasta notizia, come quegli scolia a Plinio, ricordati dagli storici citati, che non ebbero la fortuna di giungere fino a noi.

Qualche cosa di più possiamo dire del genere di vita condotto a Napoli nei periodi di riposo. È una vita allegra e un po' scapata, condita di scherzi bonari in compagnia di amici bon- temponi e specialmente dei suoi indivisibili Cosmo e Giano Anisio e dei fratelli Gevara. Anzi le poesie del primo per quanto può cogliersi di vero in tali carmi di palese imitazione catulliana nel concetto e nella forma giovino a darcene un’idea per quanto vaga:

Ora è Cosmo che invita il Cotta, ospite della distinta e ricca famiglia Gevara, a sacrificare le ambrosie dapi e il vecchio Falerno della mensa abituale, per condire delle sue facezie l’umile desco imbandito a bella posta (2):

° (1) I carmi del Cotta sono: a) « Sive aliquid, seu forte nihil mea lumina cernunt »; è) « Ambo dulcia ne verere et iidem »; c) « Ridete, o le- pidi mei Gevarae »; d) « Ocelle fluminum Calor Calor pulcher »; e) « Quamvis te peream aeque Hiella totam », che è però del Navagero.

(2) Il carme inizia con una calda lode all’invitato, che sa un po’ d'adula- zione. Anche il Cotta, del resto, non lesinava le lodi, come può vedersi da quest'altro epigramma di Cosmo a lui:

Nomine quo toties appellavere Catullum Me appellas: contra conscia mens animi Aurem convellit, numquid me nomine vero appelles inter spemque, metumque feror. Magni equidem facio censuram, Cotta, tuam, sed rei moles tantae distinet ambiguum.

GIOVANNI COTTA 19,

Ad Cottam veronensem.

Cotta, quem faciles amant Camoenae Atque amant itidem qui amant Camoenas, Etsi istic genio beatiore

Inter ambrosias dapes, et inter

Recentes atavos vetus Falernum,

Alta in atria januariorum

Hospes acciperis, facetiasque

Et sales lepidi senis recondis ;

Hic apud tenues meos penates,

Inter Pythagorae accubationes,

Ac coenas Lacaedemonis Lycurgi,

Simplex hospitium est tibi paratum Laetumque, et nitidum, atque amore plenum. Haec sunt quae tibi, amice, pollicetur Cordis ex adyto vetus sodalis.

Ora è un invito che fa l’Anisio ai suoi amici Catosso, Mario, Scopa, Perillo e Cotta perchè si rechino immediatamente da lui. Il poeta quel giorno è oltremodo allegro per un fatto suc- coso non specificato, al quale non doveva essere rimasto estraneo il Cotta. E, nel caso, deve averne fatto di belle!

Ad Amicos.

Catossum, Marium, Scopam, Perillum Et Cottam, unanimes meos sodales,

I, papire, voca, jubeque ut, omni Praetermisso alio negotio, ad me

Cursu praecipiti statim ferantur; Namque est quo ilia et usque et usque rumpam, Vel quantum est hominum severiorum. Quare, si sapiunt, suos amores Catossus, Marius, Scopas, Perillus Pauxillum esse sinent sibi otiosos;

Nam Cotta est in amore adhuc ineptus. I, papire, vora viam; at memento Dicere ex nimio cachinno ad illos

Non mihi licuisse pervenire.

20 V. MISTRUZZI

Il Cotta era infatti perdutamente innamorato d’una fanciulla, che aveva conosciuto a Napoli e vi spendeva dietro se l’Anisio dice il vero (1) molto tempo, dedicandole dei carmi pieni di passione, che veniva man mano dettando. Altri carmi pieni di brio e di spirito inviava egli all’Anisio per metterlo a giorno di qualche fatto occorsogli in casa dei Gevara (2) che si prestava a suscitare il riso e a destar la Musa dell’amico. Coi Gevara poi scherzava alle spalle di Cosmo su lepidi argomenti come quello dell’epigramma:

Ridete, o lepidi mei Gevarae,

in cui narrava da lontano il gioco tramatogli per punirlo del- l'eccessiva gelosia.

Ma questi due carmi, come pure l’ultimo alla sua donna, un quarto:

Ocelle fluminum Calor, Calor pulcher

devono essere stati scritti lontano da Napoli, probabilmente, per‘

quel che rilevasi dagli accenni al fiume che bagna il Principato Ulteriore, in quel di Benevento.

Quella permanenza lontana dalla cara città e dagli amici non dovette essergli però molto gradita e per alleviarla invitò nel nuovo soggiorno Cosmo Anisio. E tante furono nell’invitarlo le lodi e le lusinghe per l’amenità del sito e la dolcezza della vita, che l’altro si lasciò persuadere e vi andò. Ma fu una delusione. E Napoli e la sua Cicella incominciarono ad allettarlo e a chia- marlo irresistibilmente. Colse l’occasione di un carme del Cotta ai Gevara, in cui era preso amicamente a gabbo e ne scrisse

(1) Vedi il carie dell’Anisio: Siccine improba te Lycoris urit,

in Cosmi AnisII Poemata, Neapoli, per J. Sultzbacchium Hagenovensem Ger- manum, 1553, in-4°, 7, da cui furono tolti anche gli altri carmi dell’Anisio. (2) E il carme: « Ambo dulcia ne verere et iidem ».

ci nl

GIOVANNI COTTA © 21

uno de’ suoi a Bernardino d’Alviano, pregandolo di interporsi per agevolargli il ritorno.

Quale verità sia nascosta sotto i due epigrammi è difficile sta- bilire. Abbiamo voluto tuttavia indugiare su di essi più di quanto non sembrerebbe necessario, perchè il carme dell’Anisio lascia trapelare una notiziola, ben poca cosa, a dir vero, ma non ostante non priva di importanza per collegare il soggiorno del Cotta nell’Italia Meridionale con il successivo passaggio alle dipendenze di Bartolomeo d’Alviano.

Tale carme è difatti indirizzato a Bernardino, fratello del famoso : condottiere di Todi, del quale pare che l’Anisio fosse alle dipendenze durante il periodo trascorso col Cotta nel Prin- cipato Ulteriore. Infatti Cosmo, dopo aver ricordato nei primi endecasillabi i giorni felici che solea passare in Napoli con la sua fanciulla, venendo a parlare dello scherzo giocatogli dal- l'amico, così esclama:

Vale, 0 Cicella; non posthac tuum Anysium videbis, ni spes unica Livianus ad te his illum evocet a malis tenebris.

Non sappiamo se anche il Cotta fosse in relazione con Ber- nardino d’Alviano. Ad ogni modo basta per noi la notizia che Cosmo Anisio fosse in amicizia con il monsignor di Nocera. Intimo com’egli era del Nostro, è probabile che glielo abbia fatto conoscere e stimare per quel che valeva e gli abbia così offerto senza saperlo l’occasione di poter più tardi servirsi di quel prestigio per entrare nelle grazie del fratello.

Questo nel campo delle ipotesi, perchè noi non sappiamo dalle fonti come, quando il Cotta entrasse in relazione con Bar- tolomeo d’Alviano. Sappiamo solo da Paolo Giovio (1) che, pro- babilmente negli ultimi anni della sua permanenza nell'Italia

(1) Elogia, l. c.: «... secutusque aliquandiu Sanseverinum et Cabanilium < proceres, transivit ad Livianum », ecc.

22 V. MISTHUZZI

meridionale, fu alle dipendenze del Cabanilio e di uno dei San- severino, ma ignoriamo in che qualità e per quale durata. Indi le fonti ci portano d’un tratto al suo trasferirsi al seguito di Bartolomeo d’Alviano.

Il Giuliari però (1) vuole che prima di portarsi nell’Italia settentrionale abbia trascorso qualche tempo a Roma. La ra- gione che lo indusse in quest’opinione credo debba ricercarsi nella parte avuta dal Cotta nell’edizione della Geografia di Tolomeo, che usci in Roma negli anni 1507 e 1508; però è da opporre che egli altro non fece che curare l’emendazione delle dimostrazioni matematiche contenute nei libri I e VII (2), e che un simile lavoro non implicava per nulla la sua presenza nella Città Eterna.

III.

Con Bartolomeo d’Alviano nel Friuli ed a Venezia.

Il soggiorno di Roma non è ricordato dai biografi più antichi, i quali tenderebbero piuttosto a far credere che il Cotta abban- donasse l’Italia meridionale per recarsi a far parte di quell’Ac- cademia che sarebbe stata istituita da Bartolomeo d’Alviano in Pordenone. Le notizie vaghe tramandateci a questo riguardo da P. Giovio (3) e le altre non meno indeterminate di Lilio Gre- gorio Giraldi (4) diedero adito ai biografi posteriori (5), agli

(1) Due aneddoti, ecc., p.4, e G. Corra, in Protornoteca Veronese, cit., p. 6°. (2) Lo asserisce B. Silvano nei Prolegomena alla ristampa veneta del 1511. (3) Op. e loc. cit.: « Transivit ad Livianum, Venetorum ducem, qui Mu-

« sarum liberalis hospes, Academiam in agro Tarvisino ad Portum Naonem

« instituerat... ».

(4) Op. e loc. cit.: « ...in varias Italiae partes peregre profectus, tandem

« Liviano, Venetorum imperatori, adhaesit ».

(5) GiuLiarI, Della lett. ver., p. 262 e Due aneddoti, p. 4; CRISTOFORI,

Op. cit., XII.

GIOVANNI COTTA 93

ultimi specialmente, di lavorare di fantasia, tanto da presentarci storpiata e ben lontana dal vero la figura storica del giovane poeta. Non sarà inutile pertanto che, ricorrendo a poche ma sicure notizie trascurate, o quasi, fino ad ora dagli studiosi, tentiamo di ricostruirla in quello svolgersi di avvenimenti nei quali, con palpiti che trovano un riflesso immediato nella pro- duzione artistica, si svolse la sua attività.

Giovanni Cotta ha tutte le caratteristiche proprie degli ingegni eminenti dell’età in cui visse. Il secolo decimosesto è il secolo degli uomini multilaterali e il Cotta appartiene per intero al suo secolo. In lui, come in molti altri, lo studio d’una disciplina non assorbe tutta l’attività intellettuale. La sua mente, che spazia entro ai giardini soleggiati della letteratura latina ed italiana, ha anche modo di afferrare e di fissare in rigorose dimostra- zioni astrusi calcoli matematici, e di esprimere in soavi versi latini gli affetti e i sentimenti più varì. Ma come se tutto ciò non bastasse, egli non limita la sua attività alla ricerca del vero o alla manifestazione artistica del bello tenendosi appartato dal trambusto del mondo, ma vive la vita del suo tempo, disimpe- gnando i suoi uffici con un entusiasmo che si rivela nell’arte sotto un riflesso di realtà e di sincerità, che la rende più umana e più viva. -

Non deve pertanto destar meraviglia se, dopo la vita spen- sierata condotta nel mezzogiorno d’Italia, lo ritroviamo, non molto tempo di poi, al fianco di una simpatica figura di condot- tiero italiano al servizio della Repubblica di Venezia allora lm- pegnata in un’epica lotta contro lo straniero.

Siamo adunque ben lontani dal credere, come taluno ha fatto, interpretando malamente il Giovio, che egli fosse stato spinto a seguire l’Alviano dall’invito di recarsi a prender parte at- tiva a quell’Accademia letteraria, che quegli avrebbe istituita a Pordenone. Quand’egli si decise a dare un lungo addio ai cari amici di Napoli, non aveva dinnanzi al suo sguardo la calma distesa del piano veneto, gli accarezzava l’animo la speranza d'una vita placida e tranquilla nel lontano Friuli. Davanti alla

24 V. MISTRUZZI

sua mente non era altra visione all'infuori di quella d’una vita agitata ed incerta fra le sollecitudini della politica e le vicende della guerra.

Come poi egli piegasse a tale miraggio d’avvenire non è facile determinare storicamente. Certo è che, se un mutar così improv- viso e nuovo di vita a noi può sembrare strano ed inspiegato, l’av- venimento trova la sua giustificazione quando venga pensato nel tempo in cui si effettuò, quando sia composto, per così dire, nel suo quadro naturale. L’umanista non è solo il filologo-poeta, lo studioso, l’innamorato dell’antichità classica o il solitario can- tore, che persegua il suo ideale di bellezza, incarnandolo nel verso. Egli deve saper fare di più. Deve mettere il suo sapere e la sua genialità in contatto diretto con la vita, servendosene come strumenti per sopperire alle necessità materiali del vivere di ogni giorno, per innalzarsi al cospetto della gloria. Del resto ognun sa come ciò fosse un portato naturale dei tempi, favorito specialmente dall’ambizione dei principi e dei personaggi rag- guardevoli, ì quali, senza attendere che la grandezza delle opere compiute tramandasse ai posteri il proprio nome, si facevano artefici della propria fama, chiamando al loro seguito uno 0 più umanisti (1).

Tale, e non altro fu, a- mio avviso, il movente che indusse Bartolomeo d’Alviano a condurre seco il giovane e già chiaro umanista e che piegò quest’ultimo ad accogliere l’invito. E se più tardi vedremo il condottiero ed il poeta già avvinti in legami indissolubili d'amicizia, derivati da reciproca ammirazione per le doti molteplici di cui ciascuno era largamente fornito, non dobbiamo per questo lasciarci indurre a credere che tale affetto risalisse ai tempi trascorsi, quando l’uno a Napoli cantava la sua passione per Licori e l’altro ramingo per varie parti d’Italia, compiva magnanimi ardimenti pIMEBARCO talvolta il collo audace al colpì sinistri della fortuna.

(1) BerckuaRDT, Op. cit., I, 193 sgg.

GIOVANNI COTTA 25

Questo periodo trascorso tra il fragore delle armi e i raggiri della politica al servizio di una repubblica che conservava an- cora nei suoi istituti un riflesso della grandezza di Roma, doveva ampiamente riflettersi sul giovane umanista ed esercitare un notevole influsso sul successivo sviluppo della sua arte. E non dovette rimanere estranea al nuovo orientamento la comunanza di vita con il valoroso condottiero, che alla perizia dell’arte militare accoppiava uno spirito innamorato della civiltà classica, della quale si studiava di continuare nell’opere le gloriose tra- dizioni.

Molto probabilmente il Cotta era al suo seguito fin da quando, di ritorno da Napoli, assumeva nell’aprile 1507 il comando delle truppe veneziane per la guerra contro Massimiliano. Sappiamo infatti come egli, dopo l’esito poco felice della lotta condotta contro i Fiorentini nell'agosto 1505, invitato da papa Giulio II a passare agli stipendi della Chiesa, rifiutasse la proposta, preferendo servire la Signoria di Venezia, con la quale, se vogliamo attenerci alle notizie contenute nei Diarti (1), doveva trovarsi a quel tempo in trattative. Certo si è che in seguito ad invito rivoltogli dai Savi del Consiglio (2), era il 15 marzo a Venezia (3) e di suc- cessivamente al campo, ove adopravasi ad ordinare le truppe e ad allestire le difese per far fronte a Massimiliano, nel caso che avesse tentato l’avanzata nel territorio della repubblica (4). Ma poichè un tale pericolo si prospettava ancora lontano, aveva chiesto ed ottenuto licenza di recarsi a Napoli, dove intendeva agire per riacquistare il dominio della città di S. Marco ingiu- stamente toltogli (5). Durante questo tempo trascorso a Napoli dai primi di gennaio agli ultimi di marzo dell’anno 1507, con- sumato in operose trattative, che gli fruttarono il possesso dei

(1) Diari, VI, pp. 280, 282.

(2) Zbid., p. 293.

(3) Ibid., p. 312.

(4) Ibrd., passim.

(5) Ibid., p. 500 e VII passim, e L. Leos1s, Vita di Bartolomeo d' Alviano, Todi, A. Natali, 1858, p. 78.

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contadi di Bucchianico e di Manupello, è probabile che ei co- noscesse per la prima volta almeno personalmente il poeta veronese e lo invitasse a condividere con luì i pericoli della guerra e i riposi della pace.

Non possiamo però storicamente stabilire se quest’ultimo se- guisse tosto il condottiero a Venezia, dove egli giunse il 9 aprile (1), quando, chiamatovi d’urgenza dai Savi del Consiglio, intimoriti « per la venuta di Franza di qua dai monti », si accingeva a rintuzzare l’audacia dell’invasore. Marin Sanudo non ne parla. Però se di lui mancano notizie nei Diari? fino all'aprile 1508, non dobbiamo inferirne che solo a questo tempo fosse al seguito dell’Alviano. Era certamente con lui nel dicembre 1507 o nel gennaio 1508, quando il condottiero stava organizzando in Udine le difese contro l’invasore. Con entrambi passava qualche ora Gerolamo Aleandro, costretto in quella città da una noiosa causa, e, scrivendone all'amico comune Aldo Manuzio, non man- cava di mandargli i loro saluti (2).

Quando la figura del Cotta ci si affaccia per la prima volta entro la moltitudine svariata dei Diari, rimaniamo attoniti quasi domandando a noi stessi se proprio lui, l'attivo segretario di Bartolomeo d’Alviano, sia quello stesso poeta gentile che qualche tempo prima si sentiva vinto davanti alla fanciulla, che l’aveva ammaliato e ne cantava il fascino in versi d’amore. Egli ci appare infatti totalmente cambiato.

A questo punto la biografia del Cotta si confonde con quella del condottiero tudertino, onde, per seguirne meglio l’attività, converrà richiamarci agli avvenimenti, che s’andavano allora svolgendo.

Dopo la vittoria del Cadore, l’Alviano portava il campo contro Cormons. Assalitolo il 12 aprile, vi entrava il di seguente, e di

(1) M. Saxvpo, Diarit, VII, 44.

(2) P. pE NotHac, Op. e loc. cit.: « Il Cotta molto vi saluta, elqual e qui « con lo illustre segnor Bartholomeo di Alviano, quorum uterque me fanno « molte chareze », Utini, 1508, Die 4 Januari).

GIOVANNI COTTA 97

si metteva in marcia per Gorizia. Dopo qualche giorno anche questa città cadeva e l’Alviano iniziava le trattative per la resa della rocca. i

Ed ecco a questo punto il Cotta, nella sua qualità di segre- tario, affaccendarsi per comunicare alla Signoria l’esito delle medesime. Il 18 aprile è infatti in viaggio per Venezia (1); il 20 recasi presso il Provveditor Generale Giorgio Corner a Gra- disca (2) e finalmente il 22 è di nuovo a Venezia ad annunziare al Consiglio la resa del castello (3). Dopo questa breve apparizione entro al mondo dei Diariî, nessuna notizia sull’Umanista! Pro- babilmente egli segui il condottiero in tutto lo svolgersi degli avvenimenti, che lo tennero occupato presso alle truppe in ope- razioni sempre coronate da brillanti successi per tutto quel mese e per i seguenti, da prima intorno al castello di Prosecco, poi sotto alle mura di Trieste, di Fiume e di Postumia.

Intanto per l’Alvîano veniva a scadere il termine della ferma, ed egli, che già in altre occasioni aveva manifestato il desiderio di non dipartirsi dagli stipendî di Venezia, essendo sempre oc- cupato in operazioni militari intorno a Postumia, potendo allontanarsi dal campo, inviava verso il 12 di giugno il suo se- gretario in Consiglio, con l’incarico di trattare con i Savi un nuovo accordo (4).

Quale azione svolgesse il Cotta a Venezia è arduoil precisare. Certo dovette, tornando al suo signore, portare delle proposte concrete, se qualche giorno dopo, il 25, Bartolomeo d’Alviano lo rimandava a Venezia per sollecitare la stipulazione del nuovo contratto in base alle offerte della Signoria (5), contratto che fu steso la notte del giorno seguente e firmato il mattino del 27 da Leonardo Mocenigo, da Giorgio Pisani e dal Cotta (6).

(1) M. Sanupo, Diarti, VII, p. 426. (2) Ibid., p. 427. (3) Ibid., p. 428. (4) Ibid., p. 556. (5) Ibid., p. 556. (6) Ibid., p. 556.

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Quest'ultimo tornava subito a Gorizia, ma qualche giorno dopo era nuovamente a Venezia, dove trovavasi Pantasilea Baglioni con le tre figlie accasata nel palazzo di Raffaele Gritti a San Martino. Quivi riceveva lettere dell’Alviano che lo informavano del suo prossimo arrivo (1). Non mancò egli di renderne edotti i Savi del Consiglio, i quali deliberarono tosto di tributare i dovuti onori al duce valoroso che per lunghi mesi aveva guidato le milizie della Repubblica di vittoria in vittoria.

Accoltolo il 9 luglio come un trionfatore (2), la Signoria quattro giorni dopo nella chiesa di S. Marco gli consegnava solenne mente lo stendardo e il bastone d’argento del capitanato delle sue genti d'arme (3), il 16 lo nominava gentiluomo del maggior Consiglio (4), e il 15, a titolo di riconoscenza, lo investiva della rocca, terra e territorio di Pordenone, mettendogli in dito l’anello ed in mano la spada, secondo il rito (5).

Le preoccupazioni della guerra erano così per allora cessate, la città riprendeva il suo ritmo abituale e il duce, che per tanti mesi aveva profuso sul campo le sue preziose energie, si ritirava con la famiglia e con gli amici a ritemprare le forze nel feudo che Venezia riconoscente gli aveva regalato (6).

Non sarà il caso di indugiare a lungo su questa dimora del- l’Alviano a Pordenone, sulla tanto discussa Accademia. Chi desideri in proposito aver cognizioni più vaste, non avrà che da leggere quanto è stato scritto dallo Zanella (7) e dal Foffano (8). Noi ci limiteremo a toccar di essa solo in quanto ha attinenza con la vita del Cotta e con la sua produzione letteraria.

(1) Diaro, VII, p. 568.

(2) IVib., p. 573 sgg.

(3) Ibid., p. 579 sg.

(4) Ibaid., p. 583 sg.

(5) Ibid., p. 685 sg.

(6) IVid., p. 595 sg.

(7) Dell’Accademia dell’ Alviano, cit., p. 992 sgg.

(8) F. Forrano, Ricerche letterarie; Lettere ed armi nel sec. XVI, Livorno, 1897, p. 43 seg.

GIOVANNI COTTA : O 29

Anima aperta a tutti gli influssi della Rinascita, mecenate ed amico dei rimatori e pare rimatore anch'esso (1), Barto- lomeo d’Alviano, non appena potè abbandonarsi al riposo di . Pordenone, si studiò di allietarlo chiamando alla sua corte distinti letterati. Non è da credere però che egli lo facesse allora a bella posta. La maggior parte di essi godeva da tempo della sua principesca liberalità: così, oltre il Cotta, Gerolamo Borgia, che, invitato a seguirlo fin da quando, giovane ancora, frequentava l'Accademia Pontaniana (2), lo cantava proprio nel luglio 1508 (3); così Andrea Navagero, il quale, passato ai suoi stipendi fin dalla morte del padre, ne godeva da tempo l’ami- cizia e l'intimità. Indubitatamente costui fu a Pordenone per il ricorrere che si nota nei suoi carmi in onore dell’Alviano di accenni al Naucelus e alle Naucelides Musae, che nell’accesa visione poetica egli aveva ammirato presso alle rive del cantato fiume (4).

