This is a reproduction of a library book that was digitized by Google as part of an ongoing effort to preserve the information in books and make it universally accessible. Google books https://books.google.com Google Informazioni su questo libro Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google nell’ambito del progetto volto a rendere disponibili online 1 libri di tutto 11 mondo. Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è un libro che non è mai stato protetto dal copyright o 1 cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l’anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 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LE “RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO INTRODUZIONE AUa raccolta delle liriche ariostee apparsa fino dal 1924 nella Collezione laterziana degli Scrittori d’Italia (L. Ariosto, Lirica, a cura di (xiuseppe Fatini, Bari), non ha fatto seguito, contro ogni aspettativa, alcuno studio complessivo su di esse. Se per le poesie latine il saggio del Carducci su La gioventù latina di L. Ariosto (Opere, v. XV) conserva anche oggi, almeno nelle linee generali, il pregevole valore che gli fu riconosciuto fino dalla prima edizione (1), per le rime dobbiamo ancora conten- tarci di pochi articoli riguardanti uno o più componimenti; ché quei due o tre studî d’'indole generale che erano gia stati fatti su le poesie italiane, giudicati insufficienti fin dal loro apparire, oggi, dopo î resultati della recente critica ariostea, hanno perduto anche quel qualsiasi pregio che potevano avere. Perciò riprendendo in esame il copioso materiale che mi servì per apprestare V’edizione laterziana e per isvolgere la que- stione dell’autenticità dei singoli componimenti (2) e integrandolo (1) Lo studio, cui dette occasione il centenario della nascita del- l'Ariosto, comparve nel 1875 col titolo Delle poesie latine edite ed inedite di L. A. - Studi e ricerche di GiostÈ CaRrDpUCCI, Bologna, Zanichelli. (2) Quest’ultimo studio apparve nel Supplemento 22-23 del Gior- nale storico col titolo Su lu fortuna e l'autenticità delle liriche di L. A., Pp. 133-296. Giornale storico — Suppl. n° 25. 1 2 G. FATINI con quello che la recente bibliografia ha additato o preso a stu- diare, ho voluto consacrare questo volume alle Rime del grande Ferrarese per delinearne, dopo una conveniente illustrazione storica, î caratteri e tentarne la valutazione artistica. Le pagine su le Rime sono precedute da due capitoli e seguite da uno, che a prima vista potrebbero apparire come estranei all’argomento e, però, non strettamente collegati col titolo. Ma l’ultimo, La genesi del « Furioso », illustra con una certa ampiezza il capitolo II della edizione barese, cioè il ternario su Obi: d’Este, che è un tentativo di poema o, meglio, cantare storico, dal quale l’ Ariosto, dopo un fervido periodo di fermentazione epica. s’incamminò risolutamente per il mondo cavalleresco del Boiardo, creando l’Orlando Furioso. Degli altri due, il primo è un rapido «excursus » storico del volgare in Ferrara nel secolo XV, dalle scarse manifestazioni con Niccolò III a quelle via via più copiose e importanti sotto Leonello, Borso ed Ercole. avute fra gli eruditi e în mezzo al popolo, sempre col favore dei Principi; il secondo, a complemento del- l’« excursus » del primo, traccia il progressivo svolgersi del culto del popolo e degli studiosi per l’ Alighieri (Dante presso gli Estensi nel sec. XV). Con questi due capitoli è possibile seguire la lenta trasformazione dell'ambiente umanistico