Ora è probabile che tanto Gerolamo Borgia, quanto Andrea Navagero fossero a Pordenone per quasi tutto il tempo che vi dimorò, presente o no l’Alviano, la corte del valoroso duce. Altrettanto non può affermarsi di un altro ospite, il poeta Marcello Filosseno, che pur della sua permanenza a Pordenone fa cenno in uno dei suoi sonetti (5). Poco dovette trattenervisi invece Gerolamo Fracastoro, il quale, se vogliamo attenerci alle parole del suo biografo (6), fu a Padova lettor di logica certa- mente per tutto il 1508 (7) e vi dovette rimanere fino a quando,

(1) L. Leon1y, Vita di Bartolommeo d’ Alviano, Todi, 1858, p. 90; ForFaxo, Op. cit., p. 45 n.

(2) Forrano, Op. cit., p. 49.

(3) V. Cran, Le rime di Bartolomeo Cavassico, Bologna, 1893, vol. I, p- CCLXXII.

(4) Vedile citate dallo ZANELLA, artic. cit., a p. 992.

(5) Lizier, Marcello Filosseno, ecc., Pisa, 1893, p. 33.

(6) L’Anonimo autore della Vita di Gerolamo Fracastoro premessa all'edi- zione delle sue opere, Padova, Comino, 1739, vol. I, p. xxtl.

(7) FaccioLati, Fasti gymn. pat., Padova, 1756, I, p. 56.

30 V. MISTRUZZI

chiuso l'Ateneo Patavino per l’imminenza della guerra, fu invi- tato « honestissimis conditionibus » dal duce ad aggiungersi al bel numero (1).

Quanto poi alla durata della presunta accademia o per dir meglio della dimora a Pordenone della corte letteraria di Bar- tolomeo d’Alviano, ben lontani dall’accettare la data proposta dal Cristofori (2), crediamo di non andar errati fissandola con lo Zanella (3) e col Foffano (4) tra il luglio 1508 e il marzo del- l’anno seguente.

Sappiamo infatti da M. Sanudo che l’Alviano, investito il 15 luglio 1508 del castello e territorio di Pordenone (5), vi si recava quattro giorni dopo, seguito, il 30 dello stesso mese, da Andrea Loredano (6) che gliene fece la consegna a nome del Senato. Probabilmente in quel giorno era a Pordenone « tutta la sua comitiva » (7). Ma egli non vi dimorò a lungo. Ancora nella prima metà d’agosto (8) se ne allontanava per informarsi direttamente della condizione delle truppe e delle difese in Friuli e, tornato nuovamente tra i suoi, li abbandonava verso la metà di settembre (9) per invigilare i lavori di difesa e lo stato del- l’esercito in Cadore. Era certamente di ritorno nel novembre (10). Or è probabile che in tutte queste peregrinazioni, come era avvenuto in passato, gli fosse accanto anche il fido segretario.

Intanto sul cielo già terso, qualche nube s’adunava foriera di

(1) Quanto agli altri presunti ospiti di Bartolomeo d’Alviano, cioè l’Aleandro, il Manuzio, il Musuro, il Cimbriaco, il Delminio, e Flaminio il vecchio, c'è da dubitare assai. Vedi ForrFaxo, Op. cit., p. 50 sg.

(2) Op. cit., p. 21.

(3) Op. cit., p. 990.

(4) Op. cit., p. 44.

(5) Op. ctt., VII, p. 585 sg.

(6) Op. cit., VII, p. 598.

(7) Per dieci giorni l’Alviano « fu trattato con tutta la sua comitiva a « spese della Comunità ». Vedi Forrano, Op. cit., p. 44.

(8) Diari, VII, 613 sg.

(9) Id., VII, 533.

(10) 18., VII, 659.

GIOVANNI COTTA 31

tempesta. Il Senato, preoccupato alla notizia di una imminente invasione di stranieri, il 4 gennaio 1509 (1) invitava Bartolomeo d'Alviano a Venezia per averne l’autorevole parere. Egli dovette fin d'allora rendersi conto del pericolo che minacciava la Repub- blica, se, dopo averne avuto l’autorizzazione dal Senato, inviava il Cotta a Roma per guadagnare agli stipendî di Venezia Pro- spero Colonna ed altri (2). Il fido segretario era già di ritorno il 25 febbraio (3), e dovette bentosto accorgersi che, non fosse altro, per qualche tempo, la quiete di Pordenone stava per cessare.

Le preoccupazioni per una nuova ineluttabile guerra tenevano già occupati gli animi di tutti e le sollecitudini della difesa, succedute alla quiete abituale degli spiriti, distraevano le menti dagli ozi delle lettere belle e dai piacevoli conversari. Il duce che fino a quel tempo aveva alternato il suo riposo con lunghi periodi di assenza, d’allora in avanti non faceva a Pordenone che una brevissima comparsa.

Il 22 marzo (4) vi fu per l’ultima volta e forse il Cotta lo segui in quel paese dove il suo canto ora fiero e sonante, ora sner- vato e languido avea risuonato con quelli appassionati del Na- vagero. Era il commiato. E chi mai avrebbe allora immaginato, mentre la corte congedava da Pantasilea Baglioni, che la più dura prigionia sarebbe stata riserbata dopo due mesi al valoroso condottiero e che il fido segretario ed amico, dopo aver invano errato ambasciatore fra i vincitori ed i vinti, avrebbe finito così giovane i suoi giorni nella lontana Viterbo?

(1) Diari, VII, 711.

(2) Il Cotta doveva essere già a Roma ai primi di gennaio, perchè verso l'8 di quel mese gli oratori veneti mandavano al Senato i capitoli del con- tratto. Diari, VII, 748.

(3) Ziarii, VII, 752.

(4) Diari, VIII, 29.

32 V. MIBTRUZZI

IV. Dopo la battaglia di Ghiaradadda.

Quando nei Diarii di Marin Sanudo si riaffaccia la figura del nostro umanista, l’esercito della Repubblica, vinto e sfasciato il 14 maggio a Ghiaradadda, calca in disordine le vie del ritorno, mentre i Francesi, contro i quali il fior fiore delle milizie d’Italia e d'Albania hanno avuto impeti insperati di ardimento, premono con piè vittorioso il nostro suolo ed occupano una dietro l’altra le città della Lombardia e della Venezia. Per la Serenissima i giorni si susseguono sempre più neri nell’apprensione di un domani ancor più pauroso.

Eppur non credo che inferiore al dolore dei patrizî veneti fosse quello di Bartolomeo d’Alviano, che a Venezia aveva dato il suo braccio con entusiastico trasporto e che allora giaceva prigioniero nelle mani del vincitore, mordendo i lacci in cui, di certo involontariamente, anche il Senato Veneto era concorso a gittarlo con quel suo improvvido ingerirsi (1) nel piano di azione, che era stato causa non ultima del disastroso rovescio.

E il Cotta?

Scampato per miracolo alla furia del vincitore, perduti nella .rotta ì suoi manoscritti (2), si metteva tutto a disposizione del- l’Alviano, il quale, desideroso com’era di riacquistare la libertà allo scopo di ritorcere sui Francesi la sconfitta PRU: lo inviava a Venezia a pattuirne il riscatto.

(1) Leona, Op. cit., p. 96.

(2) Tale notizia, che io tolgo dal GIULIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4 e dal Tommaseo, Dizionario estetico, 1860, vol. I, p. 98, deve essere stata dedotta dai due citati scrittori da questo passo di Pierio VALERIANO: « in ipso aetatis « flore [Cotta] defecit, scriptis eius et hic, et illic magna ex parte dissipatis.., » (De litteratorum infelicitate, 1. I), che, come si vede, non si riferisce però ad alcun termine cronologico.

GIOVANNI COTTA 33

Ve lo troviamo di fatti il 21 di maggio (1), occupato, in collegio, a rendere giustizia al valoroso prigioniero e a difenderlo dalle colpevoli accuse, che taluno, in mala fede o ad arte, aveva su- surrate sul suo conto, per addossargli la grave responsabilità della sconfitta. Indi, venendo a parlare delle ragioni che avevano precipuamente determinato la sua venuta, espone un suo disegno. L’Alviano giaceva prigioniero in balia del nemico, custodito da genti di Guascogna. Non potrebbe egli parlare con i Guasconi prigionieri dei Veneziani e con il loro capitano, molto amato dai suoi, e trattare lo scambio? La proposta era pratica e presen- tava anche per la Serenissima, cui la cattura del condottiero aveva causato un vuoto incolmabile, dei grandi vantaggi. Non si esitò pertanto ad accordare il permesso. i Da questo momento, per un mese circa, l’attività del poeta concentra in lunghe e noiose trattative per strappare ai Francesi il disgraziato prigioniero. Cercò egli innanzi tutto di abboccarsi con i prigioni ed esposte al cavalier Bianco. (2) le ragioni che avevano determinato la sua venuta, chiesegli che l'accompagnasse, per essergli d’aiuto. Se ne andò poi a Venezia e, messosi d'accordo con il Senato (3) sulle condizioni che dove- vano servir come base dello scambio, proseguì alla volta di Peschiera. Ma quanta ostilità non incontrò qui nei superbi vin- citori! Il sogno accarezzato da una decina di giorni doveva proprio sfasciarsi al suo primo discendere in contatto con la realtà. Alla proposta segui il più categorico rifiuto e la dichia- razione che il re non avrebbe permesso che per il condottiero della Repubblica, per gli altri, che erano caduti prigionieri nella giornata di Ghiaradadda, si parlasse di scambio. La risposta era tale da non lasciare adito alcuno alla speranza. Lasciò: egli tuttavia il cavalier Bianco perchè con la sua influenza si adope-

(1) M. Sanupo, Diarit, VIII, 293.

(2) Antonio d’Arces, capitano di 500 fanti francesi, detto il cavalier Bianco. Cfr. Saxrpo, Diari, VIII, 612.

(3) M. Sawxopo, Diarit, VIII, p. 313.

GHornale storico Suppl. 23. 8

34 V. MISTRUZZI

. rasse a raggiungere quello a cui l’opera propria non era approdata e ritornò sui suoi passi.

Il 4 giugno fu in Senato (1). Giustificò l’assenza del prigione francese, indi espose l’esito della sua ambasciata e le contropro- poste dei nemici. I ministri del re di Francia l’avevano infatti incaricato di trattare con la Serenissima lo scambio dei prigio- nieri francesi con quelli tra i prigionieri veneziani che erano caduti in loro mano prima della rotta di Ghiaradadda, tra i quali erano due Morosini, un Gradenigo, Nicolò Memo e, se il Cotta ben ricordava, anche Alvise Bon, già podestà di Casalmaggiore..

Con questa deposizione l’attivo segretario esauriva il mandato affidatogli. Ma egli era ben lontano dall’appagarsi della solu- zione che minacciava di incontrare la causa da lui patrocinata. D'altra parte anche al Senato stava a cuore, non meno che a lui, la liberazione del capitano. Fu pertanto deciso che il Cotta tornasse nuovamente al campo nemico per pattuire la libera- zione auspicata e, se ciò non fosse assolutamente possibile, per trattare lo scambio anche di Alvise Bon.

Così fece e l’11 giugno era già di ritorno con il cavalier Bianco. Ma la deposizione fatta da quest’ultimo sull’esito delle sue trat- tative e pressioni non fu per nulla diversa da quella del Cotta di sette giorni prima. Anche il re, come già i suoi ministri, era irremovibile. Così la speranza del Senato e del poeta rimaneva per la seconda volta frustrata. Ma gli uni, l’altro inten- devano arrendersi così presto alle controproposte del re, accennate più sopra. Il Cotta poi non voleva da parte sua lasciar alcunchè di intentato. Chiesta licenza per e per il condottiero francese ed avutala, si dispose a partire il giorno dopo per il campo ne- mico-in cerca di miglior sorte (2).

E ritentò, ma invano. Non c’era più speranza. Con l’animo accasciato lasciò Peschiera il 17 giugno (3) e fu allora che, prima

(1) M. Sanxupo, Diari, VIII, 346. (2) Diwarii, VITI, 391. (3) Diari, VIII, 424.

GIOVANNI COTTA 85

di partire, nel doloroso naufragio delle nuove proposte di cui era andato ambasciatore, volle chiedere al re una grazia. Nella nobiltà dell’animo suo mal tollerando la lontananza e forse la separazione per sempre dal valoroso condottiero del quale da qualche anno era divenuto il confidente e l’amico, si offerse a condividere con lui le sorti della prigionia. Espose egli il suo proposito e il re, percosso forse da tanta grandezza di spiriti, diede alla generosa proposta il suo assenso.

Angosciato per l’esito infelice delle sue ambasciate, contento d'altra parte di aver con la dolorosa nuova una consolante no- tizia da comunicare, si avviò il Cotta alla volta di Milano, ove trovavasi il suo signore. Ottenuto il permesso di visitarlo, lo informò di quanto lo poteva interessare e gli comunicò che sarebbe stato felice di essergli per l’avvenire compagno nelle angustie della prigionia. Senonchè l’Alviano, che bramava forse, prima di partire per la terra di Francia, scagionarsi ancora dell'esito malaugurato dell’ultima impresa e che desiderava met- tere la Repubblica a conoscenza di alcuni fatti venutigli agli orecchi, dai quali aveva tratto fausti auspici, lo inviò per l’ul- tima volta a Venezia.

Quivi il Cotta si fece interprete fedele dei desideri del suo signore. La sua parola, giuntaci trasformata e riassunta attra- verso le memorie del Sanudo (1), è l’ultima eco dolorosa dell’in- felice lontano. Non essendo riuscito a riscattarne a Peschiera la libertà, il Cotta ne riscatta in Consiglio la fama. L’accenno al tradimento nella giornata di Ghiaradadda, appena sfiorato nella relazione del 21 maggio, qui viene specificato e la prima respon- sabilità del sinistro rovescio viene riversata sui soldati bresciani e specialmente su Giacomo Secco.

Non istarò qui a riassumere tutto quello che il Cotta espose nella sua deposizione. Noterò solo che egli si trattenne qualche giorno a Venezia in attesa che il Senato decidesse dello scambio

I

(1) Diari, VII, 418 sg.

36 V. MISTRUZZI

dei prigionieri (1) e che nel frattempo si recò presso Pantasilea Baglioni a portarle il saluto del marito lontano ed a comunicare anche a lei il suo divisamento (2).

Indi si partì alla volta di Milano.

Giunto, inutilmente egli attese alla porta del castello (3), entro il quale, in compagnia d’un francese, stava rinchiuso l’Alviano. La speranza di poter accedere alla prigione desiderata, acca- rezzata da tempo, si andava di giorno in giorno indebolendo fra le strette di un timore, che doveva divenire realtà. Alle naturali pressioni per ottenere il permesso di accompagnarsi al suo signore, seguì il più categorico rifiuto e l'allontanamento da Milano del prigioniero (4).

Se così fu realmente, l’atto ingeneroso e sleale del re di Francia dovette e nell’Alviano e nel Cotta suscitare un senti- mento di nobilissimo sdegno, di cui sarebbe l’eco più genuina nell’accento fiero e vibrante dell’elogio di Paolo Giovio. Tuttavia è da notare che, all'infuori di costui, nessuno dei biografi del tempo, amici del Cotta e che, senza derivare dall’elogista, di lui s'occuparono e scrissero, ne fa cenno (5). Fu adunque un’in- venzione del Giovio? Certo la sua affermazione non è del tutto esatta, perchè sappiamo per certo che l’Alviano ebbe e i libri e la penna, tanto è vero che durante i tristi ozî del carcere stese alcune sue memorie e alcune considerazioni sull’arte della guerra (6). Fu allora il Giovio indotto in errore? Può darsi che, non riuscendo a spiegarsi la presenza del Cotta a Viterbo, mentre

(1) Diari, VIII, 481.

(2) Diari, VIII, 475.

(3) Diarù, VII, 544.

(4) Vedi a questo riguardo P. Giovio, Op. e loc. cit.: « Ad Abduam autem, « ex ipsa Gallorum victoria, Liviano fuso captoque, Cotta insigni pietate se « totius calamitatis et carceris comitem obtulit. Sed Galli inhumana acerbi- « tate non misero tantum comitem, sed libros et calamum, ac omnia denique « tenebrosi otii solatia denegarunt ».

(5) Vedi, ad es., il GiraLpr, Op. e loc. cit.: « Sed capto Liviano a Gallis, « illius mandato ad Julium pontificem profectus, morbo interiit ».

(6) Vedi Navacero, Orationes, Venetiis, 1555, p. 10.

Di o n rn i ai

GIOVANNI COTTA 87

l’Alviano trascorreva i suoi giorni in prigionia, abbia pensato a quel rifiuto; ma noi non abbiamo documento alcuno per de- cidere in merito. Certo si è che il Cotta non ne fa cenno nella relazione del 2 agosto riassunta dal Sanudo (1) e che tutti gli altri biografi, che non attingono al citato elogio, riferiscono che egli mori mentre, inviatovi dall’Alviano, recavasi ambasciatore a Viterbo presso Giulio II (2). Ed io mi sento spinto a condi- videre quest’opinione, almeno fintantochè non vengano alla luce documenti che servano ad illuminare questo oscuro periodo. Osserviamo però che le notizie di cui ora siamo in possesso sono tutt’altro che esplicite e sicure, perchè ricavate general- mente per via di induzioni su scarsi accenni degli antichi bio- grafi. Così, mentre, per citarne uno, il Giuliari (3), accettando le notizie fornitegli dal Giovio ed, in parte, dal Giraldi, am- mette che il Cotta, dopo il rifiuto avuto dal re, si sia recato a Viterbo con mandato speciale dell’Alviano, i Diariî di Marin Sanudo sembrano escluderne la possibilità. Difatti un’informa- . zione da Milano del 23 luglio (4) dice che l’Umanista non era riuscito ancora, a quella data, ad entrare nella rocca ov'era l’Alviano e dalla quale, secondo una successiva deposizione fatta in Collegio dal Cotta stesso (5), quegli sarebbe stato allontanato il 22 dello stesso mese. Dunque il Cotta non avrebbe potuto abboccarsi con lui e non avrebbe, di conseguenza, potuto ricevere da lui l’incarico di recarsi a Viterbo. E con ciò cadrebbe la versione del Giovio e del Giraldi e di tutti coloro che ad essi informarono i loro scritti. Senonchè potrebbe darsi, ed io così penso, che la data 23 luglio, sotto la quale ci è stata traman- data quella informazione, si riferisca al tempo in cui la notizia giunse a Venezia. Ed in questo caso i Diarii, se non confermare,

(1) Diari, IX, 10.

(2) L. G. GrraLpiI, Op. e loc. cit. (3) Due aneddoti, ecc., p. 4.

(4) Diari, VIII, 544.

(5) Diarù, IX, 10.

38 V. MISTRUZZI

parrebbero non escludere la veridicità della versione suac- cennata.

Certo si è che il Cotta, dopo la partenza dell’Alviano per la Francia, recavasi a Venezia, dove giungeva il 2 agosto (41) e pre- sentavasi in Collegio per farvi quella deposizione, che fu rias- sunta molto sommariamente nei Diarii. E questa è l’ultima no- tizia precisa che sul conto del poeta ciì sia stata tramandata da Marin Sanudo.

Dal 2 agosto in poi la tenebra più fitta ci vieta di seguire i passi del nostro umanista. Che cosa abbia fatto fino all’agosto 1510 non ci è dato sapere e vane son riuscite le ricerche tentate per colmare questa lacuna. Però, se osserviamo ben bene, non mancano gli elementi per tentare un’ipotesi. L'ultima notizia che leghi la memoria del Cotta all’anno 1509 e l’unica del 1510 si. riferiscono entrambe a trattative da lui esperite per togliere di mano ai Francesi il prigioniero. Non sarà pertanto da rite- nersi arrischiata la congettura ch’io fo, che cioè egli abbia speso buona parte del suo tempo in favore di Bartolomeo d’Alviano.

Così, per entro all’oscurità, giungiamo al momento della sua morte, che dicesi avvenuta in questo le fonti e gli ultimi bio- grafi sono d’accordo per mal contagioso a Viterbo, ove egli s'era recato con speciale mandato dell’Alviano, allo scopo già detto.

Sulla data della morte i biografi sono invece ben lontani dal- l'essere concordi e v’ha chi la pone al 1510 (2) e chi all'anno dopo, come fece Nicolò Tommaseo (3) per un’errata interpreta- zione della fonte più autorevole, il Silvano. Così v'ha pure chi la pone al ventottesimo (4) anno della vita del poeta e chi al trentesimo (5) e chi infine al trentunesimo (6). Come si vede,

(1) Diara, IX, 10, 11.

(2) GivLiarI, Della letter. veron., p. 262; Giov. Cotta, in Protom. Veron., p. 67; Due aneddoti, ecc., p. 4; CrisTOFORI, Op. cit., p. xI.

(3) Dizionario estetico, I, p. 98.

(4) MAFFEI, Up. cit., p.376; GivLIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4.

(5) GiuLIARI, Della letter. veron., p. 262; CristoFORI, Op. cit., p. x.

(6) GivLiari, G. Cotta umanista, cit., p. 67.

GIOVANNI COTTA 39

la stessa discordanza che abbiamo notato circa l’anno di nascita, troviamo presso a poco anche qui per quella di morte. L'auto- rità di Bernardo Silvano, alla quale ci siamo appellati più d'una volta, ci toglierà anche qui d’imbarazzo (1).

Ed in che mese mori? Ecco: sappiamo dai Diari di Marin Sanudo che Giulio II, partito da Roma la mattina del 18 agosto, il 25 era già in viaggio per Viterbo, dove giungeva sicuramente il 27, perchè proprio in quel giorno l’oratore veneto arrivato col papa ne informava per lettere la Signoria. Vi trattenne pochissimo, perchè il 30 di quello stesso mese mettevasi in viaggio per Montefiascone (2). Ora è probabile che il Cotta, sapendo della venuta del papa a Viterbo, si sia recato colà ad incontrarlo e che, colto dal male, vi sia morto (3).

Se così fu, come tutto lascia credere, la sua morte deve porsi agli ultimi d'agosto o ai primi di settembre del 1510.

Sempre vane risultarono le ricerche tentate prima dal Giuliari ed ora da me per sapere dove furono sepolte le sue spoglie e se di qualche scritta fu onorata la sua tomba. Lorenzo Scradero cita veramente un epitafio di tre distici, che dice posto sul suo monumento nella Cattedrale di Verona, ma non trattasi che del noto epigramma del Sannazaro «non a questo fine composto » (4).

Se però il tempo non ha permesso che giungesse fino a noi il ricordo del suo tumulo (3), non è stato tanto edace da cancellare tutte le vestigia che tracciò quel trapasso. Quando la notizia della morte del giovine poeta si sparse per le regioni della

(1) Prolegomena alla Geographia ProLomAEI, cit.

(2) Tutte queste notizie ricavo dal Saxtpo, Op. cit., vol. XI, pp. 1%9, 198, 262, 278.

(3) Si noti che cosa dice il Giovio, Op. e loc. cit.: « quum ad Julium « Pont. pervenisset, paucos post dies oborta pestilenti febre, ... interiit ».