guariniano in un ambiente dagli spiriti classici intimamente fusì con quelli italiani, nel quale il giovane Ludovico formò la sua educazione intellettuale aperta all'amore dei grandi scrittori romani e italiani. Dai carmi latini e volgari del periodo giovanile — questi ultimi quasi tutti perduti —, che rappresentano come il noviziato del Poeta in cerca ancora della via che lo conduca alla conquista dell’arte, egli muove i suoi passi verso la meta del sogno caval- leresco che presto viene a tormentarlo e ad inebriarlo. Pertanto anche i due primi capitoli, mentre interessano la storia della cultura ferrarese, preparano a spiegare meglio l’orien- tamento spirituale dell’Ariosto verso quel volgare che gli dette modo di battere con le Rime gli umili sentieri dell’arte, mentre spiccava il volo col Furioso verso il cielo della vera Poesia (1). GIUSEPPE FATINI. (1) Questo lavoro era già steso quando l’amico Mario Chini mi ha annunziato un suo volume su le Rime, di prossima pubblicazione. CAPITOLO I. IL VOLGARE PREARIOSTEO A FERRARA La tradizione del volgare in Ferrara. — Tracce di letteratura popo- lare e aulica sotto Niccolò III. — La Politia litteraria di A. ]1)e- cembrio e Leonello. — Leonello e l’Alberti. -— Rimatori e cante- rini alla Corte di Leonello. --, Due sonetti del Marchese. — Favore di Borso per le versioni italiane e la Biblioteca. — Una schiera di scrittori in lode di Borso. — Poesia popolare. — Rac- coglitori di poesie. — Traduttori e prosatori sotto Ercole I. — Rimatori oscuri e noti. — M. M. Boiardo. -— ll teatro volgare sotto Ercole I. — Conclusione. Si racconta che Niccolò III, desiderando avere da un po- destà uno sparviere, glielo facesse richiedere dalla Corte. Il podestà, ricevuto l’ordine con le parole: « Mittatis accipitrem tbene ligatum in sacculo », prese, ignorando la lingua latina, «accipitrem » per « arcipretem » e mandò legato in un sacco il povero prete del paese. Niccolò III, sorpreso dello strano equivoco, ordinò senz’altro che in Corte non si adoperasse più la lingua latina. Così nel marchesato di Ferrara al latino sarebbe subentrato il volgare anche negli atti pubblici. L’aneddoto, tutt’altro che nuovo, ha il suo significato: la lingua italiana si sostituì alla latina per necessità pratiche, perchè non era più familiare neppure alle persone preposte al popolo, non escluso lo stesso Marchese (1). Con le necessità (1) Su la cultura a Ferrara nel sec. XV vedansi G. CARDUCCI, La gioventù di L. A. e la poesia latina in Ferrara, in Opere, XV (Bo- logna, Zanichelli); G. BERTONI, La biblioteca estense e la coltura ferra- rese ai tempi del duca Ercole I (1471-1505), Torino, 1903; Z° «Orlando Furioso » e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Orlandini, 1919, e Gua- rino da Verona fra letterati e cortigiani a Ferrara, Ginevra, Olschki, 1921; M. Catacano, Vita di L. Ariosto, (renève, Olsehki, 1931: nel 4 G. FATINI pratiche agiva di conserva anche la forza della tradizione, che ricollegandosi al favore incontrato da giullari e trovatori presso gli Estensi vantava nel secolo XIV la protezione di Aldobran- dino III a Niccolò da Casola, che gli dedicò il poema La guerra d’Attila (1358), e a Niccolò da Verona, che per lui compose la Farsaglia; le accoglienze «oneste e liete » fatte al Petrarca da Niccolò II e da Ugo d'Este, e, infine, la discreta fioritura | poetica, che pur nella loro città svolsero e promossero Antonio e Niccolò da Ferrara, insieme con altri rimatori, assai più modesti e meno fecondi di loro, come quel mezzo istrione e poeta di Pietro Montanari che tenzonò con Vannozzo (1). D'altronde, lo stesso Marchese aveva appreso l’amore delle lettere, insieme con l’ammirazione per il Petrarca, da uno dei più cari amici del cantore di Laura, l’umanista casenti- nese Donato degli Albanzani; che per il suo illustre discepolo tradusse dei due grandi Trecentisti il De viris illustribus e il De claris mulieribus, mentre intorno a lui, nella Corte, bazzi- cavano, forse con la mente scossa dalle tragiche scene dell’In- ferno dantesco o esaltata dalla luminosa visione del Paradiso, quei giovani che al culto dell’Alighieri aveva educati Ben- venuto da Imola, dal 1377 maestro di grammatica in Ferrara, e probabilmente lettore della Comedia nello Studio, che Nic- colò II aveva tentato di richiamare in vita. Niccolò III, orgoglioso di far godere ai sudditi i beneficì della pace anche per il tramite d’un risveglio intellettuale, volumi del Bertoni e del Catalano trovasi la bibliografia su l’argo- mento, alla quale rimandasi. Ricordando i codici ferraresi, mi rife- risco a quelli della Biblioteca Civica di Ferrara, Classe I, descritti da (. ANTONELLI, Indice dei mss. della civica biblioteca, ecc., Ferrara, 1884. e Fondo Antonelli; coi codici estensi al fondo della Estense di Modena, per il quale oltre La biblioteca estense del BERTONI, vedi D. FAVA, La biblioteca estense nel suo sviluppo storico, Modena, 1925. (1) Vedi E. LEvI, Francesco di Vannozzo e la lirica nelle corti lombarde durante la seconda metà del sec. XIV, Firenze, 1903, cap. IV, e dello stesso, Maestro Antonio da Ferrara, Roma, 1920 e negli Att Deputaz. ferr. storia patria, XIX, 1910. lai LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 5 dopo avere impresso alla Università un nuovo impulso, affi- dando l'insegnamento a rinomati docenti, chiamò a Ferrara (1429) Guarino Veronese, il quale, secondando il desiderio del Principe, seppe in breve trasformare la città in un promettente centro umanistico accendendo una nobile gara nell'amore degli antichi e della poesia latina, che parve precludere al volgare ogni manifestazione che non fosse di puro carattere pratico. Ma non fu così: mentre sotto la guida di Guarino l'’Umane- simo ferrarese fioriva sempre più rigoglioso, il popolo conti- nuava a cantare in chiesa e per le vie le ingenue laudi che gli offrivano oscuri laudesi, come quella che nel 1399 la Compagnia dei Bianchi, tra i quali lo stesso Marchese, fece sentire in una lunga processione (1): Chi vole servire a Jhesu Christo renda l’uxura e il malo aquisto; o altre, di cui un rude esempio può essere offerto dalle poesie religiose di Pietro Maria da Ferrara (2). La folla in chiesa ascol- tava le prediche, che con la loro lingua rozza e scolorita scen- devano al cuore del credente, come le Prediche per le feste dell’anno, attribuite ad Antonio Bonafini (cod. ferr. 181, cl. I) e scritte in un volgare ferrarese non spregevole — a cui si acconi- pagnano due biografie dello stesso tempo e nella stessa lingua dialettale; — o le altre, che con maggiore commozione accolse dalla parola arguta, pittoresca e dinamica di Bernardino da Siena nel 1423-24. Di cittadini ferraresi potrebbero essere tutti o in parte quei componimenti anonimi religiosi, che sì trovano raccolti in una miscellanea sacra e profana di questo secolo (cod. est. it. 381), tra i quali un gruppo di ottave sul Giudizio universale, del 1432, appartenenti, pare, ad un Cieco de Rosano, che chiude la serie con questa stanza ingenuamente popolare: (1) Archivum romanicum, 1V, 426-27. (2) Rime scelte de’ poeti ferraresi antichi e moderni (a cura di G. Ba- RUFFALDI), Ferrara, 1713, p. 15. 