(4) Due aneddoti, ecc., p. 4. |

(5) Vedi Marri, Op. e loc. cit. Io sono indotto a credere che il poeta non abbia avuto altro riposo all'infuori di quello di una tomba comune; ricorda: heu, Cotta, iacebis ignotos inter tumulos » di Basilio Zanchi (Poemata, Berg., 1747, p. 118 sg.).

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Penisola, fu d'ogni parte una voce di compianto, cui s’accom- pagnò una elegante corona di carmi e di epitaffi dettati per l'occasione. Non si pretenderà che io li riproduca qui e neppure che li citi, accontentandosi il lettore di vederli riprodotti nella lodata edizione del Morelli (1). Neppure indugerò a ricordare gli onori con i quali Verona e Legnago vollero manifestare la loro ammirazione per il disgraziato poeta (2).

Noterò soltanto che un monumento più duraturo dei marmi e dei colori con cui ha voluto, fin dai tempi che di poco se guirono la sua morte, onorarlo la patria, elevò a stesso il Cotta con i carmi latini, monumento che ancor oggi, dopo cinque secoli di storia, attira, se non l'entusiasmo, certo l’am- mirazione dei posteri.

V. Le opere di erudizione e i carmi latini.

Non v’ha, io credo, scrittore italiano, sulle cui opere la sorte avversa abbia tanto imperversato e cui la gloria abbia reso la dovuta giustizia, come Giovanni Cotta, il quale, costretto negli ultimi anni di sua vita ad errare d'una in altra parte d'Italia per delicate missioni, giunse al momento dell’immatura sua morte senza aver raccolto per le stampe i frutti del suo ingegno e della sua vasta erudizione.

Le vicissitudini militari e politiche di quel fortunoso anno 1509, che per qualche giorno parve a taluno l’ultimo della veneta libertà, non dovettero essere senza tristi effetti per l’opera let- teraria di Giovanni Cotta. La rotta di Ghiaradadda se vogliamo credere al Giuliari (3) e al Tommaseo (4) fu una duplice

(1) Vedine enumerato qualche altro dal GieLiaRrI, Due aneddoti, ecc., p. 10. (2) Vedi GivLiarI, Due aneddoti, p. 11, come pure E. Cessi, Op. e loc. cit. (3) GruLiarI, Della letterat. veronese, ecc., p. 262 e Due aneddoti, p. 4. (4) Dizionario estetico, cit., I, 98.

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sciagura per lui, in quanto in essa e perdeva il suo illustre ‘mecenate ed amico, Bartolomeo d’Alviano, prigioniero dei Fran- cesi, e lasciava sul campo in balia del nemico i libri e i ma- noscritti, che dovevano contenere non solo la sua opera origi- nale, ma anche i suoi lavori di erudizione.

Datosi infatti fin da giovane ad una vita laboriosissima, con assidue letture e commenti di classici latini e greci, egli si metteva in grado di dare alle stampe, prima ancora d’essere pervenuto al ventennio, alcune Annotazioni a Properzio, che avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 a Venezia nella stam- peria di Giovanni di Tridino (1). Il Giuliari citò questa stampa al 386 del suo lavoro su La letteratura veronese al cadere del sec. XV senza averla mai veduta, giovandosi della partico- lareggiata descrizione che ne diede L. Hain (2). Ma il Maffei, che l’ebbe tra mano e la citò nella Verona illustrata, osserva che le Annotutiones in Propertium tum per Domil. Calde- rinum, tum per Joannem Cottam Veron. promesse in prin- cipio, poi non si leggono. Ed anche il Graesse ne rileva la man- canza (3).

Quella stampa, divenuta rarissima già al tempo del Maffei, io non riuscii a rintracciare che in due esemplari, di cui uno nella biblioteca Vaticana ed uno nell’Universitaria di Bologna (4), del tutto simili a quella descritta dal Graesse. Mancano quindi anche qui le Annotazioni cottiane. Tutto pertanto fa credere che l'opera del Cotta non abbia mai veduto la luce. Però, anche am- messo ciò, il suo solo annuncio sulla raccolta veneta del 1500, cui cooperarono ingegni di indiscusso valore, sta a dimostrare la soda cultura del giovane e l’importanza della sua opera.

(1) TistLuus, CattLLUS et ProOPERTIVS cum Comm. Bern. Cillaenii, Anth. Parthenii, Palladii et Phil. Beroaldi, ecc., Venetiis, per Joann. de Tridino, 1500, die vero XIX Madij, in f.

(2) Repertorium bibliograph., ecc., vol. I, parte I, J. Renouard, 1827, p. 78.

(3) J. G. Ta. Grasse, Trésor des livres rares et precieux, Dresde, 1861, tomo II, p. 86.

(4) Sono gli incunabuli: barberiniano B.B.B., V, 26 e A.V. R., VI, 14.

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Pochi anni dopo esce a Roma, con i tipi di Bernardino Vitali, la Geografia di Tolomeo (1), in cui ebbe parte anche il Cotta. Ed è questa la sola opera umanistica, che, fra tante, ci sia ri- masta di lui. Fra gli illustri, che diedero mano a quell’edizione, sono da annoverare Marco Beneventano, Scipione Carteromaco, Cornelio da Viterbo.

Il Beneventano, dotto monaco celestino, trovandosi dinnanzi a certe gravi difficoltà per condurre a termine quella pubblica- zione, prese per compagno nello scabroso cammino il Cotta (2), che, dottissimo nel greco e nel latino ed esperto altresì nelle discipline matematiche, poteva essergli di grande aiuto in quella fatica, come fu realmente. Per fortuna sappiamo anche quale parte dell’edizione curò il Nostro, perchè un amico, Bernardo Silvano da Eboli, scrivendone nel marzo 1511 per la ristampa veneta (3), quando già il Cotta era morto, volle ricordata la parte di lavoro che v’ebbe e che consiste nelle emendazioni alle dimostrazioni matematiche, che trovansi nel capitolo primo e nel settimo (4).

Non starò qui a descrivere minutamente quella stampa e a

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(1) ProLomari CLaudii Geographia, Romae, per Bernardinum Venetum de Vitalibus die 8 sept. 1507, in fo. Poichè la copia, che ho potuto consul- tare alla Bibl. Comunale di Verona, ha perduta la carta, ove sono le indica- zioni bibliografiche, fui costretto a ricopiarle come le il GivLIari nel suo vol. Della lett. ver. al cadere del sec. XV, p. 263.

(2) Lo si rileva da una epistola dello stesso Beneventano a Giov. Badoer, patrizio veneto, che sta premessa : « et quia opus ipsum erat perquam difti- « cile, socium viae et laboris comitem assumpsi Joannem Cottam Veronensen. « utriusque linguae doctissimum virum et mathematices consultissimum, cujus « adminiculo fultus, omnem operam exacte visus sum mihi praestitisse ».

(3) ProLomaer CLaupa Geographia, Venetiis, per Iacobum Pentium de Leuco, anno 1511, die vero 20 mensis martii, in f.

(4) Ecco qui le parole di Bernardo Silvano: e Quod vero in iis, qui ab « ipso (cioè Marco Beneventano) castigati sunt, libris, mathematicae illae « demonstrationes, quae in primo et septimo libro sunt, emendatae admodum « leguntur; id non illi, sed Ioanni Cottae referri debet acceptum, qui ea luca « emendavit: neque enim aut ingenio, aut eruditione cuiquam nostra setate « Cotta noster cedebat ».

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mettere in rilievo la parte avuta dal Cotta. È in-fo/i0 grande con 33 tavole incise dal Buckinck e dal Ruisch, ed è ritenuta «splendida » dai bibliografi. Fra le tavole, per lo più colorate, è la Mappa del Nuovo Mondo, la prima secondo il Reumont (1) che si conosca.

Oltre i lavori citati, che ebbero la fortuna di vedere la luce, altri il Nostro ne curò, che andarono smarriti prima ancora che avessero l’onore della pubblicazione, come le Annotazioni a Plinio, ricordate da Paolo Giovio (2) e da Onofrio Panvinio (3), e le Orationes (4), forse di carattere politico, che erano ancora lette nella seconda metà del sec. XVI.

Queste opere di erudizione giovarono al Cotta in quanto, come abbiamo veduto, concorsero ad accaparrargli l'ammirazione di dotti illustri (5); ma la sua fama è legata principalmente ai carmi latini, pochi, ma buoni,. che ebbero fino ad oggi la fortuna di una quarantina circa di edizioni.

Quando Giovanni Cotta venne a morire nell’estate 1510, nes- suno di codesti carmi latini aveva veduto la luce. Dovevano però da qualche tempo circolare manoscritti, specie nelle mani degli amici, che egli contava numerosi non tanto nell'Italia set- tentrionale quanto nella meridionale ed in numero forse ben più rilevante di quelli oggi posseduti.

Abbiamo già veduto da un epigramma dell’Anisio come molti di essi fossero andati, non si sa come, smarriti e se ne lamen- tasse la perdita subito dopo la sua morte.

(1) A. Revmont, Bibliografia dei lavori pubblicati in Germania sulla Storta d’Italia, Berlino, 1863, p. 131.

(2) Elogia, cit.

(3) Op. cit. Ma la sua testimonianza non ha alcun valore perchè deriva persino nelle parole dal citato elogista.

(4) P. Giovio, Elogia, cit.: < Orationes eius extant; et in Plinium erudita scholia perierunt »; O. Panvinio, Ant. veron.: « Item orationes aliquot, quae <«exstant... et in Plinium erudita scholia, quae perierunt, edidit ».

(5) Lucervs Veron. Epistola ad Petrum Bembum, cit.; B. SILVANUS, Op. cit.; P. VaLerIancs, Op. e loc. cit.; M. Grazzo, Cronica, loc. cit.

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Probabilmente un carme latino perduto aveva inviato al- l’Anisio il Cotta chiamandolo :

nomine quo toties appellavere Catullum

dando così l'argomento all’altro dell'amico in risposta al suo conservatoci nell’edizione napoletana del 1533 (1).

A dispersione di scritti, senza però specificarli, accenna come abbiam veduto anche Pierio Valeriano (2), scritti che potrebbero essere quelli ricordati più sopra o quell’opera poe- tica di vasta orditura, la Chorografia, ricordata da P. Giovio (8) e da O. Panvinio (4), di cui nulla sappiamo all’infuori del titolo.

Tuttavia la fama, che a Giovanni Cotta derivò dai pochi carmi rimasti e dalla stima in cui critici illustri li tennero in ogni secolo, si tramandò ai posteri e si sostiene tuttora in grazia di quel sentimento profondamente e perennemente umano, che ne è la caratteristica fondamentale..

I primi che noi incontriamo seguendo l’ordine cronologico, sono quasi certamente i due epigrammi a Marin Sanudo, e ricollegano al tempo del camerlengato di costui a Verona. Sono quindi del periodo che corre tra i primi di aprile del 1501 e ì primi di settembre dell’anno seguente (5).

Il giovane ventenne, che come abbiamo avuto agio di notare a suo luogo trovavasi allora in città forse per ragioni di studio, in breve correr di tempo entrava in amicizia con l'illustre ve- neziano. Aveva il Sanudo già terminato di scrivere le sue Vite dei Dogi, e s'era da qualche anno addossata l’immensa opera dei Diartî. Il Cotta, seguendo uno dei mali vezzi d’allora, al quale s’inchinavano ossequiosi anche i più eletti ingegni, am-

(1) P. 9.

(2) De litteratorum infelicitate, cit.

(3) Loc. cit.: « Chorographiae opus nobile versibus inchoatum... (periit) ». . (4) Loc. cit.: « Chorographiae... opus nobile verzibus inchoavit ».

(5) R. MuRaRI, Due epigrammi, cit.

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mirato di tanta opera, compose un epigramma (fì per congra- tularsene vivamente.

Il carme, sobrio e concettoso. raccoglie nel giro qualche distico la materia storica, che diede sviluppo alle Vite deî Dogi e, dopo un breve accenno a quello che dovrà essere l'argomento dei Diarii, si chiude con una caldissima lode al Sanudo, che, eternando nelle sue opere l’età incalzante con un poderoso fre- mere di lotte, rende immortale il suo nome e si accomuna agli Dei. L’epigramma, libero da ricordi mitologici, compassato e solenne nell’accenno alle vicissitudini belliche del tempo tras- corso, nelle quali si rivelò il valore veneto, culmina nel quinto distico, in cui è messo in rilievo il grande merito dello storico e l’importanza della sua opera. Indi, abbandonato il procedere grave dei primi versi, con movenze più sciolte scende a tributare al Sanudo le accennate lodi.

Lodi in vero meritate in parte, non però così come il Cotta le tributò, parificando il Sanudo a un Dio; ma a lui, giovane ancora, vissuto sempre tra la famiglia e la natia borgata, il pa- trizio veneto, che a Verona era divenuto per le sue belle doti il desiderato dei circoli letterari (2) e che, già chiaro per dotte opere, stava allora raccogliendo le gesta di tutta intera un’età in un’opera, cui solo il confine della terra era limite, dovette sembrare ancor più grande di quello che in realtà non fosse. Onde per questo e per la considerazione dell'età ancor giova- nile in cui l’epigramma fu composto, non ci sarà vietato l’essere indulgenti. Del resto tali erano i tempi, che l’esagerazione nel- l’encomiare come nel biasimare era un fatto comune, sia in prosa che in verso. E la lode del Cotta, tanto era allora di moda l’in- nalzare al cielo anche chi era poco degno della terra, pur di averne protezione o quattrini, non dovette parere ai contempo- ranei, come a noi sembra, un’intollerabile adulazione.

(1) « Magna quod innumeris implere volumina rebus ». (2) Mtrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, nel Suppl. 1, Pp- 145-148 di questo Giornale.

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Non è questo l’unico epigramma che il giovane poeta dettasse per Marin Sanudo. Quando il patrizio veneto commise ad un pittore rimastoci ignoto quel quadro che suscitò tante voci di plauso tra gli umanisti veronesi (1), anche il Cotta, chinan- dosi a uno degli usi del tempo, che faceva accumulare, anche per futili argomenti, versi su versi (2) e che era già in voga nel secolo precedente, volle manifestare al Camerlengo la sua ammirazione con un epigramma (3), il cui pregio sta nella strin- gata brevità con cui è tradotto un sentimento, che si presta ad ampollose espressioni, e nel modo ingegnoso con cui quel sen- timento è ritratto.

Ben diverso da questo e dal precedente è un carme di cui non è facile indovinare la data di composizione. A giudicare dallo scarso pregio artistico, che vi si nota, sembra lavoro gio vanile ed è forse da anteporre ai due primi. Si considera qui perchè di età meno certa che i precedenti.

Forse il Cotta, in uno dei suoi giovanili viaggi da Legnago a Verona, rimase colpito dalla bellezza della città e dall’amenità della sua postura e scrisse per essa quest’epigramma (4), che piacque tosto ai Veronesi per le lodi tributate alla loro patria. L’amore per la città dei suoi studì fece un po’ velo, è vero, al cuore del poeta, ma più lo fece nei contemporanei e nei posteri, che furono troppo indulgenti nel giudicare. Il carme ebbe in- fatti una fortuna che altri ben più degni non ebbero e corre tuttora su qualche labbro con compiacente soddisfazione. Così sovente l’amor di patria si sostituisce nel giudizio al senso ar- tistico e procura una fama immeritata.

Non fu immune dal lodarlo esageratamente il Giuliari (5), che

(1) Sono raccolti con altri scritti nel cod. CCCLXIV, cl. IX, It. della Marciana. Cfr. MvRari, Due epigr., p. 150.

(2) Vedi, ad es., BrrckHaRDT, Op. cit., vol. I, p. 357 sgg.

(3) È Vepigramma: « In picturam tini et agri Veron. >».

(4) « Verona, qui te viderit ».

(5) Due aneddoti, ecc., p. 10.

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lo dice « bellissimo », come chiamò « elegantissimo » il sonetto, in cui ne stemperò baroccamente il concetto informatore Ber- nardo Cappello (1). E anche il Costa (2) si lasciò trasportare da soverchio entusiasmo, quando ebbe a dirlo « il migliore di tutti i suoi carmi e nella sua modesta semplicità, cosa stupenda ». Ma la critica più recente non esitò a sfrondarlo dei troppo co- piosi allori, se pur non fu anche troppo severa si da classificarlo «asciuttissimo » (3) e tale da non far crescere di un ette la gloria del suo autore. .

Un altro carme latino, la cui data di composizione si solea porre tra il 1501 e il 1503, è l’epitaffio a Quinterio (4), che si immaginò composto per un rampollo della famiglia Da Quinto.

Era quella dei Da Quinto una casata ragguardevole di Verona e poteva fin d’allora vantare un passato glorioso d’attività e di studî, chè aveva dati nel Trecento quel Gaspare Da Quinto, che nel 1405 era stato tra coloro che recarono al Senato Veneto la sottomissione della Città, e quel giudice Leonardo, che fu tra i più dotti dell’età sua e che possedette anche una preziosa bi- blioteca (5).

Ora credevasi che il Cotta, frequentando a Verona i circoli letterari, avesse contratte relazioni anche con la nobile famiglia Da Quinto, per cui, venendone a mancare per morte un ram- pollo, ne avesse pianto con l’epitaffio l’immatura scomparsa.

L’ultimo biografo poi, il Cristofori, aveva creduto di ravvisare nel Da Quinto del carme, Leonardo (6), morto in età tarda il

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(1) Vedi le osservazioni di Gaetano Volpi edite dal FeDpERICI, Annali della Tipografia Volpi Cominiana, p. 79. Un'altra versione dell’epigramma è quella di I. Bevilacqua nelle ediz. del Benini e del Morelli.

(2) Nella lettera al Camerini, cit.

(3) CrisroroRI, Op. cit., p. 61.

(4) « Me longe effigie venustiorem ».

(5) Vedi CarLo Cipotta, Notizie intorno a Leonardo Da Quinto, giudice e letterato veronese del sec. XIV, Verona, 1885.

(6) Op. cit., p. 17. La versione del Cristofori fu seguita anche dal Pro- SPERINI, Up. cit., che non s’avvide dell'errore.

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6 giugno 1392. Ora non c'è dubbio che il Da Quinto del carme possa essere altri che un giovane, chè altrimenti non ci si po- trebbe spiegare l’epiteto nimis severa dato alla Parca e nep- pure l’accenno alla bellezza del volto ed alle forme apollinee. Sarebbe infatti inconcepibile, pur ammessa la superficialità propria di molti scrittori del tempo, che il Cotta, piangendo un personaggio da lui non veduto e morto in età avanzata, avesse proprio da ricordarne la bellezza giovanile, dimenticando la cul tura, per la quale unicamente quegli passò almeno a Verona alla posterità.

Fu adunque il Quinterio dell’epitaffio un giovane. Come poi si chiamasse e in quale anno morisse non è difficile il deter- minare.

In un cod. palatino (1) della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, di mano del Gherardi, contenente in prevalenza carmi latini del secolo XVI e qualche iscrizione tolta da chiese, specie di Roma, mi sono imbattuto in questo tumulo, che toglie di mezzo ogni dubbio:

Haec quicumque modo spirantia mollius ora Prospicit, et coeli nobile cernit opus,

Quam gemeret, mentis si conspexisset honorae Tot bona, naturae vix revocanda manu;

Diceret et: vitae comites, Probitasque Fidesque, Et Pudor, et formae gratia rara perit.

At tibi, Quinteri, longum mansurus in aevum Stet decor hic saxi, nec fluiturus honos.

Basterebbe quest’epitaffio da solo a metterci sulla buona via, ma c’è di più. Leggesi infatti più sotto: « Jo. Antonio Quinterio « ex laude Pompeia Johannis Columnae Cardinalis Ap. ministro, « quì non ante visas naturae dotes moribus iuxta adaequavit:

« gratiae decorisque et virtutis alumno: Fratres Pientiss. B.

(1) II, III, 284, c. 130 r.

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« M. P. Obijt inexplicabili Fatorum invidia annos agens XXI. «M.III.L.XIIX. ante VII. Kal. Septem. M.IILLXXXIX » (1). Nessun dubbio quindi che il Quinterio pianto dal Cotta possa essere altri che Giannantonio. Quanto poi alla data di compo- sizione dell’epitaffio cottiano credo non si debba andar errati ponendola al tempo della dimora del poeta a Lodi, patria del Quinterio.

Il carme è interessante sotto un duplice aspetto. Anzitutto, se è vero che fu composto a Lodi, sarebbe il primo in cui si sente ben distinto il sapore catulliano e quindi potrebbe essere un valido argomento per avvalorare l’ipotesi che egli si occu- passe fin d’allora con particolare amore del cantore di Lesbia. In secondo luogo sarebbe importante perchè ci dimostrerebbe come egli trovasse già a vent’anni, liberandosi da una tradizione prettamente umanistica seguita in patria, un indirizzo personale nel ritrarre il sentimento. Sarebbe infatti sommamente interes- sante il vedere quale diversità di mezzi impieghi il Cotta, in confronto con gli altri scrittori di epitaffi, per suscitare in noi un certo senso di compassione; ma andremmo troppo per le lunghe. Vedremo invece soltanto, e di sfuggita, il Pontano e il Sannazaro che egli tenne per maestri.

Fra la maniera di costoro e quella del Nostro la diversità è molto accentuata. Mentre il primo chiama generalmente ad in- fiorare il tumulo e i mirti e le rose e le viole e quanti v'hanno fiori sulla terra, e le Chariti belle ed Apollo, e vede la fossa at- torniata dai lemuri e dai mani, e rievoca le virtù del defunto ed esprime la piena dell’affetto con un martellare di concetti e di frasi che incalzano battendo gli emistichi ed i piedi fino a stancare, con un’assidua lettura, il pensiero, il Cotta non ha nulla di tutto ciò. Egli non ha bisogno di termini pomposi per commuovere, chiama la circostante natura, evoca i ri- cordi poetici e le pagane visioni del Sannazaro, ma finge

(1) Il Gherardi nota in calce che il Quinterio fu celebrato anche dal Cotta.

Giornale storico Suppl. 23. 4

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che il sepolto parli al viandante; e dal colloquio, che ha una grazia quasi feminea e dal calore e dall’eloquente sobrietà delle immagini suscitate e dall’attica movenza della frase balza quel senso di racconsolata mestizia, che forma il pregio del- l’epitaffio.

Come si può desumere dalla lettura di analoghi carmi del Pontano, confrontandoli con il presente, lo studio che quegli pone nel rendere profumato il tumulo con i fiori, ì ricordi e il concetto pagano della tomba, il Cotta lo pone nel rendere com- movente senza grandi mezzi il monologo, che si impernia sopra un contrasto tra l’amore del defunto che, ardendo, rende infe- conda la terra e l’affetto del viandante che con le sue lagrime può rifecondarla e farvi nascere un fiore. |

Quello che il presente epitaffio ha di comune con i tumuli del Pontano è il sentire pagano e l’uso che vi si fa di imma- gini mitologiche. Ma mentre nel Pontano i miti parlano ed agi- scono, qui non sono che delle figure, dei semplici termini di confronto.

L’epitaffio incontrò il favore della critica ed ebbe la fortuna di una traduzione francese di Ronsard, che fu posta sulla tomba di Brinon (m. 1565) (1).