6 G. FATINI Questo dito fiecij lo cieco de Rosano loldando Christo con Santa Maria, per luy pregati a l’alto Dio soprano, puoy che trapassa, soa requia ly dia, e a quello che lo scrisse con so’ mano sanitade e prosperitade tutavia e tuty quilli che l’àno ascoltato Dio si lly guardi da mortal pecato. Naturalmente meno rare si fanno via via le manifestazioni d’omaggio al Marchese da parte di persone colte: un ano- nimo nel 1409, esultando in versi rapidi e disadorni per l’ucci- sione di Ottobuono Terzi, signore di Parma (1), inneggia a lui che diverrà « nostro signore »; Luchino dal Campo, cancelliere marchionale, descrive, in volgare, il viaggio (2) fatto in Terra- santa da Niccolò nel 1413; Fiore dei Liberi di Primariacco raccoglie nel 1410, per incarico dell’Estense, le regole che aveva seguite nell’insegnargli, giovanetto, l’arte dell’armeggiare, nel libro Il Fior di battaglia, illustrandolo con figure e chiose in versi latini e volgari (3); il riminese Branchino de Branchinis elogia con un sonetto Beatrice, figlia di Niccolò; il senese Serdini rivolge poesie a lei e a Polidoro, altro figlio del Marchese, che lo stesso Serdini pianse, alla morte, con una canzone (4); a lui indirizza il lungo componimento « Spirto gentile da quel « gremio sciolto » il bolognese Niccolò Malpigli per confortarlo di un amore sfortunato, e Pier Andrea Bassi, amico del (1) Vedi V. Cran, Satira (collezione Vallardi), pp. 290-91. (2) Edito in Miscellanea di opuscoli inediti o rari dei secc. XIV e XV, a cura di G. Girrnassi, Prose, I (1881), pp. 99-160: è indicato nel n. 147 dell’Inventario del 1467 della Libreria estense, dato dal BerToNI, Biblioteca, pp. 213-235. (3) Vedi F. NovatI, Il Fior di battaglia di m. Fiore dei Liberi di Primariacco, Bergamo, 1904; è il n. 253 dell’Inventario del 1436, riportato da A. CAPPELLI in (Giornale storico, 14, 1-30. (4) Vedi G. Ferraro, Alcune poesie inedite del Saviozzo e di altri autori, in Scelta di curiosità letter., 168, Bologna, Romagnoli, 1879. e Giorn. Stor., 17, 425; del riminese de Branchinis vedi tre sonetti nel cod. ferrar. 521 (Fondo Antonelli). LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 7 Guarino, offre un prolisso racconto in prosa su Le fatiche d’ Ercole, in cui pretende di ravvisare le imprese di Niccolò stesso, e con annotazioni pesanti d’erudizione la Teseide del Certaldese, preceduta da una dedica, dalla quale s'impara che fu Niccolò III a desiderare quel commento: « E per lo amore el quale a poesia portati, avendo vuy de la lectura del Theseo sommo piacere ritrovandosi alcuni quali le historie poetiche non sono cussì note come a vuy, vi ha piazuto comandare a mi Piero Andrea de i Bassi vostro antiquo e fidele famiglio dechiari lo obscuro texto del ditto Theseo facendo a quello giose per le quale li lecturi possano cavare sugo de la loro lectura... Io quantunque accusi la ruvidezza mia per piacere a la signoria vostra, come meno male mi responderà il mio poco sapere mi sforzarò ad ubedire». Tanto il commento piacque all’Estense, che insieme con la compilazione Le fatiche d'Ercole e la canzone del Malpigli, pur essa ampiamente illustrata dal Bassi, lo fece raccogliere in un codice ornato di finissime miniature (1). Un altro commentatore, molto apprezzato dal Principe, fu Guglielmo Capello, il masstro di Leonello, che lungo tempo e grande amore consacrò al Dittamondo dell’Uberti (2); tra- duttori invece furono l’umanista Giovanni Aurispa, precet- tore