I carmi fino ad ora passati in rassegna appartengono, tranne l’ultimo, poco posteriore, al periodo che possiamo chiamare « veronese » perchè probabilmente composti prima della par- tenza del poeta per Napoli, cioè non dopo il 1508. Non sono certo se esclude l’ultimo tra le cose migliori del poeta, ma, specialmente se si consideri l'età giovanile in cui furono composti, non mancano di interesse. Se poi si vogliano mettere in relazione con gli altri che nello stesso genere uscivano dalle penne più o meno feconde dei versificatori concittadini, ancora affannati nella supina imitazione dei modelli classici, acquistano un pregio che non ci sogneremmo di attribuir loro, prendendoli

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(1) Benini, Ed, cit., p. 51.

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ed analizzandoli da soli. Di carattere encomiastico ed epigram- matico hanno pregî e difetti propri del genere: stringata bre- vità congiunta con una certa gonfiezza di concetti e di espres- sioni. Ma si abbozza già in alcuno di essi la tendenza del loro autore a ritrarre con spiccata personalità il sentimento e a li- berarsi dalle strettoie di una poetica divenuta convenzionale, che inaridiva le fonti dell’ispirazione.

A questi carmi ne tengono dietro altri, che si ricollegano con la dimora del Cotta a Napoli.

Non è a dire quanto la dimora nella città meridionale in seno all'Accademia sia riuscita efficace per l’evoluzione artistica di Giovanni Cotta. Sul fior dell’età, natura fervida e volta a co- gliere felicemente nel verso la spontaneità degli affetti, egli trovava colà quanto era più desiderabile per un giovane uma- nìsta, che intendesse, senza rinunciare per nulla alle gioie della vita, salire verso i vertici della gloria: un vivere gaio e spen- sierato, per non dire licenzioso, un cielo ed una natura ridon- danti di incantesimi ed un centro letterario in cui era tradizione che la Musa accompagnasse col canto pervaso di pagane visioni tutto il multiforme svolgersi della vita intellettuale e politica e popolare della grande città.

La tradizione iniziata dal Panormita che nelle riunioni del- l'Accademia non circoscriveva la conversazione entro alla cerchia del mondo antico, ma lasciava che vi giungessero piene di brio e di spensierata gaiezza le voci dell’anima popolare, aveva tro- vato nel Pontano un illuminato continuatore. Così accanto ai paesaggi del golfo partenopeo ed agli echi dei boschi sedenti a specchio dell’acque, popolati di tutte le immagini mitologiche che poteva evocare una mente nutrita di classicismo e ridon- dante di pagane sensibilità, si accompagnavano nei carmi del Pontano e dei Pontaniani le figure delle procaci bellezze di cui Napoli era piena, presentate con tocchi di calda sensualità, che molte volte rasenta la licenza.

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Quando il Cotta si trovò d’un balzo entro a quel mondo ele- gante, che, nell’indifferenza religiosa, morale e politica, non aveva di sano che la forma e che in mezzo alle tristi condizioni in cui versava l’Italia, si pasceva d’antico e teneva desta la musa con l’idillico e col comico, ritraendo prevalentemente gli ameni riposi delle ville e i vieti amori della città, si adagiò in quel mondo frivolo e vano e vuoto, come se fosse nato a quel- l’aure, e lo seguì. Non però pedissequamente. Se egli svolge nei suoi carmi i motivi predominanti della poesia locale, gli è che ei vive e palpita in mezzo a quel mondo viziato nel pensiero e nell'anima e ne condivide i giorni e gli entusiasmi. Non però tanto da spogliarsi completamente di quel carattere che la sem- plicità della vita fino ad allora condotta gli aveva coltivato nel fondo del cuore. |

Per questo la poesia del Cotta si stacca per alcune peculiarità di forma e di contenuto da quella del maestro e generalmente da quella che nel genere lirico fioriva ai sorrisi del golfo par- tenopeo in una sfilata di immagini e di figure mitologiche e di calde visioni della natura circostante.

Ciò che differenzia la maniera del Cotta da quella del Pon- tano, è anzitutto lo sfondo, il quadro entro cui l’idillio si com- pone. Mentre il secondo si compiace sovente di circondarsi delle scene della bella natura, non tanto ritraendole, quanto introdu- cendone immagini e voci per quell’insita facoltà che gli è propria di ritrarre l’intima simpatia, che ei vede tra la vita umana e il mondo della natura, il Cotta ama invece di esser solo con la sua fanciulla, cui parla dolcemente, con cui amabilmente scherza. Non che nel Pontano non si trovino carmi, da cui le accennate visioni e voci non vengano escluse e ove l’idillio si svolga tra l'amante e l'amata, ma non sono molti e per lo più son quelli in cul il posto generalmente tenuto dalla Natura viene occupato da figure mitologiche bandite dal Cotta nei carmi amorosi o da quella che non saprei se chiamare boccaccesca o catulliana lascivia, di cui ben poca traccia è rimasta nei carmi del Nostro.

Dell'opera del poeta che si possa far risalire al periodo della

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sua dimora in Napoli ben poco possediamo, sebbene nella sua produzione letteraria costituisca quello che v’ha di più originale e di più spontaneo. Sono otto carmi, di cui cinque amorosi, uno mitologico e due di genere faceto, alla maniera di Catullo.

I primi a farcisi incontro sono i carmi a Licori, in cui è ri- tratta in diversi momenti la passione per la fanciulla. Che essi si debbano ascrivere al periodo, diremo così, « napoletano », parmi indubitato, sia per il valore intrinseco che vi si scorge e che rivela un’arte già formata, sia per l’accenno che dell’amore del poeta per Licori è rimasto nei carmi di Cosmo Anisio.

Di costui abbiamo già veduto un epigramma (1) in forma di epistola con il quale invitava gli amici Catosso, Mario, Scopa, Perillo e Cotta in sua casa. Dopo avere in esso solleticato la loro curiosità, esce a dire:

Quare, si sapiunt, suos amores Catossus, Marius, Scopa et Perillus paurillum esse sinent sibi otiosos;

nam Uotta est in amore adhuc ineptus.

Si tratta adunque di un’avventura d’amore toccata al nostro poeta? Può darsi. Ad ogni modo, senza tentare inutilmente di rompere la tenebra, ci basti il registrare che egli s'era dato a quel tempo agli amori e che vi si era gittato con tutto il tras- porto e la foga di un principiante, incorrendo probabilmente in una lepida disavventura e suscitando il crasso riso degli amici bontemponi. Chi era la fanciulla che gli rubava così e tempo e cuore? Licori? Non è detto.

V'ha un altro carme (2) dello stesso Cosmo, che è ancor più interessante, perchè ci assicura che la donna armata è proprio Licori. Peccato però che questo amore del Cotta sia veduto da Cosmo non già con i propriì occhi, ma indirettamente, attra-

(1) Vedi Cosmi AnysIl Poemata, cit., p. 16. (2) Cfr. Cosmi Anysit Poemata, p. 16, oppure F. FEDERICI, Annali, p. 77, l'epigr.: « Siccine improba te Lycoris urit ? ».

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verso i carmi che l’amico gli aveva inviati e che in parte noi conosciamo. |

Chi è adunque Licori? È superfluo anzitutto il dire che tale non era certo il nome della fanciulla, ma che esso appartiene sicuramente a quella schiera numerosa di nomi letterari dati alle loro dive dai poeti quattro e cinquecenteschi, sotto i quali si adombravano figure feminee realmente vissute o moventisi solo nell’immaginazione che le creò e le chiamò a vestire di grazie peregrine altri men leciti amori.

A sentir Cosmo Anisio, la fanciulla che è passata sotto il nome classico di Licori sarebbe del ceto delle «lascivae puellae » che in Napoli a quel tempo facevano perdere la testa e tener eser- citata la musa ai poeti vecchi e giovani dell’Accademia. Ma non tale ce la tramandò nei versi il Cotta nell’atto di sorridere e di arrossire ad un tempo nel primo dei carmi, quando l’inna- morato le chiede in pegno d’amore un ricordo. E se nei suc-

cessivi essa pare svestirsi di questa virtù, non è mai dipinta

come le amanti Fannia, Stella, Focilla e tante altre che fecero dimenticare al Pontano i doveri di marito, e le innumerevoli che si muovono voluttuosamente entro al Parnaso napoletano di quel tempo.

Per Licori il Cotta compose quattro epigrammi, che nelle edi- zioni figurano variamente disposti, ma che sarà bene considerare in una progressione che dia modo di analizzare in momenti gradatamente più espressivi la passione che li dettò, e che ri- sponda possibilmente anche a quel criterio cronologico dal quale abbiamo voluto fin qui guidato lo studio dei carmi cottiani.

La brevissima silloge s’apre col carme:

Amo, quod fateor, meam Lycorim.

Il poeta è da qualche tempo innamorato perdutamente della sua fanciulla e ne è corrisposto. L’affetto tenerissimo che per lei coltiva ha acceso nel suo animo una passione, che lo brucia fin nei precordi. Lo confessa; però non ha mai osato chiedere a lei nulla che gliene possa mitigare l’ardore. Un giorno, in un

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momento in cui Licori lo sta guardando « fixiore ocello », si fa animo e le chiede, non senza esitazione, un piccolo dono, come pegno del suo immenso affetto. La fanciulla sorride ad un tempo ed arrossisce, indì, compiacente, tagliata una ciocca di capelli, che pendeva, vibrando all’aure lievi, sul bel volto, la avvolta in un filo d’oro al poeta innamorato. Ma quello non è il dono chiesto dall’amante, vale a lenirgli l’intimo ardore. Anzi fa l'effetto contrario. La passione già divampante si accresce di nuovo fuoco, onde il poeta sgomento corre a spegnere nella fiamma la cagione della nuova fiamma, chiedendo perdono alla fanciulla del suo atto, non da altro inspirato se non da un ac- ceso amore per lei.

Il carme è tutto una grazia. Graziosa, la presentazione del suo .

amore e il contrasto tra l’affetto nutrito dalla fanciulla e il ri- tegno del suo pudor virginale, di cui è l’eco genuina nel verso di Torquato Tasso (1):

rideva insieme e insieme ella arrossia;

leggiadra, la descrizione nella ciocca fatata, che tu vedi pendere, come il poeta la descrisse, vibrando all’aure leggere sul bel volto; indovinato, il pensiero che si racchiude nei quattro versi di chiusa.

Lo svolgimento del motivo sentimentale, su cui è imperniato il carme, sale con un «crescendo », che ti trasporta e che serve magnificamente a ritrarre il fuoco d’amore, che divora il poeta; «crescendo » che, giunto ai massimi sviluppi, cede il posto ad un più calmo sfogo di sentimenti, nei quali la bollente passione pare gradatamente lasciare il passo a riposati affetti. E questo contrasto fra il procedere calmo dei primi endecasillabi e il concitato incalzar di essi nel più fervido spirar della passione, in cui tutto è capelli e fuoco e vampe e incendì d’amore, è di un'efficacia sorprendente. Per questo il presente carme è da ri- tenersi tra le più belle cose del Cotta.

(1) Gerusalemme Liberata, canto V, stanza 62.

Wai

56 V. MISTRUZZI

Più breve e più ingegnoso è l’epigramma:

Sive aliquid seu forte nihil mea lumina cernunt

l’ultimo, a Licori, delle edizioni. Il poeta, è inutile il dirlo, è sempre perdutamente preso nei lacci d'amore che gli ha teso la sua fanciulla e dovunque volga l’occhio, non vede che lei. Tutto per lui è richiamo all'immagine della sua Licori.

Or l’amante e l’amata stanno l’uno presso all’altra e guar- dano..... Dice l'amante: «Ogni cosa ch'io veda, mi richiama la «tua dolce immagine...» e l’amata risponde: « Mi credi forse «tanto ingenua? Tutti gli amanti ingannatori son soliti uscire «in tali fantasticaggini con le inesperte fanciulle ». Il poeta coglie l’ottima occasione dell’incredulità della donna per strap- parle ingegnosamente il bacio desiderato: « Dunque non mi « credi? Non credi a me che t'amo perdutamente? Ebbene! Cre- « derai almeno ai tuoi occhi! Guardami fiso! Che io muoia se le « mie pupille non ti riflettono come uno specchio fedele. Ma se «è così veramente come io sostengo, allora tu dovrai posare il «tuo labbro sugli occhi meritevoli ed io, quando ciò mi piaccia, «ti darò un bel bacio ». Ora che potrà fare la fanciulla se non cedere all’ingegnosità del poeta innamorato? Spassi ed idilli di amanti !

È un quadretto pieno di vita e di sentimento, cesellato con un bulino tutto cottiano. Non è questa la prima e non sarà l’ultima volta che il Cotta lavora di cesello con tanta abilità. Il segreto dell’arte sua, quando riesce particolarmente originale ed espressiva, è questo abbozzo del quadretto di brevi dimensioni e senza sfondo, in cui non si muovono più di due figure, in cui le due figure parlano. E la conversazione non ha nulla di ma- nierato e di pomposo, ma semplice e spigliata, se non ingegnosa come la presente, rapisce per la sua naturalezza e trascina di- rettamente al fine, a cui tende il poeta. E allora non resta che commuoversi o sorridere di compiacenza, a seconda. Tale il pro- cedimento artistico abbozzato in un epigramma al Sanudo, con-

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dotto a maggior perfezione nell’epitaffio di Quinterio, nel primo e nel secondo carme a Licori e nell’epitaffio di Caparione.

Se in questo e nel carme precedente abbiamo veduto il poeta accendersi alla dolce visione della sua fanciulla e sbocciare l’idillio in un muovere ora calmo ed ora concitato di affetti e di desiderîi, abbiamo notato però come il sentimento amoroso non assurgesse ancora alle forme morbose della passione, fosse tale da impedire al poeta di versarvi una sottilissima vena scher- zosa, che ne mitiga l’ardore. Ben diverso da entrambi è invece l'ultimo carme, che il Cotta durante la sua dimora a Napoli abbia dettato per la sua Licori (1).

Qui egli non si rivela ancora tanto padrone di da versare nel canto la sua caratteristica vena tra il patetico e il comico, sa più dominare il sentimento, guidandolo sopra un tenue filo di ingegnosità a suscitare nell'anima della fanciulla una eguale corrispondenza d’affetti, ma il sentimento prende il so- pravvento, la sottilissima trama si infrange nel turbine del- l'affanno interiore e un desiderio morboso pervade il canto dan- dogli sensibilità fino ad ora ignorate. La verità si è che la fiamma d’amore, appena lambente nei carmi precedenti il cuore del poeta, s'è alimentata di nuova esca ed è cresciuta divam- pando e dentro alle sue spire la sensualità prima solo accennata s'è scatenata in un irrefrenato prorompere di brame, che tro- vano qui il loro sfogo. E questo è appunto il canto della dedi- zione dei sensi. l |

La mente avvolta in un torpore diffuso e in un floscio ab- bandono di stessa, il poeta sta presso alla sua Licori. La febbre che lo consuma è talmente cresciuta, che la vista di ogni benchè insignificante parte del corpo di lei gli procura ventate di passione, togliendogli ogni pace. Ed ecco che egli si rivolge alla maliarda pregandola di risparmiargli l’intimo affanno e di evitargli gli incantesimi: il suono della voce, la bellezza del

(1) « Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori ».

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volto, il candore del seno e della mano. Ma non è contento tuttavia. Tutto ciò non basta perchè il desiderio non batta con fremiti nuovi alla sua anima. La vita non pargli più bella se non la allieti la dolce lusinga, se la pupilla non riposi sulla bella persona. E torna pertanto a pregarla insinuandosele blan- damente, quasi riprendendo il respiro, riaprendo gli occhi ve- lati dal torpore; le dice che vana è stata la preghiera di un istante prima, che egli ha bisogno per vivere di contemplare qualche gemma di lei. Ma quale, perchè egli abbia a sedare l’affanno tormentoso senza morirne tuttavia? « Alza egli esclama un pochino la veste e lasciami pascere il languido sguardo sul bianco piè tenero ». Ma ecco che ei torna a pen- tirsene e ricordando come un momento prima la vista di quel piede poco mancava non lo facesse cadere privo di sensi, vor- rebbe come non aver rivolto quella preghiera. Ma tosto la pas- sione erompe troncando ogni indugio, un’ondata di sensualità s'abbatte impetuosa sul cuore del poeta, che, stanco dell’intima lotta, esclama:

Verum jam cane, lux mea; jam mihi, lux mea, totam te retege atque omnes mi face delicias.

Nam si mors obeunda, inhians in te, mea, malim, vita, mori; vita est quod mihi amabilius

quam tristis desiderio tabescere amati

corporis, unde miser sim, et decuplo peream.

È questo tra i canti del Cotta quello che nell'espressione del sentimento erotico più si avvicina alla lussuria del Pontano laddove ei canta gli adulteri letti e le notti laboriose trascorse in compagnia delle sue etere. Tuttavia, benchè esso palpiti di una calda sensualità, che non troviamo negli altri carmi amo- rosi, è lungi ancora dal cadere nella lascivia spesso scurrile dei canti del maestro.

Quello che maggiormente interessa in questo carme è la con- citata violenza degli atfetti, la drammaticità che serve a ritrarre efficacemente l’intima lotta e che si accompagna alle movenze

GIOVANNI COTTA 59

del distico, calme e simmetriche da prima, quando ritraggono il torpore dei sensi, più sciolte man mano che il desiderio si ridesta, per farsi ancor più agili sulla fine quando esso tocca le note più alte.

Ben poco restami ad aggiungere a quello che la critica ha detto di questo carme. Mi sia permesso di riprodurre invece due soli fra i giudizî più autorevoli, con cui essa ha voluto dare al breve canto il più lusinghiero assenso, quelli dello Scaligero e del Tommaseo. Il primo, che generalmente è condotto a cen- surare aspramente l’opera del poeta, dimostrando spesso poca serenità di critica, a proposito di questo carme non lesina le lodi, tanto che lo dice « adeo molle, ut vel conatum, vel etiam « vota superarit: tantum enim habet amatoriarùm gratiarum ut «nihil addi, nihil demi, nihil mutari in eo genere dicendi « possit » (1). Ed il Tommaseo (2) lo chiama « cosa che vien « dall'anima proprio » (3).

Così siamo giunti all’ultimo carme a Licori (4), composto cer- tamente dopo gli altri fin qui analizzati perchè dettato lontano dalla fanciulla e da Napoli, forse in quel periodo non bene co- nosciuto della vita del poeta al quale si collegano il carme A# Calorem e l’epigramma A4 Gevaras fratres.

Il poeta è dunque lontano dalla sua fanciulla che è stato co- stretto ad abbandonare per seguire forse il Cabanilio o il San- severino, e nell’assenza il ricordo di lei atfacciandosi pieno di

(1) Op. e loc. cit.

(2) Dizionario estetico, Milano, 1860, I, 98.

(3) Di questo carme fin dalla prima metà del sec. XVI fu fatta una tra- duzione in distici elegiaci, che fu pubblicata con altri tentativi del genere nel raro libro di C. ToLomei, Versi e regole della nuova poesia toscana, e fu riprodotta nelle citate edizioni del Benini e del Morelli. Il Maffei che nella Verona illustrata ne pubblicò i due primi distici tratto certamente in errore dalla didascalia che nell’edizione del Tolomei precede la traduzione del carme la attribuì al Cotta, ma ne lo corresse molto opportunamente il Benini, dimostrando come fosse da ritenersi del Cotta non già la citata versione, che è adespota, ma il carme latino.

(4) « 0 factum lacrimabile atque acerbum >».

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blandizie alla sua mente, vi suscita i nostalgici richiami d'un tempo irreparabilmente trascorso, porgendo l'argomento al pre- sente carme, il quale altro non è che uno sfogo melanconico di sentimenti d’amore e di rîmpianto svolti con grazia non dis- giunta da semplicità. Il poeta vuol dire infatti alla sua Licori tutto il dolore passato e presente, in che l’ha gittato la lonta- nanza da lei? Ecco che ei lo ritrae attraverso agli effetti che ha esercitato sugli occhi suoi, non già belli come. un tempo quando Licori vi fissava pieni d'amore i proprì, ma gonfi e san- guinanti per le lagrime sparse. Così l'argomento, che si prestava ai flosci sdilinquimenti della gamma sentimentale propria della Musa erotica cinquecentesca, specialmente nei carmi latini e da cui il Cotta non seppe sempre liberarsi, viene svolto con mag- giore sobrietà ed originalità.

Non mancano tuttavia in questo breve carme certe deficenze, che consistono nell’aver portato all’esagerazione gli effetti del dolore nei suoi occhi, fino a dipingerceli sanguinanti e nell’avere, . oltre che tolto qua e da varî carmi di Catullo, ricalcate sul principio le movenze del breve carme a Celio (1); ma Vorigi- nalità con cui il sentimento viene svolto negli endecasillabi che seguono, ci fa perdonare al poeta queste ed altre imperfezioni.

Notiamo qui che questo e il primo carme a Licori incontra- rono non meno che il terzo l'approvazione entusiastica di Giulio Cesare Scaligero, il quale ebbe a dirne: « Epigrammata igitur « duo, versibus hendecasyllabis conscripta, et illius exprimunt « et Catullianorum explent animum; quare in illis quod mutem «non habeo » (2).

Con questo epigramma si giunge al termine dei pochi, troppo pochi canti d'amore, con cui il poeta volle intessere una leg- giadra corona alla fanciulla del suo cuore, canti, che, se pre- sentano qua e dei difetti, come abbiamo osservato, sono tuttavia di un valore incontestabile quando se ne consideri la

(1) « Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa ». (2) Poétices, lib. VI, loc. cit.

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freschezza d'ispirazione, il sano realismo e il calore e la pro- prietà dell’espressione. Soffusi qua e di grazia quasi feminea, talvolta solcati da una finissima vena d’arguzia o agitati da fre- miti di passione turbinosa, oppure pervasi da un’onda di me- stizia, essi sono certamente da ritenersi tra le cose più belle che donna abbia inspirato a poeta latino del Cinquecento, veri «trilli d’usignolo innamorato » come felicemente ebbe a defi- nirli un loro appassionato ammiratore (1).

Tranne l’ultimo che fu composto poco dopo, essi sarebbero da collegare col tempo trascorso dal poeta in Napoli. Non è però agevole fissarne con sicurezza la data, perchè se è certo che il Cotta giunse nella metropoli del Mezzogiorno nella pri- mavera o tutt'al più nell’estate 1503, non sappiamo con preci- sione quando se ne allontanasse. Ma, se si ammette con Paolo Giovio (2), che egli, prima di passare al servizio di Bartolomeo d’Alviano il che fu molto probabilmente nel marzo 1507 abbia trascorso qualche tempo alle dipendenze del Sanseverino e del Cabanilio, non si cadrà molto lontani dal vero collocan- doli nel periodo che precorre di poco la sua partenza per l’Italia settentrionale, vale a dire tra l’estate 1503 e il 1506.

I carmi composti in questo frattempo sarebbero adunque ì primi tre a Licori e l’epigramma ad Anysium, anteriore, di conseguenza, anche agli ultimi endecasillabi alla fanciulla na- poletana considerati un momento fa. Il desiderio di analizzare l'uno dietro l’altro i carmi a Licori ci ha indotti a dare uno strappo al criterio cronologico tenuto per base nella trattazione; quello di esaurire il tema dei canti d'amore ci persuade ora a considerare, prima dell’epigramma all’Anisio, il grazioso carme al fiume Calore. |

Il Cotta, capitato nelle terre del Principato, forse in uno dei suoi peregrinaggi d’ufficio, s'era imbattuto, presso alle sorgenti del Calore, in una giovanetta, Rubella, e se n’era invaghito,

(1) I Mvrari, Op. cst., p. 148. (2) Elogia, loc. cit.

62 .V. MISTRUZZI

onde, tornato alla dimora abituale, amava lungo le rive del fiume rievocare quell’incontro e riviverne i momenti di tenera com- mozione. E sboccia così il canto.

Il poeta è presso alla sponda del Calore e gli parla. Egli vuol sapere dall'acqua corrente notizie della sua fanciulla, vuol con- fidarle tutto l’ardore che gli turba lo spirito, farla messaggera d'amore. Però il suo linguaggio è blando, tenero, appassionato. Il canto inizia con un caldo appello al fiume e ripete nei due primi versi un motivo catulliano, quasi copiandolo; ma se ne libera tosto per assumere movenze e concetti propri. L’innamo- rato vuol conoscere dal Calore che stia facendo la sua fanciulla, ed ecco che glielo chiede in un seguirsi grazioso di immagini, che si chiudono in quella, nella quale egli ama comporre il suo amore. « Certo egli esclama ora sta bagnando le sue belle «membra entro alla fresca corrente delle tue linfe ed essa, « ricevendone il calore, me lo trasmette fin qui, entro l’ossa ».

L'immagine evocata gli porge motivo di giocare su un leg- giadro contrasto, in verità non del tutto nuovo. Caro tuttavia al Cotta, che se n’era giovato nell’epitaffio di Quinterio e, seb- bene più parcamente e con uno svolgimento più originale e quasi opposto al primo, nel primo carme a Licori, qui è ripreso e condotto sulla falsariga di quello dell'epitaffio. È l’effetto del- l’amore che non può essere annullato che da un corrispondente grado d'amore: nell'epitattio l'amore di Quinterio rende sterile la terra che lo ricopre e solo le lagrime del viandante valgono a rifecondarla; qui la passione erotica con il suo fuoco dissecca la corrente del fiume e solo le lagrime d’amore di chi l’ha pro- sciugata, varranno a ridarle l’impeto consueto. Ma il contrasto ridotto a brevi proporzioni è grazioso e piace; qui invece tende al barocco. Senonché, appena abbozzato com'è in due versi, è ben lontano dal dare quella stonatura che sarebbe inevitabile se fosse diluito largamente.

Con tono carezzevole ed accalorato ecco come il poeta, che ha un delicato messaggio da affidare all’onda del fiume, le insinua blandamente : « Ma tu, o Calore,

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GIOVANNI COTTA 63

sic olim amoenus auratis dicare cornibus, arduusque Volturno ferare victo, illique iam auferas nomen —,

« risali alla tua sorgente, di’ alla luce mia che tu spesso potresti «inafidire al fuoco dell’amor mio, se non rinascessi uguale al- «l'onda del mio pianto. Dille che io non posso tenerle celato « tanto affanno, sopportare tanto male e morirne ogni ora. «Che se ella non è di me immemore e le è amara la mia sorte «e grato l’amor mio, allora dille pure che io son pronto a tol- «lerare ogni affanno ».

Al carme non mancano i pregi. Graziosa è anzitutto l’imma- gine della Montella che, innamorata del Calore, ne riscalda nel seno la vergine sorgiva, delicato il contrasto tra la spensierata gaiezza in cui è ritratta la fanciulla e la vita melanconica e triste dell'amante che, pieno gli occhi di lei, segue pensoso l'acqua del fiume scendente a lambire le vetuste città del Sannio. Ma quello che più di tutto piace è la calda preghiera condotta sopra un motivo classico, con cui il poeta si rivolge al Calore perchè ricordi alla sua Rubella l’affanno in che vive e le chieda corrispondenza d’affetto.

Come vede, il carme si stacca notevolmente dai precedenti. In quelli la scena è ristretta e si svolge in un colloquio tra l'amante e l’amata ora imperniafo intorno ad un lepido motivo amoraso, ora condotto sopra un accalorato o nostalgico sfogo di passione. Qui invece il quadro si allarga ed abbraccia più di quanto in un momento sia concesso all'occhio, in un intrecciarsi di immagini delicate, tra cui si insinua, senza esservi descritto, qualche aspetto della bella natura e vi si effonde con più ma- linconia che sorriso l’anima innamorata del poeta. Per questo anch'io con il Cristofori, ben lontano dall’accogliere l’ingiusto giudizio dello Scaligero (1), ritengo questo carme per la schietta eleganza del linguaggio, per il colorito vivo, per la venustà

4 e —_

(1) Pueétices, lib. VI, cit.

64 V. MISTRUZZI

squisita ma non leziosa della forma la più bella tra le poesie amorose del Cotta.

Anteriore, come si disse, al carme al fiume Calore e all’ul- timo a Licori è l’epigramma all’Anisio, composto nei primi anni della dimora del poeta in Napoli, quando il Cotta dopo la morte del Pontano godette per qualche tempo l’ospitalità dei Gevara.

Durante tutto questo periodo egli continuò a mantenersi in intima relazione con un altro illustre amico, Cosmo Anisio, con il quale aveva in comune anche una certa affinità nel sentire, quale rivelasi dalla produzione letteraria di entrambi. Talvolta amava anche trascorrere qualche ora insieme, approfittando di qualche invito a cena e scherzando bonariamente con lui.

L’Anisio componeva di tanto in tanto qualche carme e lo in- viava al Cotta, che lo metteva tra i suoi e lo teneva caro. È da sapere che le figlie di Antonio Gevara tenevano in casa loro un cervo ammaestrato. Ora un bel giorno quel cervo addentò il manoscritto che conteneva i carmi del Cotta e dell’Anisio e se lo divorò d’un fiato come se quei versi fossero più salati del sale e più dolci del miele. Verità o non piuttosto leggiadra in- venzione di un poeta di spirito? Certo si è che il Cotta da questo avvenimento reale o immaginario trasse l’argomento per un epigramma (1), in cui descrive, tal quale fu da noi esposto, il caso occorsogli, non mancando di condirlo di sale catulliano con una semplicità piena d’arguzia e d’ironia, ch’ei non risparmia neppure a stesso.

(1) « Ambo dulcia, ne verere, et idem ». Il Cristofori nel cenno storico- critico premesso alla sua versione poetica di questi endecasillabi dice che l'Anisio a cui l’epigramma è indirizzato è quel Giovanni, in Accademia Giano, che, nato nel 1472 a Napoli, amante delle discipline legali ed umanistiche, dopo aver viaggiato qualche tempo fuori di patria, morì nel 1540. Non cre- diamo tuttavia che il Cristofori colga qui nel segno. Basterebbe l’epigramma « ad Gevaras fratres » per convincerci che l’Anisio a cui è diretto questo carme non è Giano, ma Cosmo. Mentre con quest’ultimo il Cotta ebbe note- voli relazioni d’arte, tanto che ci rimangono epigrammi scambiati a vicenda, dell'amicizia con Giano non ci è rimasta altra traccia all'infuori dell’ecloga Melisaeus, in cui il Nostro è introdotto a piangere la morte del Pontano.

GIOVANNI COTTA 65

Comico e arguto è l’argomento del carme ai fratelli Gevara (1), composto pur esso lontano da Napoli. Il poeta si trova presso alle rive del Calore e, stanco ed annoiato della solitudine in cui, lontano dalla numerosa ed allegra brigata napoletana, è d'improvviso caduto, vuol giocare una burla a Cosmo Anisio. Gli scrive narrandogli meraviglie del nuovo soggiorno ed egli, credulo, accorre e va ad abitare con lui. Ma il poeta ha avuto anche un altro intendimento. Geloso come era l’Anisio della sua Cicella, egli ha voluto, chiamandolo in quell’esilio, in cui vive solitario, punirlo contemporaneamente dell’eccessivo egoismo, facendolo bruciare dal sole dell’Apicio in modo che, tornando a Napoli, la fanciulla più non lo riconosca e n’abbia orrore. Il gioco intanto almeno a metà gli riesce e ne informa subito i fratelli Gevara con un epigramma solcato da uno spirito così fine che non è possibile trattenerci dal sorridere ed è tanto più efficace in quanto è scevro da qualsiasi studio della forma.

E ben dovettero ridere e dell'amico e del burlato Cosmo i due fratelli. Non così il povero Anisio, il quale, avuto per mano l’epigramma del Cotta, si affrettò a comporne uno (2) per Ber- nardino d'Alviano, pregandolo di non negargli i suoi servigi e di restituirlo, levandolo da quelle pene, alla sua Cicella.

Abbiamo così passati in rassegna i carmi del periodo « napo- letano », canti d'amore e di passione o modellati su lepidi argo- menti della vita allegra trascorsa. In essi l’idillico si fonde col comico ritraendo mirabilmente uno degli aspetti più caratte- ristici dell'anima italiana del principio del sec. XVI, che s’ap- pagava della forma e amava atteggiarsi ad un perenne sorriso.

A questi carmi tengono dietro altri, che ci trasportano in una sfera diversa, in cui nuovi sentimenti si agitano, più nobili e più virili. Condotto d’un tratto dal Mezzogiorno al Settentrione

(1) « Ridete, o lepidi mei Gevarae ». (2) E il carme: « Heu quis me miserum Deus malignus », a p. 5 della citata edizione delle sue opere.

Giornale storico Suppl. 33. 6

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d’Italia, mutata la vita frivola precedentemente trascorsa in un’altra tutta attività, in un ambiente in cui fervevano passioni militari e politiche, il Cotta muta il suo canto. L’idillio cede il posto all’epinicio, e il sale comico scompare per far luogo al sentimento patriottico. Sbocciano così l’ode alcaica per la vittoria del Cadore e quel grazioso epitaffio di Caparione nel quale il frivolo argomento che l’ha inspirato lascia il campo ad uno sfogo di sentimenti generosi.

Fra i carmi del periodo napoletano e questi ultimi sta per il contenuto l’elegia De Minois regis impietate, che il Cotta dettò per Azzio Sincero Sannazaro per congratularsi con lui se condo una felice ipotesi del Cristofori (1) di. una grave ma- lattia felicemente superata. Di questa malattia o non è rimasta memoria o a noi non è toccata la sorte di metterci sulle sue tracce, per cui non ci è stato possibile fissare la data del carme. Abbiamo creduto di considerarlo qui, perchè rappresenta un anello di congiunzione tra i canti del periodo napoletano e quelli, scarsissimi, che ei dettò nell’Italia settentrionale. Quest’elegia infatti si stacca notevolmente dalla produzione fin qui analizzata per peculiarità di contenuto e di forma, perchè si impernia intorno ad un argomento mitologico, dal quale il poeta sale a considerazioni d’ordine elevato, e perchè non pre- senta eco alcuna di quei motivi catulliani, che abbiamo di tanto in tanto incontrato fin qui.

E questo l'unico carme cottiano di contenuto prevalentemente mitologico e non è certamente dei migliori. Vi si nota una . soverchia libertà nel trattare l'argomento, perchè in esso l’au- tore rifà a suo modo la leggenda di Minosse considerandola alla luce di un avvenimento di cui non è rimasta traccia nei poeti latini e greci che cantarono le leggende di Creta. L’atto inconsulto del mitico re dell’isola attira sul suo capo l’ira delle Muse, che lo confinano nel Tartaro e accumulano sulla sua famiglia una sequela di lutti: così per esso Pasifae disdegna l’amore del ma-

(1) Op. cit., p. 73.

GIOVANNI COTTA 67

rito e si abbandona agli illeciti amori del toro, e, dellé figlie, Arianna, per quel delitto rapita da Teseo, viene abbandonata sul deserto lido di Nasso e Fedra, innamorata di Ippolito, accu- mula colpe su colpe. A questi ricordi mitologici che occupano la prima metà del carme, tengono dietro alcune considerazioni sulla santità della missione affidata al vate e sulla sua inco- lumità, considerazioni che si chiudono con un’enfatica lode al Sannazaro. E

-L'elegia presenta alcuni difetti: anzitutto una certa difficoltà nell’afferrare il pensiero del poeta, difficoltà che deriva non già dall’argomento mitologico, ma dalla libertà con cui è stato svi- luppato; poi l’intollerabile stonatura di quell’accenno cristiano dell'Uomo-Dio vindice nel Giudizio Universale in mezzo ad ele- menti del tutto pagani.

Quello che rende interessante l’elegia è il contenuto, perchè. in essa il poeta abbandona il fare leggero dei carmi del periodo napoletano preludendo a un più virile sfogo di sentimenti.

Fra i carmi di contenuto patriottico (1) il primo cronologi- camente, che ci si presenti, è l’ode alcaica per la vittoria di Bartolomeo d’Alviano in Cadore (2), composta probabilmente nel marzo del 1508 (3).

In essa il poeta inizia con un’invocazione solenne a Talia perchè eterni nel canto il nome del vincitore e ne ricordi le gesta (str. 1-2), indi, richiamandosi ai tempi da poco trascorsi, quando sugli animi gravava il peso della minaccia teutonica (3-4), abbozza con immagini concitate lo svolgersi della battaglia. Ecco, mentre il nemico incalza verso i piani italici, l’Alviano s’av- venta ruinoso nel più acceso incalzar della mischia e i monti e gli alpestri Fauni stupiscono alla vista dell’esercito véneto (5-6). E i Germani orribili, soliti a calpestare impunemente il suolo

(1) Vedi per questi M. GaLpi, La tracotanza teutonica nel pensiero di un umanista del sec. XV, in Vela latina, a. Ill, 42.

(2) « O quae alma grato carmine fortium ».

(3) Sancpo, Diarii, VII, p. 347 sgg.

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italico, s'accorgono che s'è riaccesa l'antica virtù e che un nuovo Mario combatte contro di loro. Ma l’Alviano incalza: il fiore della gioventù alemanna cade tingendo di rosso le candide nevi cadorine e il Piave impetuoso (7-8). La rocca è presa e invano s'oppongono i petti nemici all’italico valore, invano contro ai nostri si schierano e le asperità dei luoghi e il tempestar delle bombarde. L’Alviano incita i suoi, che gli si stringono attorno, e vince (9-12). Di qui passando a ricordare i fattori più efficaci della vittoria, il Cotta esce in calde lodi per Bartolomeo d’Al- viano e per Giorgio Corner che, concordi nell’opera, fiaccarono la tracotanza nemica e rasserenarono il Senato, rendendo alle genti trepidanti la pace (13-16): |

Vos iam timebit barbarus, ac suis pedem cavebìit tollere finibus, ni laeva mens est, Dique nostros accumulare volunt triumphos.

Quanto siamo dunque lontani e dai teneri carmi a Licori e dai leggeri epigrammi ai letterati napoletani! Il poeta, che vede sul campo insanguinato volare la vittoria alata e sente un fre mito di romanità spirare sulle violate nevi cadorine, qui con- divide e canta la passione e l’esultanza di tutto un popolo. Non è chi non veda come nella produzione letteraria di Giovanni Cotta quest’ode sia una rivoluzione. Come può essere accaduto cio? Gli è che il Cotta è poeta veramente e trae dalla vita l’isp+ razione del suo canto. Ecco perchè a Napoli i suoi carmi sono trilli d’usignuolo innamorato, perché nel Settentrione sono sosti- tuiti da un concitato fremere del sentimento patriottico.

Patriottico nel senso che gli suole attribuire il ’500, perchè per l'incertezza delle condizioni politiche in cui viveva l’Italia in quel secolo, dilaniata dalle invasioni di popoli stranieri, il con- cetto di unità, retaggio solo di pochi spiriti eletti cui il resto viveva completamente estraneo, era ben lungi dall’essere sentito. Per questo il pensiero politico di Giovanni Cotta che, com'è cantato in quest'ode, non è ancora nazionale nel senso unitario,

GIOVANNI COTTA 69

si ricollega con tuttà quella produzione letteraria cinquecentesca che con simili intendimenti fu suscitata come reazione all’in- vasione francese e spagnola. Non già il concetto d’unità, ma . l'odio contro lo straniero, la gioia per la sua disfatta è il mo- tiro predominante non solo di quest’ode, ma di un altro epi- gramma. Senonchè mentre qui quell’odio è concentrato contro un nemico, è volto contro tutti, contro

... Quisquis verat barbarus Italiam.

Ed è appunto il pensiero politico racchiusovi e la sincerità con cui fu espresso, che rende interessante quest’ode. Essa però fu variamente giudicata dalla critica. Lo Scaligero arrivò a dirla «indegna d’esser letta » (1), ma i critici posteriori furono ben lontani dall’uniformarsi al suo giudizio. Emilio Costa (2), pur non disconoscendone i meriti, ammette che essa « perda nel con- « fronto con altri d’argomento men grave »; opinione che è da tutti i critici ammessa, anche dai più recenti, come dal Fla- mini (3), il quale stima che « se non raggiunge l'eccellenza delle « elegie amorose, non è forse inferiore, per bene espressa carità « di patria, alla celebratissima del Navagero sulla devastazione di « Padova, e certamente avanza i carmi ispirati dalla medesima « vittoria a Romolo Amaseo e al Borgia ». A_ proposito del quale, se la tirannia dello spazio non me lo vietasse, mi sarebbe grato riportare qui parte del carme, che servirebbe non solo a dare un’idea della superiorità del Nostro sul letterato napoletano, ma a dimostrare altresì come i concetti espressi dal Cotta nella sua ode-epinicio siano stati da esso riprodotti con qualcuno degli stessi richiami classici, che abbiamo notato (4).

n —__—

(1) Poétices, lib. VI.

(2) Nella prefazione alla sua Antologia della lirica latina in Italia nei sec. XV e XVI, Città di Castello, Lapi, 1888.

(3) Il Cinquecento, p. 119.

(4) Vedilo tuttavia nel vol. Le rime di Bart. Cavassico, a cura di V. Cras, Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua, 1893, disp. CCXLVI, p. ccLxxI1 sg.

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Il secondo carme in cui faccia capolino il sentimento patriot- tico è l’epitaffio di Caparione (1), che per l’accenno, che vi si nota, di imminenti lotte contro i Galli fedifraghi, deve essere stato composto nei primi mesi del 1509, quando i preparativi bellici per la guerra contro i Francesi distolsero l’Alviano e il Cotta dalla quiete di Pordenone.

Caparione era stato il cane fedele di Bartolomeo d’Alviano ed il suo nunzio e le schiere germaniche avevano imparato a conoscere dal suo latrato la presenza del duce. Ora, poichè per esse quella presenza era segnale di sicura sconfitta, il latrato del cane ne era messaggio. E ne avevano orrore. Ma Caparione era morto e l’Alviano l’aveva fatto coprire sotto un tumulo e ne aveva segnato con un marmo la fossa. Fu in quell’occasione che il Cotta compose quest’epitaffio. Egli immagina che il cane parli al viandante perchè ne riporti al padrone le voci. E quali potranno essere queste voci se non il ricordo dei tempi gloriosi da lui condivisi? «Un giorno egli racconta le schiere « germaniche m’udirono per caso latrare nell’oscurità e, credendo « che, come al solito, s'avvicinasse il duce, fuggirono spaventate. « Ma, ridendo, disse una delle Parche: Non trepidate! è già ab- « bastanza che voi abbiate temuto una sola volta, i fati per- « metteranno che venga qua colui che or fuggite, prima che « abbia mandato all’Orco i Galli traditori e chiunque, barbaro, « calpesti il suolo italico ». A questa parte, che racchiude un fortissimo pensiero, segue un distico che attesta l'affetto e la riconoscenza di Caparione anche oltre la tomba:

quisquis ades, domino haec referas, precor; haec quoque pauca addito: amat te etiam trans Styga Caparion.

L'epitaffio è condotto con quella semplicità che è caratteristica del poeta. Vi si introduce, come in quello a Quinterio, l'elemento mitologico nell’accenno e nelle parole della Parca, ma è fug-

(1) « Caparion ego sum, quem vivum maxime amavit ».

GIOVANNI COTTA 7}

gevole. Quello che interessa più da vicino è l’assurgere, che vi si fa, da un argomento per frivolo ad accenti che invano si cercano in altri tumuli, inspirati da questi animali. A proposito dei quali, per non perderci in lunghi raffronti, che pur sareb- bero d'un certo interesse, manderemo il lettore a quel copioso mosaico che è l’Asmprithealrum sapientiae socraticae joco- seriae (1), ove sono anche raccolti parecchi carmi in onore del cane.

Ed eccoci così all’ultimo carme. |

Come abbiamo avuto campo di notare in più di un’occasione, G. Cotta ebbe un vero culto dell'amicizia. Egli fu sempre amico sincero e, con l’Alviano, eroico. Abbiamo anche veduto come questo sentimento d’amicizia entrasse a pervadere qualche carme; lo vedremo informare anche le lettere. Però dove la sua anima buona ed affettuosa si rivela maggiormente è nell’epigramma ad A. Navagero e G. B. Dalla Torre (2), solcato anche da un tenue rivolo di mestizia, che ce lo rende ancor più caro.

Il poeta, che da qualche tempo vive in dimestichezza con i due letterati veneti, è costretto a staccarsene per passare in altre terre, e loro con questo carme l’addio, esprimendo tutto l'amore che nutre per essi, chiedendo in pari tempo, anche nella lontananza, uguale corrispondenza di affetti.

L'epigramma è dei più teneri e dei più sentiti del Cotta e sgorga dalla sua anima affettuosa come una limpida polla. Ha tutto il candore delle cose spontanee. Par quasi che il poeta non s'accorga neppure delle reminiscenze catulliane con cui si apre e si chiude, condotto com'è senza palese studio della forma.

Il Cristofori, commentando storicamente questo carme, lo dice composto sullo scorcio del 1507 (3). A parte l’errore cronologico

(1) Hanoviae, typis Wechelianis, Impensis Danielis ac Davidis Aubriorum et Clementis Schleichii, MDC.XIX, vol. I, p. 525 sgg.

(2) « Iam valete, boni mei sodales ».

(3) Op. cit., p. 21.

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che ei commette qui e che noi abbiamo avuto campo di cor- reggere, crediamo non sia possibile collocarlo, com’egli intende, al chiudersi della corte letteraria di Pordenone e perchè il Navagero seguiva lui pure l’Alviano nella lotta contro ì Fran- cesi e perchè non ci è attestato che il Dalla Torre fosse stato a Pordenone. Non nascondiamo d’altronde un grave imbarazzo nello stabilire con maggiore precisione la data di composizione di questo breve componimento. Dovette certamente essere stato in occasione di una partenza del Cotta che non lasciava proba- bilità di un prossimo ritorno. Ma quale? Allo stato attuale delle ricerche non è possibile dare una risposta. Può darsi che si riferisca a quell’ultimo anno di vita del poeta, del quale non è rimasta traccia nelle memorie del tempo.

E così si chiude l’opera poetica di Giovanni Cotta. A lui però furono attribuiti anche alcuni carmi che poi non si riconferma- rono per suoi.