di Meliaduse, che volse in volgare la declamazione latina Della nobiltà di Bonaccorso da Montemagno, e forse è l’au- tore, se non della versione d’un dialogo lucianesco, d'un epi- gramma latino elogiativo della lingua toscana (3); Tommaso Cambiatore, che ad un Principe d’Este dedicò la sua tradu- zione dell’Eneide in terza rima, e, autore di versi latini e ita- liani petrarcheggianti, nel 1432 ebbe boriosamente la corona di poeta (4). (1) È il cod. D. 524 infer. dell’Ambrosiana; v. C. Frati, in Giorn. stor., 22, 316, E. LEvI, in Giorn. stor., dò, 241 sgg. (2) Vedi BERTONI, in Archiv. roman., I, 58; vedi pure Giorn. stor., 45, 374. i (3) Vedi G. SaBBADINI, in Supplem. 6 del Giorn. stor., 83-84. (4) Vedi Guasco, Storia letteraria di Reggio, Reggio, 1711, pp. 13-14 e BERTONI, Guarino, pp. 44-5. 8 G. FATINI Niccolò III fu in relazione anche con altri umanisti e studiosi, amanti del volgare: con Antonio Luschi, vicentino, schiccheratore di rime amorose e burlesche (cod. ferr. 397, cl. 1), noto particolarmente per l’orazione latina diretta al Marchese dopo l’uccisione del tiranno Terzi (cod. est. lat. 27); con Bar- tolomeo Caseoti, che seguì a Ferrara Guarino, pur rimanendo fedele al volgare (1); con Alessandro del Carretto, che fece sentire la sua timida voce (2) durante il concilio tenuto a Fer- rara nel 1438. Ma la prova più viva della simpatia che Niccolò III nutrì per la lingua italiana è data dalla presenza delle opere di Dante, Petrarca, Boccaccio, Marco Polo, Cecco d’Ascoli, Fazio degli Uberti, e di alcune versioni dal latino, dal greco e dal fran- cese nella Libreria, che, iniziata da Donato degli Albanzani col consenso o per iniziativa di lui, fu messa insieme soprattutto coi consigli di Guarino, certo non troppo tenero per gli scrit- tori moderni. Quei libri — lo lascia capire anche il Bassi nel commento alla Teseide — come le belle miniature e i bei codici si debbono particolarmente al Marchese. Così Nic- colò III, dal suo illuminato mecenatismo indotto a chiamare a Ferrara artisti e studiosi, che coi frutti della loro opera didat- tica e del loro ingegno ingentilissero la città /educando i gio- vani nel culto del sapere e del bello, gettò i semi che anche nel campo del volgare presero a fiorire durante il marchesato di Leonello, nonostante che il clima intellettuale, per merito di Guarino, fosse dominato da sconfinata ammirazione del pensiero e dell’arte classica. * * 3% Angelo Decembrio ci ha dato nella Politia litteraria — scritta però parecchi anni dopo la morte di Leonello — un quadro assai colorito dell'ambiente guariniano, troppo colorito perchè (1) BERTONI, Guarino, p. 47. (2) Cod. sessoriano n. 413, c. 60 della Vittorio Eman. di Roma. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO . 9 si debba giudicarlo in tutto corrispondente alla verità storica; egli nel suo fanatismo umanistico ritrae Leonello capo di un circolo di letterati, pei quali il volgare è soltanto un umile strumento della vita pratica e gli scritti nella lingua del popolo non meritano alcuna degnazione; onde chi si affidi a quel libro è tratto a confondere il gentile Marchese con quel gruppetto di pettoruti eruditi, che solo per innata antipatia verso l’ita- liano ricoprivano di scherno gli scrittori in volgare; come capitò a quell’Ugolino Pisani, che ebbe l’ingenuità di presentare, in veste esteriore assai elegante, a quei letterati, riuniti a discu- tere, un suo scritto, De coquinaria confabulatione, forse uno scherzo comico in volgare; quegli intemperanti si guardarono bene dal