Fra questi è quel grazioso epigramma /n Hiellae ocellos (1) che fu aggiudicato al Nostro nell'edizione dei Carni di Ba- silio Zanchi e di Lorenzo Gambara e d’altri, uscito nel 155% Il Cristofori, che ne fece cenno nel suo studio, mostra di dubiì- tarne ancora (2), anche per riscontri con alcune frasi usate dal Cotta. :

Non è vero anzitutto che il Morelli lo attribuisca ai fratelli Gian Stefano e Catelliano, perche egli lo come del Navagero, riferendosi all’edizione veneta del 1530 curata dagli amici stessi del poeta veneziano e all’opinione di Gaetano Volpi (3). Ora il breve carme è indubbiamente del Navagero e per le ragioni addotte dal Morelli, e perchè Hiella è stata la sua ispiratrice, e perchè vi si sente la maniera del legittimo autore, che più

(1) « Quamvis te peream aeque, Hyella, totam >». (2) Op. cit., p. xxt1. (3) MoreLLI, Op. cit., p. 43.

GIOVANNI COTTA 73

del Nostro deriva dai modelli antichi e dai poeti d’amore con- temporanei. Quei riscontri, che il Cristofori nota tra questo epigramma ed altri del Cotta, sono come egli osserva molto giustamente luoghi comuni della poesia amorosa del tempo.

Non è certo del Cotta l’altro che si intitola /n Laurentem pro libertate patriae tyrannicidam aggiudicatogli da G. Gagneo, dal Volpi e dal Benini. Lo ripudiò il Morelli (1), meravigliandosi come si sia potuto attribuire al Cotta un carme, che si riferisce ad un avvenimento posteriore di 37 anni alla sua morte.

Così pure crediamo col Morelli che non abbia nulla a che fare con il Nostro quel componimento poetico fatto sullo schema del sonetto, che si intitola Puellae visendae desiderium (2). Gli fu attribuito nella citata edizione oporiniana dei carmi di B. Zanchi e L. Gambara, ma il Morelli lo rifiutò (3), giudicandolo di uno dei fratelli Gian Stefano e Catelliano.

Per la storia di questa imitazione latina del sonetto toscano, piace riferire che Publio Francesco Spinola milanese, chiesto da Marcello Ugoni bresciano, se fosse possibile riprodurre nella lingua di Virgilio il sonetto con rispettivi versi e rime, ne l’ac- contentò inviandogli il presente carme di un certo Cotta, avuto da Andrea Camuzzi, medico e filosofo di Lugano (4). Lo Spinola poi lo pubblicava nel libro dei suoi Endecusillabi, che uscì a Venezia nel 1563. Credo anch’io col Morelli che questo compo- nimento non si debba accettare come del Cotta e perchè dal Camuzzi non è detto di Giovanni e perchè non figura nelle precedenti edizioni e nei manoscritti. Vi si aggiunga che tutti i nominati personaggi lombardi fanno pensare più a un loro conterraneo, cioè a Gian Stefano o a Catelliano, che al Nostro, con la cui maniera il sonetto non ha nulla in comune.

(1) Op. cit., p.46 n.

(2) « Aura en Favoni mitiorque Caurus ».

(3) Op. e loc. cit.

(4) Desumo queste notizie dall'epigramma di Publio Francesco Spinola con cui il sonetto trovasi accompagnato.

74 V. MISTRUZZI

-

Arriviamo così alle lettere, due sole, il cui contenuto fu già da noi accennato a suo luogo. Esse non presentano gran che di rilevante, se si eccettuino l’espansività e la gentilezza d'animo di chi le scrisse. Vi si nota invece un particolare studio della forma, in uso presso gli umanisti e gli scrittori del Rinascimento, che mettevano nell’epistolografia la stessa cura, che usavano nei carmi, cosicchè le vediamo tornite e fiorite di grazie estranee alla semplicità dello stile epistolare famigliare. Una esagerata ampollosità nuoce alla prima, scritta circa a vent'anni, donde consegue una difficoltà, in mezzo a quell’in- trecciarsi di proposizioni, nell’afferrarne il contenuto. Ben più spigliata e semplice è la seconda, scritta da Napoli al Sanna- zaro in Francia. Non mancano tuttavia alle due lettere i pregi, che ci fanno lamentare la perdita delle altre, forse molte, che il poeta, contornato d’amici, scrisse nel breve periodo della sua vita e che avrebbero giovato indubbiamente a lumeggiare qualche periodo non chiaro della sua attività e a farne comprendere maggiormente l’opera letteraria. I

Abbiamo terminato così di analizzare la scarsa opera di Gio- vanni Cotta, alla quale la critica diede, come vedremo, quasi sempre il suo assenso.

Uno dei punti sopra i quali taluno indirizzò il suo strale fu l'imitazione di Catullo. Vi dovette essere anche chi arrivo a tacciare il poeta di plagio dall’antico concittadino, se ancora nel secolo XVI vi fu in G. Matteo Toscano (1) chi lo difese ener- | gicamente. |

Vi sono è vero dei carmi amorosi che in qualche verso ripetono i ritmi e talvolta i concetti stessi del cantore di Lesbia, ma i raffronti sono scarsi. I primi sei versi del IV a Licorì ri- sentono di reminiscenze di più di un carme di Catullo : il primo e il terzo endecasillabo sono ricalcati sui due primi dell’epi-

(1) Pepli Italiae, 1. IT, 56: « Cottam ad sidera dum meis vocare ».

GIOVANNI COTTA 75

gramma a Catone (LVI) (1), mentre gli altri tre ricordano i primi del carme a Celio (LVIII).

Così anche l’inizio del carme Ad Ca/lorem fluvium ha il me- desimo muovere di quello di Catullo a Sirmione (XXXI) e la chiusa del X del Cotta ricorda quella dei carmi a Furio (XXVI), all'amante di Mamurra (XLIII) e al passero di Lesbia (III), senza che però siavi imitazione nel concetto e nelle parole del poeta latino. Sono motivi ritmici che il Cotta riproduce forse senza accorgersene, tra i quali nell’inizio già detto del IV a Licori si insinua qualche voce ormai consacrata dal linguaggio amoroso. |

Altri di questi motivi ritmici, che non si possono certo dir plagi, sono l’ «aestuosa anima aestuosiorem » del IV carme a Licori cui corrisponde l’ « ebriosa acina ebrosioris » (XXVII) e il distico « Ergo non credis mihi? non mihi credis amanti », che si potrebbe non senza fatica ricondurre al carme ad Asinio, ‘ove Catullo esclama « Non credis mihi? crede Polioni » etc. (XII). Così il « flosculus Iuventiorum » (XXXIV) può essere stato pre- sente alla mente del poeta quando compose l’epitaffio di Quin- terio e il « venite in ignes » del XXXVI carme quando dettò il primo a Licori. Ma qui non si può parlare di studiata imita- zione, tanto meno poi di plagio. Tocca sovente anche a’ poeti migliori, ben lontani dal pensiero di rubare altrui, di riprodurre nei loro canti immagini, emistichi e talvolta interi versi dai maestri maggiormente studiati e divenuti, per dir così, parte di loro stessi. Così è toccato al nostro poeta ed a qualche altro poeta del Rinascimento, sebbene tra i catulliani contemporanei il Cotta sia, in fatto di reminiscenze, tra i più parchi.

C'è poi qualche altro raffronto, che non può dirsi propriamente plagio da Catullo, e che si può invece ricondurre a « luoghi comuni » della poesia amorosa greco-romana, entrati universal- mente nei poeti cinquecenteschi, come le espressioni comunis-

(I) I numeri romani indicano il numero progressivo occupato dai rispettivi carmi di Catullo nell'edizione teubneriana.

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sime di fuochi, fiaccole, fiamme, incendì d’amore, che entrano nel campo delle similitudini e delle figure della poesia ero- tica (1). Così è certo un luogo comune il concetto espresso nel sesto verso del IV carme a Licori, perchè la dichiarazione che la donna amata è più cara degli occhi, era d’uso frequente nei poeti, non in Catullo soltanto, dove pur trovasi nei carmi al passero di Lesbia (III, 5), all'amico Calvo (XIV, 1) e all’amata (LXXXII, 3; CIV, 2), ma anche in altri scrittori sia latini che greci.

A questi luoghi comuni della poesia erotica si può ricondurre anche il giuramento d’amore per il proprio capo del carme VI, di cui è un esempio in Catullo nell’epigramma sulle sue rela- zioni con Lesbia (XCII) e la protesta d’amore a qualunque costo, anche della morte, che è nel carme III a Licori, che trova ri- scontri non in Catullo soltanto, ma anche in Properzio e in Ovidio. i

Un «luogo comune » è anche l’elemento mitologico, del quale il Cotta non abusò. Benchè accenni del genere si trovino in qualcuno dei suoi carmi, tuttavia l’uso che ei ne fece fu si parco, che si può quasi affermare che egli sfuggi a questo malo vezzo dei tempi. Il richiamo che il Cotta fa talora dei miti non ha altro scopo all’infuorì di quello di colorire il pensiero o l’im- magine. Un solo dei suoi componimenti poetici è in parte im- perniato sopra un motivo mitologico, l’elegia sull’empietà del re Minosse, ma il mito non è un luogo comune, bensì l’ar- gomento del canto.

Mai o quasi mai entra la mitologia nei carmi d’amore, se eccettuino gli accenni ad Encelado ed a Tifeo del IV a Lì- corì (VIII, 24) e alle Ninfe in quello al fiume Calore (IX, 2 e 22); mai in quelli ai letterati napoletani, negli epigrammi al Nava- gero ed a Verona. Nei due epitaffi ricorre l'elemento mitologico

(1) Vedi R. PicHon, De sermone amatorio apud latinos elegiarum scri- ptores, pp. 18-26, e C. Pascat, Poeti e personaggi catulliani, Catania, Bat- tiato, 1916, 193 sgg.

GIOVANNI COTTA

nei richiami a Narcisso e ad Apolline (IV; 2) come termini di paragone per la bellezza di Quinterio e negli accenni alla Parca (IV, 3; XIV, 8), all’Orco e allo Stige (XIV, 11, 14). Ma son richiami fuggevoli, nomi che nel palpito che anima la ma- teria trattata, passano inosservati. Un po' meno parco il Cotta è nell'’ode per la vittoria del Cadore (X, passim).

Di Catullo nel Cotta è l’uso degli schemi ritmici da lui pre- feribilmente usati, il linguaggio fiorito di diminutivi e vezzeg- giativi non però condotto alla leziosità del Pontano e la spon- taneità del sentimento, che non si lega in formule, ma si libera, ora melanconico, ora impetuoso nei carmi con semplicità e na- turalezza.

La critica fu, come abbiam detto, generalmente favorevole all’opera del Cotta, ma non mancarono le voci discordi. Il giu- dizio più severo fu certamente quello di G. C. Scaligero che, non ostante il più lusinghiero assenso dato singolarmente ai carmi d'amore, arrivò poi a rimproverare al poeta « quum sese ad « Catulli mollitiem totum effinxisset, tantam numerorum nequi- «tiam addidisse ut etiam affectasse palam sit » (1). Il suo pen- siero fu condiviso dal Gravina, che ebbe a scrivere: « Troppo « studio ancora usò il Cotta nell’affettata tenerezza del suo stile « rotto e stemperato nei numeri e pieno, per così dire, di « smorfie femminili, che per troppa frequenza si rende stuc- « chevole. Fortunato, che con scarsa materia e si lento vi- « gore ha saputo acquistare e fino ai nostri sostener tanta « fama » (2). Severo è anche il giudizio di Jacopo Gaddi. « Qui « [Cotta] lascivum poetam imitatus est in carmine, secutus est « brevitate vitae, quam amisit plane iuvenis; dignus longiori, «si maturum, grave, castumque scribendi genus adhibuisset. « Corrupto tamen aevo lasciviamque amanti, vel certe nimiam « mollitiem, aut teneritudinem poèticam, poemata Cottae saepius

(1) Poétices, 1. VI, cit. (2) Della ragion poetica, 1. I, XLI.

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« edita fuerunt olim; quae deinde, florentibus poétis nobilioribus « et gravioribus, languere sunt visa » (1).

Contro queste tre voci isolate s'alza un coro di plauso e d'as- senso. Il Partenio (2), G. Rapicio (3), L. G. Giraldi (4), Q. M. Cor- rado (5), lo stesso Gravina (6), non ostante il giudizio severo già riportato, non esitarono a porlo con il Sannazaro, il Pon- tano, il Fracastoro, il Bembo, il Navagero, il Flaminio e pochi altri tra i migliori del suo secolo. Il Flaminio stesso in un epigramma (7) protestava di preferire i carmi del Cotta a quelli dello stesso Catullo con un giudizio indubbiamente esagerato ed audace ma che non contrastato dai critici posteriori, quali I. Gaddi (8) e G. M. Toscano (9) serve a darci un'idea del- l'entusiasmo con cui erano letti i carmi del poeta.

Non fu meno favorevole la critica dal sec. XVIII in poi. Il Volpi chiamava i carmi del Cotta, con quelli del Fracastoro, del Bonfadio, del Fumano e di Nicolò d'Arco, « suavitatis et elegan- « tiae plenissima » (10); il Maffei, « d'antico sapore e di grazia singolare » (11) e il Tiraboschi « tali che quanto maggiore è il « piacere che si sente leggendoli, tanto maggiore è il dolore « che si pruova al vederne scarso numero » (12). Particolar-

(1) De scriptoribus non ecclesiasticis, t. I, p. 46. (2) De poetica imitatione, cit.

- (3) De numero oratorio, 1. V. (4) De poetis, ecc., cit., Opera, Lugduno Batavae, t. II, 5398. (5) De lingua latina, 1. XIV.

(6) Nell’Epistula de conversione dottrinarum. Vedi MoRELLI, cit., p. 23. (7) Eccolo: Si fas cuique sui sensus expromere cordis, hoc equidem dicam pace, Catulle, tua: Est tua Musa quidem dulcissima; Musa videtur ipsa tamen Cottae dulcior esse mihi.

(8) Op. e loc. cit.

(9) Op. e loc. cit.

(10) Nella lettera preposta all’edizione cominiana dei carmi del Fracastoro e d'altri del 1718.

(11) Op. cit., p. 210.

(12) Storia della letter. ital., t. VII, 1, III, cap. IV, $ XVIII.

GIOVANNI COTTA 19

mente interessanti ì giudizi del Tommaseo e del Costa. Il Tom- maseo così scriveva: « Nel verseggiare latino [il Cotta] sovrasta «al Fracastoro, al Flaminio e a tanti altri troppo già celebrati. «Il Cotta ha stile suo. ha candore ed affetto e la natura. l'ami- « cizia, la bellezza egli canta appassionato e semplice e vero, «meglio che i canzonieri del suo tempo... Ed è bello vedere «in cuor tenero sensi forti e dolce rammentare che la vera « delicatezza non è mai senza forza. Il Cotta ha del peruginesco « nel fare » (1). Ed Emilio Costa: « O tema ed insieme desideri « udir la voce della sua bella, che lo fa beato e al tempo stesso «lo strugge. o canti il dono ch'essa gli ha fatto d'una ciocca « de’ suoi capelli. che più viva gli accendono nel cuore la fiamma. « 0 lo struggersi degli occhi suoi pel gran pianto. egli è così «vivo. così fresco, così vero, che assai ragionevole ci pare l’en- « tusiasmo con cuì lo onorarono i suoi contemporanei e il nu- «mero grande di edizioni che ebbero, anche assai più tardì, 1 «suoi carmi » (2).

Se però la critica fu generalmente concorde nel giudicare l'opera complessiva del Cotta, nei riguardi dei singoli carmi essa fu quant'altra mai in contrasto. Non mi dilungherò qui nel- l'esporre i varì giudizi, che abbiamo già veduti nel corso di questo studio, e per non ripetere quello che ha già fatto con somma diligenza il Murari (3). Mi sia invece concesso ripor- tare un brano con il quale il dotto studioso chiudeva la sua disamina, brano che costituisce una fra le pagine più vere che sul poeta siano state scritte fino ad ora: « Questa discordanza « profonda ne’ giudizi, che non ha certo la sua ragione nella « parzialità o nella incompetenza dei giudici, è una prova .... «essa medesima che l’opera poetica del Cotta, anche in quel « poco che potè giungere sino a noi, si eleva da quella lette-

(1) Dizionario estetico, cit., 1. I, p. 92.

(2) Vedi la già citata prefazione alla sua Antologia della lirica, ecc.

15) R. Mtrari; Due epigrammi, p. 160. Alcune belle pagine sulla poesia del Cotta serisse E. Costa nel suo articolo Z7 Catullo del Cinquecento, comparso in Vita Nuora, a. I, 11, Firenze, 31 marzo 1839, 4 sgg.

80 V. MISTRUZZI

« ratura spicciola umanistica con cui al suo tempo una pleiade « di latinisti cercavan d’illudere, più che gli altri forse stessi « di essere eredi della genialità classica di Roma. Poichè unica «la vera arte soggettiva, non già la imitazione supina di mo- « delli pure squisiti, che ha per mezzo tecnico solo il mosaico « di frasi lambiccate o ripescate e ricucite, può, secondo che il « critico sente quello che sente il poeta o dissente da esso, in- « spirargli il biasimo sincero o la lode più ampia. Così della « soave musa del giovinetto poeta noi potremo ripetere ciò che « il Toscano al maestrucolo ricordato più sopra:

» .... suum Catullum Cottam sic imitarier, Catulli proclive ut minus aemulum aemaulari sit, ipsum quam imitarier Catullum ».

VI.

Le rime.

Se dei carmi latini di Giovanni Cotta non mancò mai chi di tanto in tanto si occupasse, non c’è stato fino ad ora alcuno che facesse altrettanto per le poesie italiane, che dormono ancora il sonno di cinque secoli, in cui il più squallido oblio le ha tenute.

Eppure non è da credere che queste poesie fossero ignorate dagli studiosi. Il fatto d’essersene divulgata una per le stampe fin dal 1546 (1), aveva attirato l’attenzione del Giuliari, spin-

(1) È la ballata

A che vo' riveder l’amata donna.

che uscì tra le Rime diverse di molti eccellentissimi autori, ecc., 1. I, Venezia, Giolito, 1546, che noi contrassegniamo con F. Il Giuliari non conosceva il

sonetto O bianca man che in me ’l gran foco occolto

che fu pubblicato nel 1547 dallo stesso Giolito nella raccolta di Rime di: diversi nobili huomini, ecc., i due che furono impressi per la prima volta nell'edizione romana del 1752.

GIOVANNI COTTA S1

gendolo a tentare una ricerca, che non può dirsi sia rimasta senza frutto (1). Però ancor prima che a lui eran capitati tra le mani al Volpi (2) e al Morelli (3) dei codici, che ne conte- nevano alquante e ne avevano entrambi preso nota.

Coloro che più d'ogni altro fermarono su questo lato della produzione letteraria del Cotta l’attenzione degli studiosi, furono il Foffano (4), che in un suo breve scritto rese conto di due co- dici marciani contenenti alcune di quelle rime, e qualche anno dopo il Murari (5), che poco v’aggiunse di nuovo. Entrambi poi, come i loro scritti comportavano, non andarono più in di una semplice indicazione bibliografica.

Ho creduto pertanto conveniente, per offrire un uo il più che fosse possibile completo della personalità artistica del poeta legnaghese, di non trascurare anche questo aspetto men noto per non dire ignorato della sua attività e non ho risparmiato le ricerche, i cui frutti son per esporre qui ai cultori delle patrie lettere.

I manoscritti che contengono poesie italiane del Cotta non sono molti. Uno, come già dissi, era noto anche al Giuliari e prima di lui al Volpi ed al Morelli. A quest’ultimo anzi non era sfuggito un secondo manoscritto che il Giuliari, non ostante le sue ricerche, non era riuscito a rintracciare.

Sono questi i Codd.:

A Cod. 202, Ital., cl. IX della Bibl. Marciana (6) che fu già di Apostolo Zeno; è cartaceo, in-4°, del sec. XVI, diviso in

(1) Trovo nelle sue schede negli antichi Archivî veronesi annessi alla Bi- blioteca Comunale di Verona l'indicazione di due codici contenenti rime del Cotta: il marciano 202 e il palatino di Firenze 221.

(2) La sua nota fu pubblicata dal FepERICI, Annali della tipografia Volpi Cominiana, p. 79 sg.

(3) Vedi a questo proposito F. ForFaNo, Op. cit., Appendice, p. 335.

(4) Op. cst., al capitolo Di alcune rime inedite attribuite a G. B. Cotta, pp. 335-337.

(5) R. MurarI, Due epigrammi, ecc., p. 157 n. Vedi anche CkÒistoroRrI, Op. cit., p. xx1v sg.

(6) Vedi F. Forrano, Op. cit., p. 336.

Giornale storico Suppl. 23. 68

82 V. MISTRUZZI

due tomi e contiene rime volgari di diversi autori, una ventina circa, più o meno noti, dal secolo decimoquarto al secolo decimosesto. Le rime del Cotta, che stanno nel t. I, nel quale le carte 88-147 almeno sono scritte dalla stessa mano e non più tardi del ’500, sono:

a) A che vo riveder l'amata donna c. 1227

db) Si duramente mi tormenta Amore c. 1227

c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto c. 123" d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1237

e) So ben che non aita c. 123".

B Cod. 213, Ital., cl. LX della Bibl. Marciana (4) che fu ° pure di Apostolo Zeno. È cartaceo, in-4°, miscellaneo, dei se- coli XVI-XVIII e risulta composto con scritture di età diverse. Da c. 15" a c. 72” v’è una raccolta di rime di autori di vari se- coli, stesa tutta da una stessa mano del secolo XVI, tra cui sono le seguenti del Cotta:

a) Scio ben che non aita c. 397

b) Che volsi me infelice, allhor quand’ io c. 40°

c) Quanto più pensa l’alma et dir il vole c. 40%

d) Non scio s'io viva o no se mai dal Cielo c. 41"

e) Poi ch'io lasso mostrar non posso fore c. 417

f) Dolce mia donna con voi sempre sono c. 41%

9) O bianca man, che in me il gran foco occolto c. 70%.

Oltre questi mss., un altro, noto anche al Giuliari e consul» tato da R. Murari (2), è il

C Cod. Palatino 221 (già 931-21,2) della Biblioteca Nazio-

(1) Vedi per questo codice, oltre il Forrano, Op. cît., p. 836 sg., anche M. Bakpi, che ebbe a consultarlo per l’ediz. critica del Canzoniere dantesco, in Bollettino della Soc. dant. ital., 1918, p. 35. Mi sento in dovere di ren- dere pubbliche grazie ai chiar.mi proff. Enr. Rostagno della Laurenziana, Pietro Zorzanello della Marciana e Tom. Lancerotto della Bibl. del Seminario di Padova, che mi furono larghi di aiuto in queste ricerche.

(2) Op. e loc. cit.

GIOVANNI COTTA 83

nale Centrale di Firenze (1). È un volume cartaceo del sec. XVI della misura di m. 0,211 X 0,298, con legatura in cart., coperto di pelle rossastra con impressioni e fregi dorati. Consta di cc. 44, che portano due numerazioni, di cui una è sincrona, l’altra più tarda. La più antica arriva al 48 essendo andati perduti i fogli 1, 2, 25 e 26. I poeti che vi hanno qui alcune rime sono poco più di una ventina, tutti del secolo XVI, e il Cotta vi è rappresentato con queste poesie:

a) A che vo a riveder l'amata donna c. 33°

è) O bianca man, ch’in me ’1 gran foco occolto c. 33° c) Caro fanciul, che prima che nascesti c. 347

d) So ben che non aita c. 34".

A questi codici in seguito alle mie ricerche se ne vengono ad aggiungere due di nuovi non meno importanti dei precedenti e perchè concorrono a confermare al Cotta la paternità di queste rime di cui taluno volle dubitare, e perchè uno, il più copioso, ne conserva alcune, che mancano agli altri.

Sono i seguenti: 0

D Cod. 163 della Biblioteca del Seminario di Padova, car- laceo, del sec. XVI, delle dimensioni: mm. 207 X cm. 15 X mm. 19 di ce. 68, aventi per titolo: Raccolta di rime di diversi autori toscani. I titoli che stanno premessi alle singole poesie come i nomi degli autori sono di mano più recente di quella che stese il codice. Sul frontespizio sta, di mano del Facciolati, l'indice dei rimatori, più o meno noti, della raccolta. A c. 11, dove è la ballata

A che vo riveder l’amata donna

(1) Per questo cod. vedi la descrizione che ne fece Luigi GextILE, I ma- noscritti della R. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Codici Palatini, vol. I, Roma, Bencini, 1889, nella raccolta Indici e Cataloghi (Ministero dell’I. P.), IV, p. 292. Al chiar.mo prof. Enr. Rostagno, che consultò per me questo manoscritto, rinnovo i ringraziamenti per le annotazioni preziose fornitemi.

84 V. MISTRUZZI

leggesi di mano tarda la postilla: « Questa e li due seguenti « sonetti sono attribuiti a Giovanni Cotta e sono stampati. Ma « le lettere P. C. [premesse alla ballata] pare che facciano au- « tore Paolo Canale ».

Le rime del nostro poeta, che vi figurano, sono le stesse del cod. palatino 221, però diversamente disposte, e cioè:

a) So ben che non aita c. 215

db) A che vo’ riveder l’amata donna c. 11"

c) O bianca man ch’in me il gran foco occolto c. 11" d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 11".

E Cod. 91 della Biblioteca del Seminario di Padova, che ha per titolo: Raccolta di rime; cartaceo, del sec. XVI, delle dimensioni cm. 22 X 16 X 3, di cc. 198 numerate. Mancano però le prime otto e alcune altre qua e là. Anche in questo, come nel cod. 163, i nomi degli autori, che stanno premessi alle poesie, sono d’età più tarda di quella in cui il codice fu scritto. Sul frontespizio leggesi anche qui, di pugno del Facciolati, l’elenco dei rimatori della raccolta. Il Cotta vi è rappresentato con queste poesie:

a) A che vo riveder l'amata donna c. 130"

db) So ben che non aita c. 1305

c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occoltò c. 1327 d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1327

e) duramente mi tormenta amore c. 132

f) Quanto più pensa l’alma et dir il vole ce. 132v

9g) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore c. 1337 h) Che volsi me infelice allor quand’io c. 1337

t) Non so s’io viva o no se mai dal cielo c. 133?

2) Julia che sola ciascun’alma alumi ce. 1337

m) Felice amoroseto gentil fiore c. 134"

n) Sapess' io almen, s'a qualche tua foglietta c. 134" o) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora c. 134

p) Altro che morte non fia mai che spinga c. 134".

—= | 1—- -—

GIOVANNI COTTA 85

G Cod. misc. 1250 della Biblioteca Universitaria di Bo- logna, che a c. 55 conserva, senza notevoli varietà, la ballata:

A che vo' riveder l'amata donna (1).

A tutte queste poesie che trovansi nei manoscritti sono da aggiungere le due seguenti, che non figurano in alcuno di essi e che videro la luce nel 1752 nell’edizione romana del De Rubeis:

a) D’antico sasso e d’ogn’intorno roso d) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe.

Le rime del Cotta fino ad ora conosciute sono pertanto:

a) A che vo riveder l’amata donna ABCDEF d) So ben che non aita ABCDE

c) O bianca man, ch’in me "l gran foco occolto ABCDE d) Caro fanciul che prima che nascesti ACDE e) duramente mi tormenta Amore AE

f) Quanto più pensa l'alma et dir il vole BE 9) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore E h) Che volsi me infelice allor quand'io BE

:) Non so s’io viva o no se mai dal cielo BE 1) Julia che sola ciascun'alma alumi È

m) Felice amoroseto gentil fiore E

n) Sapess’io almen s'a qualche tua foglietta È 0) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora BE P) Altro che morte non fia mai che spinga £

q) Dolce mia donna con voi sempre sono 8

r) D'antico sasso e d’ogn’intorno roso G

s) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe G.

Di tutte queste rime ben poche ebbero la sorte di vedere prima d'ora la luce. Una, la più fortunata, l’ebbe fin dal 1545 (2),

(1) Cfr., per questo codice, la descrizione che ne diede ALBano SORBFLLI negli Inventari dei mss. delle Biblioteche d’Italia, vol. XXI, Firenze, 1914, 10.

(2) Rime diverse di molti eccellentissimi auttori, ecce., Venezia, Giolito, LI, e nelle ristampe del 1546 e 1549. È la ballata:

A che vo' riveder l'amata donna. .

86 V. MISTRUZZI

una seconda nel 1547 (1), ma fu data come del Molza; le altre due nel 1752 (2). Si divulgò invece come opera del Cotta quel- l'imitazione italiana dell’elegia terza a Licorì, che noi, dietro le orme del Morelli, abbiamo rifiutata come apocrifa.

Interessante invece a noi è il sapere come a questa parte della produzione letteraria del Cotta la critica non abbia fatto buon viso. Vi fu anche chi non dubitò di contestarne o almeno di metterne in dubbio la legittima paternità, come fece il Cri- stofori (3), colpito e non a torto dal contrasto tra la fre- schezza dei carmi latini e la leziosità stantia delle rime. Che codeste però siano da ritenersi come opera del Nostro è indu- bitato ora che parecchi codici, la maggior parte indipendenti l’uno dall’altro, le attribuiscono concordemente a lui. E il fe- nomeno stesso della mala riuscita del poeta nel verseggiare italiano dopo la bella prova fatta nell’idioma di Roma, se ci lascia dubbiosi guardato isolatamente, più non ci stupisce quando venga considerato nel tempo in cui si compi. Non solo il Cotta ma altri poeti del Cinquecento, come, per dir solo d’alcuni, il Bembo e il Navagero, ci mettono dinnanzi allo stesso fenomeno quando dopo averne letto i carmi latini ci troviamo alle prese con le poesie volgari.

Certo si è che chi abbia ammirato nei carmi latini del poeta legnaghese la lodata originalità nel cogliere e nel ritrarre bel- lamente la spontaneità e la sincerità degli affetti, non può non rimaner deluso dinnanzi alla sciatta, manierata e talora inele- gante esposizione poetica dei suoi sentimenti contrastati. Il can- zoniere del Cotta non ha nulla infatti che lo elevi al di sopra delle innumerevoli raccolte, nelle quali mi sia permesso il vocabolo poeti del Cinquecento stemperavano nello schema

(1) Rime di diversi nobili huomini, ecc., Venezia, Giolito; è il sonetto:

O bianca man ch'in me "l gran foco occolto.

(2) Sono i sonetti editi nella citata stampa del De Rubeis. (3) Op. cit., p. xxIv sg.

GIOVANNI COTTA 87

ristretto della ballata e del sonetto o nell’àmbito più spazioso di una canzone o di un capitolo i dogliosi lamenti del loro cuore innamorato.

La maggior parte di queste rime (1) si intrecciano intorno ad un amore del poeta che risale al tempo della sua dimora nel Friuli. Fu là, forse in uno dei suoi laboriosi pellegrinaggi d’una in altra parte di quella terra, ch’ei conobbe la improvvida inspi- ratrice, Giulia, ed iniziò se vogliamo credergli la tormen- tosa relazione (2). Ma quant’è scialba e irreale questa nuova diva se si consideri a fianco di quella figura vera e palpitante, che egli adombrò sotto il nome classico di Licori!

Chi non ricorda l’alito di passione che tormentava, nei carmi a costei, l’agile endecasillabo o il distico flessuoso e quell’im- magine di fanciulla che viveva e pulsava nell’ardore stesso che infiammava il poeta? Al contrario Giulia, pallida dea perdentesi nelle vaporosità di una figura ideale, di un tipo, non ha vita.

Essa, manco a dirlo, come tutte le madonne dei canzonieri del tempo, riassume in tutti i pregi morali ed estetici. Ri- cettacolo d’ogni virtù (VI, 2), unica al mondo (VI, 5) con le sue doti celestiali (X, 3) si eleva al di sopra di qualsiasi altra donna. La sua stessa presenza nobilita la terra vile che la ospita (VI, 9-11). Non già donna ma dea (XI, 2), ha in più anche tutti gli attributi della bellezza: un sole adorno «Le splende nel bel «viso E fa a chi "1 vede un dolce paradiso » (II, 51, 52); il volto ha celeste (II, 83), la venustà, divina (X, 2), i suoi co- stumi, leggiadri, angelici (X, 4); angelico, il favellare (II, 7); pieni di dolcezza, gli occhi (X, 7) e bello il seno «di cui «non ha più caro seggio Amore » (XI, 2, 3). E gli esempi si possono moltiplicare. Essa, in una parola, è l’« unico bene » del poeta (I, 13), la più bella donna che mai vedesse il sole (VI, 4).

Ed ecco il poeta intrecciare al suo sole (IX, 2), alla luce sua

(1) Due soli sonetti se ne distaccano: il IV e il VII. (2) Il nome della sua donna ci è stato tramandato in due sonetti (VI e X) nella canzone (II) ove è detto che era una friulana (v. 65).

88 : V. MISTRUZZI

(II, 53) ogni lode; ed ora cantarne i begli occhi (II, 21), il bel seno (II, 70), l’auree chiome (II, 69), la man bianca, bella e cara (III, 1-5), la bella bocca (XII, 2), ecc., ecc., ed ora ricordarne le « maniere gentilmente altere » (II, 74, 75), «le ornate « sue dolci favelle » (XII, 12), « l’alma beltate e i gentil atti e « le parole accorte » (XIV, 9, 10) e tante altre cose, che mi si dispenserà dal citare.

Troppi pregî, come ognun vede, per una donna, per poter pensare ad una, sia pur rara, figlia di Eva. Senonchè essi eran tanto comuni alle donne dico a quelle dei canzonieri pe- trarcheschi del Cinquecento, che non possiamo neppure dire avventurato il nostro poeta di essersene imbattuto. Egli, sebbene già uso ai raggiri d’amore tanto da credersene per sempre im- mune, fu talmente preso dalla maliarda, che, se vogliamo pre- stargli fede, non conobbe più pace.

Ma c’è altro! In mezzo a tutto quel profluvio di lodi, che puzza eccessivamente di maniera esse lodi si possono age- volmente ricondurre ad altrettali date dal Petrarca a Laura e alle loro dive dai suoi degeneri imitatori —, ti imbatti di tanto in tanto in qualcuno e son parecchi di quei contrasti carì al poeti d’allora, come sarebbero «la bella donna et cruda » (II, 14), «l'amata mia nemica » (II, 92), « quella senza pietà, « ch'homai m’ha morto » (XIII, 7) e altre frasi non meno nume- rose, che vorrebbero dinotare turbinose lotte interiori, causate all’innamorato dall’ambigua condotta di madonna. Vi è insomma perseguita con qualche pregio, se vogliamo, ma con non pochi difetti, quella minuziosa, petulante e rancida elaborazione della scienza d'amore, così di moda nel Cinquecento.

Con quanto magra figura per la mascolinità del cantore, ognun può vedere leggendo le rime. Io mi ritengo esonerato dall’ob- bligo di riportarne gli esempì, anche perchè non sembri che io voglia indugiare nell’analisi di queste poesie più di quanto esse non meritino. È un continuo lamento, che esce dall’animo an- gustiato del poeta, per cui egli è ricondotto ad ogni piè sospinto all'immagine o al desiderio della morte, che tu trovi accennata

GIOVANNI COTTA 89

in quasi tutte le poesie, sia che in essa egli veda ormai tras- formata la sua vita infelicissima (III) o in essa speri la libera- zione da tante pene insopportabili (II, 64) o in essa brami, dopo aver finalmente contemplata la sua dea, chiudere l’esistenza (I).

Oltre a ciò non mancano nell’esposizione degli effetti della passione dolorosa gli esempî, sebbene, per esser giusti, molto rari, di intollerabili esagerazioni, che fanno a pugni con il nostro senso estetico e preludono al secentismo (X, 7, 8; XII, 13, 14).

Soffocata la scarsa inspirazione entro alle pastoie dell’imita- zione, manca qui quel soffio di vita, che alitava invece nei carmi a Licori ed a Rubella, a cui ricorriamo sempre per amor di contrasto leggendo queste rime annacquate. Alle quali se man- cano certe esagerazioni, che facevano sgranar tanto d’occhi a Momo nei Mondi del Doni e muovevano a nausea il Franco e l'Aretino (1), non possiamo perdonare di aver rubato forse il posto ad altrettanti epigrammi latini pari a quelli posseduti (2).

I Ballata.

A che vo' a riveder l'amata donna se "1 subito partire è poi per raddoppiar il mio martire? So pur che, quante volte l'ho revista, 5 giunto m'ha novo ardore

L Gad; F vuo; A4BG vo riveder. 8. 4 radoppiar; Y raddoppiare; G rà- doppiare ell 4 A4i’'lho; Mil’hoattrista. 6. DG gionto; G me.

(1) Gmar, Attraverso il Cinquecento, Antipetrarchismo, pp. 45 sgg.

(2) Nel dare il testo delle rime del Cotta ho seguìto fedelmente la lezione del cod. 91 del Sem. di Padova, permettendomi soltanto di aggiungervi gli accenti, che quasi sempre mancano, e la punteggiatura. Solo in due o tre casi, soll'autorità di altri mss., mi son visto nella necessità di abbandonare la

lezione di questo codice, che generalmente è la migliore, e sostituirvi quella d'altri.

90

10

15

V. MISTRUZZI

et che l’allontanarmi più m'’attrista

quanto più l'ho nel core;

ond’hor che ’1 tempo attempra "1 mio dolore, devrei, lasso, fuggire

di far per che via più che mai sospire.

Ma chi pon freno al lungo e gran desio,

hor che ’l destin pur vuole

che veder possa l’unico ben mio consolarmi qual suole

con bei senbianti et con dolci parole? Hor via; che un tal gioire

ben è sentire un poco et poi morire.

6. 4G alontanarmi, 28 lo alon..., D lo allon...; 4 atrista, Z. artrista 8. D oh'il; F tempre; G tempra; ACFG il mio. 9. CD dovrei; AG fugire. 10. A D perchè vien, F perche vie. 11. 4 lungo gran desio, O et gran djsio (la j è riscritta in rasura, pare, su una e), BDG longo. 12 4G vole. 14. FP sole,

16. A F dolce.

10

15

1. Bscio.

16. CD ch’un. 17. D meglio; 40D sentir; 4Ge poi.

II. Canzone.

So ben che non aita

lo mio affannato petto

il dir mie pene a chi mia morte vole; ma chi perde la vita

e "1 ben de l'intelletto,

ben perder pote anchora le parole,

et chi da ver si dole

celar non po "l dolore,

che con aspri stridi

forza m’è homai che gridi

che mia donna, mia sorte, e "1 mio signore son accordati inseme

a trarmi tormentando all’hore extreme.

La bella donna et cruda,

poi che di me s’accorse,

5. A lo ’ntelletto. 7. AD e chi; B del ver. 8. AD po il,

BO puo il. 9. A assai stridi. 10. B ch'io. 11. Bet mio; Del. 12. 2 in sieme, D insieme. 18. A a lhore, BCD a l'hore. li. De. 15. A perchè.

iL mene. siii ASSI deg gini oa vili Sani PI

GIOVANNI COTTA 91

mostrò d’haver graditi i miei desiri; et hor ridendo ignuda la bella man mi porse, hor di pietà si tinse a’ miei sospiri, 20 hor con soavi giri _ in mei begl’occhi volse e per più assicurarmi talhora disse amarmi; così quella crudel il cor mi tolse 25 et io che troppo cresi, mentre potea, da lei non mi difesi. Hor ito son tant'anzi - che, benchè aperto i’ veggio ch'ella si piglia ’1 mio penar a gioco, 30 per tempo che m'avanzi, potrò forse haver peggio, ma non mai ralentar il mio gran foco; giusto sdegno, o loco che per rimedio i’ cange, 35 'l rimembrar che m’ami altrui, e a mi chiami, punto de l’ostinato effetto frange, anzi, com'io comprendo, quant'io contrasto più, più ogn’hor m’accendo. 40 Ond’hora lagrimando biastemo la fortuna, che ’1 bramato ritorno m’interdice; e dico sospirando: Chi sa! se forse alcuna 45 mercè impetrata havesse, o m'’infelice!, far mi potea felice un’ hora, non che un giorno;

16. C dhaver. 19. B tins'a. 21. AB begli. 22. CDet per. 28. 4 talhor disse d', B dice. 25. la parola cresi [= credetti), dimenticata, in B, è aggiunta în margine da mano più recente. 98. B di lei; ABCD diffosi, 27. D tanto anzi. 88. 0 ben che; 8 ch'aperto, D bench’aperto. 29. AC chela si piglia il. 680. B mi havanzi. 81. B fors'haver. 82. AC rallentar. 84. A remedio. 85. C ne il, 2 nel, D ne'l. 87. D ponto. 89. D quanto io. 40. B onde. 4dl. C biastemmo. "i chel, D ch'il; B rittorno. 48. Cet. 44 CD Chi sa? 45. ABCDo me

ce,

92 V. MISTRUZZI

e ancor che fosse dura, pur a mia vita oscura 50 asconder non potea quel sol adorno, che splende nel bel viso e fa a chi ’1 vede un dolce paradiso! Hor lunge è la mia luce et forte è "1 desire 5) che, se pur vivo, il vivere m’annoia; et quanto ad altri luce et altri fa gioire .a me fa notte amara e accresce noia; et meglio è assai ch'io moia, 60 per quel c'homai mi creggia, per finir tante pene; et pur picciola spene sostienmi: ch’ancor fia ch*io ti riveggia, beata terra giulia, 65 ove serena ’l ciel la bella Giulia. E Amor il dolce nome sempre nel cor mi suona, - per più mio affanno, e ogn'altra cura svelle; et hor dell’auree chiome, 70 hor del bel sen ragiona, hor delle care angeliche favelle, hor delle due alme stelle sol per mio mal vaghe, hor di quelle maniere 75 gentilmente altere: e tutto fammi ogn’hor più ardenti piaghe

48. C anchor; 4 fusse; D forse dura. 60. C sol è in rasura si può indovi- nare che vi fosse prima scritto. 51. A nel mio aviso; C splendea, ma l’a è d'altra mano, tracciata, sembra, su un n; D spende. 52. ACE fa, ch'il vede, Da chi il. b4. il. 55. D vivo, vivere. In B il verso è saltato. 56. B altrui. 58. B et cresce, OC accrescie, D acoresse. 59. In B questo verso è saltato. In C a muoia è stata erasa la u. 680. B che homai, D ch’ormai: in C al che è stata erasa la o. 62. B piccola, E spicciola. 63. C ch’anchor, D sostiemmi, ch’anchor fia, ch'i ti riveggia. 64. B julia. 66. D serena il; B Julia. 67. CD sona. 68. B pere piui; A40 ogni altra. 69. A de le aure, B de laure, C de l’auree. 70. B rag- giona. 71. ABC dele. 72. ABC de le. 73. D vage. 76. B famme, ar- dente; D piage.

GIOVANNI COTTA 98

e fa che tanto viva quanto di lei o pensi o parli o scriva. Et benchè è mortal duolo 80 veder che mi sia tolto il ben ch'ogn’hor men spero et più desio, pur talhor mi consolo che mai celeste volto fu come quel di cui son acceso io; 85 e allhor de l’ardor mio for esser non vorrei, anzi ’1 morir mi piace, tal è colei che ’1 face; così po’ vol partir da lei 90 il folle pensier vago, e così, lasso, de "1 mio mal m'appago. Deh s'all'’amata mia nemica arrivi, canzone, piagni tanto, che ’l duro cor s’intenerisca alquanto.

77. O tant'i viva. 78. B pensa. 79. Il che nel nostro cod. e in B è caduto, OC Et ben che è. 80. B fia tolto. 81. In D sl più è caduto. 84. C Dopo fl cui c'era una parola di cui sit legge appena un et; la rasura è della stessa prima mano. 86. D alhor. 88. 40 fuor, B fuori esser non vorei. 87. In B questo verso è saltato. 80 B ne pol. 90. B il fole penser vago, C penser. 91. BC Et così; B m'apagho. 98. 400 a l’, Bs'al', Dseealla. 48. B piangi. 9%. Bch'il, D ch'l

III.

Sonetto.

O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto accendi e i miei pensier governi e fingi e di mia donna imagini depingi tante, ch'ogn’altro rimembrar m'è tolto; 5 man bella e cara a me dopo "1 bel volto, ch’ogn' hor lacci più fermi al cor mi cingi,

1. B che in meil, D ch'in me il. 2. B Accendi il mio pensier; C governi et. 8. B et de mia Donna imagine, C et di mia Donna. 4. D ch'ogni altro. 5. Cet cara; A doppo "Il, B doppo il, CD dopo il. 6. A che ogni hor, D ch'ogni hor.

94 V. MISTRUZZI

et notte et fiera "1 straci e stringi, ch’ homai del viver mio non resta molto; deh, ti stringessi hor io, che lagrimando 10 ti farrei molle che, ’1 stratio e "1 foco temprando, mi daresti alcun riposo; o almen, se ’l lagrimar giovasse poco, sovra quel dolce avorio sospirando 3 morrei, et havrei fine aventuroso.

7. A il strati) et, B il straccij et, Cil strati e, Dil sera e. 9. B te strin- gess’ hor, C ti stringesi. 10. ABCD ti farei; B straccio. 11. D dareste. 12. D se il. 14, B Morei; C fin.

IV.

Sonetto.

Caro fanciul, che, prima che. nascesti, ove amor e honestate han ferma sede havesti albergo, e, come gl’occhi apresti, vedesti quanto bel fra noi si vede; 5 se pria col peso a chi vita ti diede e poi nascendo qualch’affanno desti, fa che °n festa le torni, et pigli fede che mai cosa fia in te che la molesti. Dal bel sen lieto "1 dolce latte prendi 10 e ridi e mostra il gran piacer che senti, s'ella ti ride, o ti bacia o favella. Veggiasi in culla, o bon fanciul, che ’ntendì qual esser devi, havendo de’ parenti

è

l’un il miglior, lei la più saggia et bella.

2. C La ve; A Amoret. 8. ACet cone gli, De come gli; C di prima mano è apristi, un’altra mano inutò in apresti. 4. C di prima mano visti; un’altra mano,

che non è quella che mutò l’apristi in apresti, corresse in vedesti. 8. C Et; AD qualche affanno. 7. A che in, C ch'in festa li, D ch'in. 9 ACD lieto il. 10. C et ridi et. 11. A s'elli ti ride, o si baccia [sic], C se la ti ride o ti bascia.

12. AC D ch' intendi. 14. A L'un è "1 meglior lei.

dr Ure, in E_lei Pe i.e im. ii ii i

_ zi e

GIOVANNI COTTA 95

V. Ballata.

duramente tormenta Amore, che già creduto non havrei c' huom mai bastasse a sofferir cotanti guai. Amor, tanto grand’è la tua fierezza, 5 che ben homai me stesso morto harria, chè motte, com’io credo, è assai men ria; e, se pur forse ha in maggior gravezza, con quell’ ha il fin d'ogni lungo martiro; ed ella passa in un breve sospiro, 10 ma tu, crudel signor, de ch'io m'’adiro, in vita tieni il cor che tolto m' hai, et me contra mia voglia viver fai.

2 In A il già è caduto. 6. 4 haria. 8. A4 con quella ha.

VI. Sonetto.

Quanto più pensa l’alma et dir il vole che d’ogni virtù fece un sol ricetto, mai percosse Amor gentil petto, mai donna bella vide il sole;

5 tanto più a vostre lode, al mondo sole, mancar si sente, et del suo bello oggetto ciascuna parte abbaglia l'intelletto, non sol non po’ trovarli egual parole!

Ond’ella dice: L’'alma Julia è scesa

10 qua giù per honorar il basso mondo e a lei non è, chi possa farle honore.

Così si tace; et dal disir accesa di voi pur pensa, et nel pensar profondo: spesso vien meno et di dolcezza more.

2 B sette un sol ricetto. 4. B cosa si bella. 6. B manchar si sente et del

suo bell'oggetto. 7. B abaglia. 8. B puo trovargli ugual. 9. B ascesa. Bet del. 18. Cdi noi; proffondo.

96 V. MISTRUZZI

VII.

Sonetto.

Chi mai più caro al Cielo e al vago Amore di te, Tresoldo glorioso, nacque, per cui al Ciel mandar qua fra noi piacque la bella dea, del più bel choro honore ? 5 Ed in tal guisa Amor le punse il cuore, «ch'a lei, a li cui sguardi sempre giacque o morta o presa ogn’alma, non dispiacque da te esser vinta e hornarti per signore. Spirto gentil, da cui valer natio 10 commosso Amor insieme et tutti i Dei son che tu sol beato al mondo viva e più giammai vorrà la casta diva far senza te ritorno; et fia con lei felice in terra et poi nel Ciel un dio.

VIII.

Sonetto.

Che volsi, me infelice! , allhor quand’ io, del mio mal vago, in voi gl’occhi firmai, e contemplai sicuro i dolci rai ch’ hor son amari al tristo viver mio ? 5 Allhor la fiamma antica e "1 duol mio rio, che per lungo uso non sentiva homai, l'alta beltà che in voi raftigurai nel stanco cor riaccese et rincrudio. Et non so dir che più nei lumi alteri 10 vidi, onde novo ardor giunto m' havete,

et non so, lasso, qual de duoi più m'’arda.

2. B vagho; fermai. 8. B Et contemplai secur i. 6. Blungho. 7. B ch' its 8. B stancho; rinudrio. 9. ne i. 10. A nostro, B m'havette. 11. B qual di vol.

Cles limi.

GIOVANNI COTTA

Duo fochi, donna, voi sola accendete in l’alma, c' homai più non ha che sperì, onde si more et pur in voi risguarda.

LN

13. B doi fuoghi; accendette.

IX. Sonetto.

Non so s’io viva o no, se mai dal Cielo concesso m'è che te, mio sol, rimiri, chè ’1 spirto allhor con taciti sospiri vola al suo oggetto et lascia il mortal velo. 5 Chi regge allhor mie membra, chi ’1 mio gelo atempra, et fa ch'io parli et ch'i’ respiri se non se’ tu? tal forza accolta spiri, ch’io sento il mio morir e ad altri il celo. Ma come vivo poi, mia donna, quando 10 da te lontan io son, che dal disio in duo parte son fatto, et il cor mio da te mai parte, et pur Amor vol ch’io senza miei sensi viva lagrimando ? Poco ama, chi sa come ei vive amando.

97

1. B Non scio. 2. remiri. 8. contatiti i [sic]. 4. vola il suo obgietto. 5. B che "1, 8 ch'il. .6. Attempra. 7. occulta. 9. mi dona. 10. luntan; desio.

Ul Ta doi parte. 12. Da te mia parte et per Amor vol ch'io. UU. ei viva.

X. Sonetto.

Julia, che sola ciascun’alma alumi coi rai della divina tua bellezza, con la virtù celeste et la vaghezza de tuoi leggiadri angelici costumi, 5 quante gratie ti debbo! Quei bei lumi talhor mi monstri pieni di dolcezza, bench’ indi ogn’ hor m’insegue tal tristezza, che °l cor diventa ghiaccio e gl’occhi fiumi.

Giornale storico Suppl. 22. 7

98 V. MISTRUZZI

Beat'io per tal vista, et maggior bene 10 del mio non have al ciel, s'alcun riparo di miglior speme havesse a le mie pene. Ma per che pur tem’io? De "1 lume caro, che sol sono mio ben, el mal mio vene, et tutto il dolce amor mi torna amaro (1).

XI. Sonetto.

Felice amoroseto gentil fiore, che di mia dea la bianca mano colse et forse lieta nel bel sen t’accolse, di cui non ha più caro seggio Amore, 5 poi che speranza di stagion migliore venuto a darmi sei, com’ella volse, il cor, che per te a vita si rivolse, serval, servando il tuo vivo colore. Vivi, alma violetta, acciò viv'io; 10 et come il sol et le rugiade et l’aure ti dieder vita e ’1 dolce odor che spiri, hor in lor vece il verde tuo ristaure nel mio baciarte il mio caldo disio et le lagrime molte e i miei sospiri.

XII. Sonetto.

Sapess'io almen s’a qualche tua foglietta toccar allhor la bella bocca occorse, quando madonna a l’odorar ti porse, (come me infiammi ogn’hor mia violetta!)

5 che in te farei di lei qualche vendetta, in lei, dicendo, t’accendesti” et forse forte per furor mai fiera morse, com’ io tra’ labri ti terrei pur stretta.

(1) Scorretta, la lezione di quest’ultima terzina. Per trarne un senso, ba- sterebbe poter sostituire, nel v. 13, a sono un era.

GIOVANNI COTTA

Vendetta in te farrei de "1 rosso, ond’have 10 contra me accese Amor mille fiamelle, giova che di lagrime mi lave, et de le ornate sue dolci favelle, che mi fan pietra, et del viso soave, che m'apre il cor et l’anima ne svelle.

XIII. Ballata.

Poi ch'io, lasso, non posso mostrar fore qual drento fammi Amor, tu per pieta soccorri, o buon poeta d’Amor et de le dolci rime honore!

5 Oda le tue speranze, et la paura et l’ardor et la lode de chi onori quella senza pietà, c'homai m'ha morto, et indi pensì a me; et tanto maggiori ._°—timi li miei martir quant'ella è dura 10 vie più, poss’io darmi alcun conforto; fa che talhor la bella del suo torto e del mio mal sospiri: così seco ciascun, de’ tuoi sospiri l'aura soave udendo, s'innamore.

L B mostrar non posso. 8. Soccori o bon. 5. Ode.. 6. le lodi.

10. Via più non posso darmi. 18. teco.

XIV. Sonetto. _

Altro che Morte non fia mai che spinga il foco che mi strugge desiando, o rumpa il ghiaccio mio che, desperando, m'adima, che più il cor timido astringa (1). ——_ | (1) Veramente il cod. ha: m’adima, ch'ogn'hor piu il cor timido astringa.

Ma... e il verso?

99

9. gli.

100 V. MISTRUZZI

5 altro mai le lagrime restringa con che sfogo i martir ch'io sento amando; e il nodo ch'io soporto sospirando tal man me "1 cinse, ch’altra mai nol scinga. E questo, perchè l'alta alma beltate 10 ei gentilatti et le parole accorto ond'arsi e un sdegno che mia speme ancise et le liete hore mie presto passate et un bel don che fede me impromise, trarmi de ’l1 cor non puote altro che Morte.

XV. Sonellto.

Dolce mia donna, con voi sempre sono: mercede dil cor mio, chè via si lunga non è, che da voi ponto lo dilunga. ogn’altro suo piacer ha in abandono!

5 sol par che vi veggia ma «lil sono de mie parole a vostre orecchie aggiunga et ch’hor ridiate, hor che pietà vi pungs di quel che vosco et con Amor ragiono.

Questo mio imagginar ad hora ad hora

10 mi fa presente tutto il ben. qual io ed ebbi ed haver spero in amor mio:

così m’inganno et tolero il desio qual ho di veder voi senza ch'io mora,

chè ben morrei, non vi vedendo own hora.

XVI. Sonetto.

D'antico sasso e d'ogn’intorne rose dal tempo, move quietamente Uonta ruscelletto gelato, e per profonde

rupi discende tra due colli ascoso;

[o] © < » bi 2 Lan) (©) Mo) rh vj ali 6,

5 e sceso altin per un sentier erboso, ivi s'unisce a maggior copia, d’onde spet rotti gli argini suoi, rotte le sponde, < corre al mare superbo e disdegnoso.

Così da l’alma e chiara luce ardente 10 de’ he’ vostri occhi ond’io mi snervo e spolpo, nacque il dolce mio foco a parte a parte: piccolo prima, or largo e possente, che di ciò indarno il mio desir incolpo, e tutto in fiamme vo presso e in disparte.

XVII.

Sonetto.

Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe amaranti, giacinti et altri fiori, che spargevano al ciel soavi odori, quai non cred’io che Arabia in grembo serbe; 5 e udiansi lire dolcemente acerbe e i cari loro fortunati amori cantar con versi allegri i bei pastori; or nulla è che il dolor ne disacerbe, se tu, che desti ne l’umane menti 10 pensier alti e soavi, non ritorni a stampar col bel piè gigli e viole, e Clizia a colorir, vago mio sole, pallida col seren de’ lumi ardenti,

cangiando in dolci i nostri amari giorni.

101

pes .-

102 <— Tu." v. MISTRUZZI

VII.

Codici ed edizioni dei Carmi.

Se i carmi di Giovanni Cotta ci furono tramandati da più di una quarantina di edizioni, essi non ci furono conservati che in un numero assai scarso di manoscritti, dei quali solo un piccolo gruppo abbastanza copioso.

Sono questi :

A Cod. 5383 Valicano Latino, cartaceo-pergamenaceo del sec. XVI, di ff. 185, dei quali i primi e gli ultimi cinque sono bianchi, delle dimensioni 199 X 121, 212 X 141. E una Miscel- lanea poetica latina di umanisti, che risulta di più codicetti scritti da mani diverse e legati insieme solo più tardi. Un primo fascicoletto ci conserva l’'A/exander VI di Fausto Capodiferro, autogr. È copiato molto accuratamente, con i titoli dipinti col minio e senza iniziali, su pergamena. Un’altra raccolta d’altra scrittura, e in carta, ci tramanda invece un discreto numero di carmi del Molza, del Trissino, del Bembo ed altri adespoti. Un altro codicetto d’altra mano ci un altro gruppo di carmi di poeti del Cinquecento, tra cui predomina il Molza. Indi segue un altro fascicolo, cartaceo come il precedente, in cui trovansi: Pro Petro Cursio, Defensio di G. Vitale Panormita, dieci carmi di G. Fracastoro, altri di Pietro Azaioli, poi Miîchaetlis Silvii Car." visen. De aqua Argentea, ad Portugaliae Regem, Carmen, un altro carme dello stesso a Blosio Palladio, carmi del Cursio e del Casali, di Sc. Carteromaco, di G. B. Sanga, di Lelio Capodilupo e del Sannazaro. A questi seguono altri carmi di poeti del ’500, tra i quali scritti di mano del sec. XVI sono i seguenti del Cotta, che a fianco, di scrittura più tarda,

GIOVANNI COTTA 103

hanno l'indicazione di una disposizione diversa da quella del codice : (primo) c. 164" Ocelle fiuminam Calor, Calor pulcher (serto) c. 165" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori (septimo) c. 165" Caparion ego sum, quem vivum marime amavit (ultimo) c. 166" Verona, qui te viderit (tertio) c. 166" Jam valete, boni mei sodales (secundo) c. 166" O factum lachrimabile et acerbum (quarto) c. 169" Amo, quod fateor, meam Lycorim (1).

B Cod. 2836 Vaticano Latino, miscellaneo, cartaceo del sec. XVI, delle dimensioni 30 X 22; consta, come il precedente, di alcuni fascicoli scritti da mani diverse e riuniti più tardi a formare la presente raccolta, che consta di 330 carte. Contiene carmi di varî autori del Quattrocento e Cinquecento, oltre ad alcuni adespoti e qualche lettera. Parecchie carte sono bianche. Gli autori che vi sono rappresentati, sono molti, e tra gli altri il Mellini, il Donato, il Trissino, il Cotta, lo Strozzi, l’Altilio, il Car- bone, il Falcone Mant., M. A. Flaminio, il Petrarca, il Casale, il Polo, il Castiglione, il Beroaldo, il Poliziano, il Navagero, il Sannazaro e il Bembo.

Del Cotta non sonvi che i due carmi seguenti, scritti però due volte e, a quanto pare, da mano diversa, ma sempre del secolo XVI:

cc. 7" e 1107 Caparion ego sum quem vivum maxime amavit ce. 56” e 114" Amo, quod fateor, meam Lycorim.

C Cod. 6250 Vaticano Lulino, miscellaneo cartaceo del sec. XVI, delle dimensioni mm. 217 X 142, di ff. 117 (+ 194.322. 63*. 63). Come i due precedenti è formato da varì fascicoli

(1) Dl numero fra parentesi è quello della numerazione posteriore apposta ai carmi del Cotta. Per questo codice come per il Vatic. 6250 vedi la descri- zione che ne diede Mons. M. Varttasso, I codici molziani della Biblioteca Vaticana con un'appendice di carmi inediti 0 rari, in Miscellanea Ceriani, Milano, Hoepli, 1910, rispettivamente a pp. 536 e 540.

104 V. MISTRUZZI

scritti da mani diverse e legati più tardi a formare un volume. Le prime 20 carte costituivano parte di un cod. più antico, di cui occupavano da c. 101 a c. 121. Seguono d’altra mano carmi di Baldassar Castiglione, del Fracastoro, dello Strozza, dell’Al- tilio, del Casanova, del Falconi. Indi vengono carmi di vari poeti latini del ’300, tra cui Nicolò D’Arco, il Navagero, il Casanova, il Sannazaro ed altri. | I carmi del Cotta sono:

c. 64 Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori c. 82" O factum lacrimabile atque acerbum

c. 82” Iam valete, boni mei sodales

c. 83" Amo, quod fateor, meam Lycorim

c. 84" Verona, qui te viderit.

Tutti e tre i codici sunnominati erano noti agli studiosi del Cotta (1) e sono i più importanti. Nelle mie ricerche non sono riuscito ad aggiungere altro che: il

D 2163 Barberiniano-latino, cartaceo, del sec. XVI, delle dimensioni 33 X 25. Il ms. presenta due grafie distinte, delle quali una del sec. XVI, di Achille Bocchi; l’altra, di molto pe steriore, di Cesare Conti, come può desumersi dall’annotazione di quest'ultimo che leggesi nella prima carta: « Scritti conser- « vati dal resto di un libro di quei di Achille Bocchi, gentilomo «e famoso lettore di humanità e di filosofia in Bologna, dove « come variamente sua sig.* raccolse cose degne, io Cesare « Conti metterò alla giornata ciò che mi piacci nelle carte bianche « tra esse ancora fin che s'empano et aggiungendocene e pure « di lingue diverse. Ci saranno appresso alcuni studi et argo « menti del prefato Dotto, che fu circa l’anno di N. S. MDXL ». Il codice consta di vari fascicoletti, dei quali taluno mutilo, ma tutti appartenenti al Bocchi e scritti di sua mano. Nelle

(1) Vedi Murari, Due epigrammi, cit., e GivLiari, Due aneddoti, p. 11. Il Giuliari cita di più il cod. 2874 Vat. Lat., ma questo non ci conserva nulla del Cotta. Vedi MvrarI, Due epigr., cit.

oi fe n Re ie e o

= ai cri e

GIOVANNI COTTA 105

cc. 1-21, 67 e 68 sono carmi di alcunì poeti latini del sec. XVI, cioè, tra gli altri, del Castiglione, del Cotta, del Marullo, del Fla- minio, del Bembo, dello Zanchi, del Beaziano, del Navagero, ecc., e ì Monumenta antiqua Romae. A questa prima parte della raccolta seguono gli studì di A. Bocchi in vari fascicoli, cioè: Annotationes alle Orazioni di Cicerone, De scribendi ratione, Himenaeus, De Philosophia, Ptolemaeus sive de officio prin- cipis, Democritus, habitus in Praelectione librorum M. Tullii Ciceronis « De oratore » et « Artis Poeticae » Q. Horatii Flacci. Seguono alcune memorie storiche, che qui vanno dal 1272 al 1276, ma potrebbero essere state ben più estese essendo il fascicolo mutilo in principio ed in fine. La raccolta si chiude con un ul- timo codicetto contenente lettere del Flaminio e del Bocchi. I carmi del Cotta sono: i

c. 5" Caparion ego sum quem vivum maxime amavit c. 5" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori c. 5" Ocelle fluminum, Calor, Calor pulcher.

E Cod. 400 della Bibl. Univ. di Bologna, cartaceo del se- colo XVI, contenente un buon numero di poesie latine del '400 e del ‘500, steso da varie mani, di cui quella che ha copiato l’epigramma:

O factum lacrimabile et acerbum,

a c. 27", unico componimento cottiano conservatoci, va fino a c. To.

F Cod. T, 6,8 della Bibl. Estense di Modena: anche questo cartaceo, del secolo XVI, che conserva a c. 69”, insieme con altri varî carmi latini del '400 e del ’500, anche l’epigramma del Cotta:

Me longe effigie venustiorem. A questi dovrei poi aggiungere: il

Cod. II. III, 284 della Biblioteca Naz. Centr. di Firenze, mi- scellaneo, delle dimensioni cm. 20 Xx 28, di mano del Gherardi,

106. V. MISTRUZZI

in cui trovansi due carmi attribuiti al Cotta: l’epitaffio di Quin- terio e un epigramma erroneamente aggiudicatogli. Stimo tut- tavia di non essere tenuto a darne conto, perchè come ci dice il Gherardi stesso il primo fu tolto da un'edizione e il secondo non riguarda (1).

Importante è invece il

G Cod. CCCLXIV, cl. IX. Ital. della Marciana, miscellaneo, cartaceo, che risulta da un accozzo di più codicetti, di cui alcuni frammentari dei secc. XVI e XVII. Tra questi, da c. 104" a c. 187" è il ms. in cui Marin Sanudo raccolse un buon numero di poesie e di lettere scrittegli da letterati veronesi durante il tempo del suo camerlengato a Verona. Il codice, prima di essere della Marciana, era della famiglia Contarini di-Venezia, e passò alla biblioteca per legato di Giorgio, nel 1843. Oltre a questo dovette poi esservi un altro codice, uguale per il contenuto al nostro, ma scritto molto accuratamente. Sappiamo infatti, da una let- tera di Matteo Rufo al Sanudo, che trovasi nel nostro cod., che il camerlengo aveva commesso che carmi e lettere fossero tra- scritti « formatissimis characteribus » in un bel codice rivestito « ditissimis indumentis » (2).

Il citato CCCLXIV contiene del Cotta:

a) Magna quod innumeris implere volumina rebus b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret c) La lettera di Giov. Cotta a Marin Sanudo.

Oltre ai già citati segnalo anche questi due codici fatti cono. scere dal Giuliari (3), cioè:

(1) Non credo del Cotta questo breve epigramma « Ad Perillam », che

inizia : Tuas ut perij videns papillas

e perchè il Gherardi è il solo che glielo attribuisce, e perchè Perilla non è tra le donne che ci risultano cantate da lui, e, più che tutto, per la maniera, lontana mille miglia da quella del Cotta.

(2) Cfr. per tutte queste notizie il Murari, Due epigr., cit.

(3) Due aneddoti, cit., pp. 12 sgg.

- ii rile ie ni ei

GIOVANNI COTTA 107

H Cod. 9737 dell’Imperiale Bibliot. di Vienna, che non contiene che la lettera del Cotta a Jacopo Sannazaro, e il

I Cod. 9977 dell’Imper. Bibl. di Vienna, che ci conserva il carme io

Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas.

Come vede, i carmi del Cotta non ci sono conservati tutti in manoscritti. Gli epigrammi: Ad Anysium, ad Gevaras fratres, il secondo a Licori e l’ode per la vittoria di Bartolomeo d'Alviano ci furono tramandati solo da stampe, che numerosis- sime si seguirono in tutti i secoli, ma specialmente nel XVI. Le verremo ora enumerando in ordine cronologico :

L'edizione princeps, a detta del Morelli (1), sarebbe una stampa aldina del 1527, da lui non veduta e non veduta nep- pure dal Giuliari (2), che la cercò diligentemente, nella quale i carmi del Cotta dovrebbero venire dopo quelli del Sannazaro e di altri. Nella Bibl. Com. di Verona io vidi questa stampa:

ACTII SYNCERI SANNA|[ZARIJ de partu | Virginis | Lamen- lalio de morte | Christi. | Piscatoria. | PETRI BEMBI Benacus. | AUGUSTINI BEATIANI, Verona. | Aldus M.D.XXVII.

Ora io non so se il Morelli intendesse alludere a questa stampa, ma il fatto è che qui del Cotta non trovasi cosa alcuna. E però indubitato che l'edizione princeps non dovette essere l’aldina del1528 perchè a c. 1", nell’indice dei poeti rappresentati dalla raccolta, leggesi :

Petri Bembi in Divum Stephanum Eiusdem Benacus Gabrielis Altilij Epithalamion

Jo. Cottae Veronensis Carmina

(1) Nell’ediz. bassanese dai Carmi del Cotta, prefazione. (2) Due aneddoti, p. 6.

108 V. MISTRUZZI

Jo. Mutij Aurelij Mantuani Hymnus in D. Jo. Bapt. Eiusdem Elegia ad Leonem X. Pont. Max. Additum est his, quae ante impressa sunt:

e vengono i nomi degli autori con l’indicazione dei carmi che figurano per la prima volta nella raccolta.

Non è dunque la seguente l’edizione princeps, sebbene sia data per prima.

1. ACTII SYNCcERI SANNA|ZARII De partu | Virginis, | La- mentatio de morte | Christi. | Piscatoriae | PETRI BEMBI Benacus | AUGUSTINI BEATIANI Verona | et praeterea quae in sequenti pagina continentur. A c. 67": « Venetiis in Aedibus « Aldi, et Andreae Asulani Soceri mense IREUs Or M.D.XXVIII ».

Designiamo questa stampa con a. I carmi del Cotta sono:

a) O quae alma grato d) Ne tua ne mea 8) Caparion . e) O factum lacrimabile y) Jam valete %) Ocelle fluminum.

2.