gettare l’occhio su quel rude tentativo, pur troppo non pervenutoci, per vedere se, per caso, non fosse un primo passo della nostra drammatica (1). Figlio di una senese, dal cui labbro forse imparò la dolcezza musicale dell’idioma italiano, Leonello trovò modo, nel suo squisito buon gusto, di contemperare il culto dei classici, appreso alla scuola e nella consuetudine di Guarino, con la simpatia del volgare, instillatagli nell'animo, per il tramite dei grandi Trecentisti, dal suo precettore Capello, e rafforzata dalla familiarità che ebbe con uno dei più tenaci e fervidi asser- tori della nostra lingua, Leon Battista Alberti. L’Alberti, che nel 1436 gli aveva dedicato il Filodosso per la buona amicizia che lo legava a Meliaduse, suo fratello, ha Il merito di avere contribuito a conciliare l’amore per le due lingue e le due letterature anche nella Ferrara guariniana; dove durante il soggiorno del 1438 partecipò senza dubbio alle discussioni sul volgare, a cui forse dette luogo la venuta di tanti dotti per il concilio. Ai primi del 1442 gli fece omaggio del Teogenio (est. it. 26) con una dedica, che rivela la fiducia di avere nel colto Principe un difensore contro i nemici del vol- a (1) Vedi A. DELLA (Uarpia, La « Politia litteraria » di A. Decembrio, Modena, 1910, pp. 63-65; I. SANESI, La Commedia (collez. Vallardi), Pp. 91-92. 10 G. FATINI gare, che in quel periodo di sconforto, seguito al fallimento del «certame coronario », lo travagliarono di maligne insinuazioni. «E fummi caro — scrive — sì ’1 far cosa fusse a te grata, sì «et anche avere te, principe e litteratissimo, non inculpatore «di quello che molti m’ascrivono a biasimo, et dichono che «io offesi la maestà letteraria non scrivendo materia sì elo- «quente in lingua piuttosto latina ». Portatosi a Ferrara poco dopo la dedica del Teogenio, l’Alberti fu richiesto del suo parere su la statua che i Ferraresi avevano deliberato di innal- zare a Niccolò III: ciò gli offrì l'occasione a scrivere il tratta- tello De equo animante, nel quale, rivolgendosi a Leonello, insiste su la capacità e l’attitudine del toscano a uguagliare in pregi artistici il latino, potendo anch’esso assumere una forma « per lo studio e vigilia dei dotti e limata e pulita ». Ormai tra i due nobili spiriti s'era stabilita una mutua fi- ducia, per la quale, se l’Alberti era incoraggiato a perseverare nella sua opera di scrittore — e per consiglio di Leonello darà l'importante trattato sull’architettura —, l’Estense riceveva incitamento a proteggere la lingua italiana (1). Così Leonello, alieno per natura da ogni intemperanza, era portato e dall’edu- cazione ricevuta e dall’esempio dell'amico ad apprezzare ed amare la lingua del popolo; stimò, seguendo il padre, il Cam- biatore, che gli fece dono di alcuni versi (est. it. 427); il Bassi, che merita menzione, più che per i commenti ricordati, per quella canzone « Resurga da la tomba avara e lorda », che a causa di certa analogia col canto stecchettiano dell’odio fu rivelata con clamorosa curiosità (2) alcuni decenni or sono; Iacopo Sanguinacci, improvvisatore apprezzato dallo stesso Guarino, che gli diresse, pare nel 1443, nella imminenza cioè (1) Su le relazioni di Leonello con l’Alberti v. G. MAnciNI, Fita di L. B. Alberti, Firenze, 1911, pp. 54, 139, 171, 352 ecc.; e CIAN, Contro il volgare in Studi letterari e linguistici, dedicati a P. Rajna nel quarantesimo anno del suo insegnamento, Firenze, 1911, pp. 261-63. (2) Vedila anche in Primavera e Fiore della Lirica italiana (a cura di G. Carpucet), Firenze, Sansoni, I, pp. 128-32. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 11 delle sue seconde nozze, la canzone: « Non perch'’io sia bastante «a dechiararte » (qualche codice però, come l’est. it. 262, c. 204, la riporta dedicata a Borso), enumerando con rozza intonazione petrarchesca le gioie e i dolori derivanti dall’a- more (1), e dalla quale si ricava che a Leonello erano cari e Dante e il Boccaccio (verso 94). Senza dubbio la schiera degli umanisti, e col canto modu- lato su le orme e nella lingua dei romani e con le discussioni e lo studio sul pensiero e l’arte latina, attirava l’attenzione di Leonello più dei pochi cultori del volgare; ma anche da questi egli riceveva volentieri l'omaggio del loro ingegno nelle circostanze in cui il suo cuore o quello dei suoi congiunti gioiva o dolorava. Così nella ricorrenza delle sue prime nozze — vivente ancora il padre — nel 1435, comparve un trattato su l’arte del ballo che un codice estense (it. 82) riferisce ad un anonimo ferrarese, mentre uno parigino lo dice di Domenico Piacentino (2): è preceduto da un sonetto caudato, che s’in- tona delicatamente alla gentile natura del ballo: Da suave harmonia del dolce canto, che per l’audito passa dentro al core, di gran dolceza nasce un vivo ardore da cui el danzar vien poy che piace tanto. Però ch'in tal scientia vuole il vanto convien che sei partite senza errore nel suo concepto apprenda e mostri fore sì come io qui descrivo insegno e canto. (1) Vedi B. CEsTaro, Rimutori palovani del sec. XV, Padova, 1904, pp. 21-24, 174-79; per la bibliografia vedi Giorn. stor., 9, 211 sgg., 39, 37, e Propugnatore, N. S., VI, 151-55. (2) Il cod. della Nazionale di Parigi è il n. 972; il 973 contiene il Trattato dell’arte del ballo di Guglielmo ebreo pesarese, stampato in Scelta di curiosità letterarie della collezione Romagnoli, n. 131; dove, a pp. xv-xVI si ricorda un Domenico da Ferrara, autore d’un ampio trattato sulla danza, il quale Domenico potrebbe essere Dome- nico piacentino; nel codice estense l’autore loda Leonello per avere favorito l’arte del ballo e dichiara di essere stato in Ferrara durante le sue nozze. 12 G. FATINI Misura è prima e seco vuol memoria, partir poy di terren con aer bella, dolce maniera e movemento e poi queste ne dànno nel danzar la gloria cun dolce gratia a chì l’ardente stella più favoregia con li raggi suoi. Ancor li passi toi sian ben composti e destra toa persona cum l’intellecto attento a quel che suona. o) Un altro garbato sonetto chiude il trattatello, nel cui proemio il nome del Principe è ricordato con lode e simpatia. Allo stesso Leonello un tale, di cui s’ignora il nome, dedicò nel 1437 un «libreto d’amore », che è andato perduto, e lo studente Giovanni Francesco Suardi diresse un sonetto semi- burlesco per indurlo — era già a capo del marchesato — a permettere che gli studenti animassero con le loro maschere il carnevale (1). Alla principessa Isotta offrì nel 1444 un gra- zioso componimento in versi italiani, tenzonando con un Ludovico Petroni e col ricordato Suardi, il giurista Francesco Accolti, che, insegnante nello Studio ferrarese, s’era fatto, da buon toscano, paladino del volgare scrivendo versi (2) e par- tecipando al «certame coronario »; per la stessa Isotta, in procinto di lasciare Ferrara, sì duole con versi non disadornì un Girolamo Nigrisoli (3) e un anonimo col capitolo « Io gemo, «suspiro et de lacrime bagno », finge che Ferrara pianga la sua partenza, che la renderà priva d’ogni pace e allegria (cod. ferr. 521, Fondo Antonelli, cc. 28-29). Non va dimenticato il veneziano Ulisse de Aleotis, che con l’antiquario Feliciano e Filippo Nuvolone partecipò, verso il 1442, con alcuni versi alla contesa artistica sorta fra il Man- (1) CaraLano, Vite, I, 98-99. (2) Vedi I. SANEsI, Sonetti inediti di F. A., Pisa, 1893; e F. FLA- MINI, Lu lirica toscana del Rinascimento anteriore ai tempi del Magni- fico, Pisa, 1891, pp. 270-75 e 619-21. (3) Vedi FerRrAaRO, op. cit., pp. 67-70. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 13 tegna, il Bellini e il Pisanello: quell’Ulisse che alternando rime burlesche con rime amorose seppe dare alla sua poesia qualche accento sincero (1); nè Feltrino Boiardo, che tradusse L’asino d’oro apuleiano per aver modo di ridersela coi suoi (2); nè quel- l'anonimo che lasciò una descrizione in volgare del viaggio in Terrasanta fatto nel 1444 da Meliaduse (cod. est. it. 249). Probabilmente a Leonello non dispiacque neppure la musa popolare di quel Giovanni Peregrini, che, autore di rime reli- giose e profane (3), da tempo s'era fatto conoscere particolar- mente per due risentiti sonetti contro il Vannozzo, il quale, in seguito al rifiuto del Principe d’aiutarlo, aveva osato diffa- mare Ferrara e i Ferraresi. Su l’esempio del padre, anche Leonello si dilettava di pro- teggere e ascoltare buffoni e canterini, come quel Prando da Verona, che egli beneficò nel 1450, e Lodovico da Padova « facetissimo pronunciatore in lingua volgare » (4); e non è improbabile che l'entusiasmo donde fu travolto il popolo nel sentire la parola di Alberto da Sarteano, infuocata di fede e ag- gressiva contro la depravazione morale, abbia spinto anche lui ad accorrere nel 1447 alle sue prediche: al pari di Guarino, che per potere ascoltare il suo vecchio discepolo s'indusse a diffe- rire l’ora della lezione nello Studio; ma, quando nel 1450 il frate, predicando nuovamente a Ferrara, rampognò i poeti pa- gani e i loro ammiratori, Guarino sì sentì personalmente colpito (1) Vedi Giorn. stor., 47, 41 sgg. e la bibliografia in SEGARIZZI, A. Baratella, Venezia, 1916, p. 75; sul De Aleotis vedi G. Tauro, Dieci sonetti d’un poeta padovano del ’400, Roma, 1898, e Crans, in Giorn. stor., 84, 308. (2) Vedi DELLA GUARDIA, op. cit., p. 48 e G. REFICUENBACIE, M. M. Boiardo, Bologna, Zanichelli, 1929, pp. 155 sgg. (3) Vedi FERRARO, op. cit., pp. 39-47, 62-66; e Ruccolta di sacre poesie popolari fatta da G. PEREGRINI nel 1446, in Scelta di curiosità letter., n. 152 (1877); FLAMINI, Un codice del Collegio S. Carlo di Modena, in Propugn., N. S., I, 287 sgg. e A. PAVANELLO, I codici fer- raresi 307 e 409, Ferrara, 1895. (4) Vedi BERTONI, in Giorn. stor., 94, 271. 14 G. FATINI dall’acre parola dello scolaro e rispose probabilmente con la stessa baldanza con la quale fu rintuzzato il minorita Agostino, che, intervenuto casualmente in una riunione dei guariniani — il fatto è ricordato nella Politia litteraria del Decembrio (v. 63) — ebbe pur lui aspre parole per la poesia latina. Colto dunque, protettore e amico di umanisti, anche al di fuori della cerchia ferrarese, amante dei libri e del bel libro, che desiderava vedere o nella Biblioteca, sempre più ricca, o nelle mani dei lettori, sempre più numerosi, ben rilegato, elegantemente miniato e trascritto, egli continuò l'opera pa- terna sia nella conoscenza delle opere antiche sia nella pro- tezione dei letterati, favorendo, come il padre, anche gli umili scrittori in volgare e i lettori di opere volgari; cosicchè per merito suo il circolo guariniano, che tanta parte ebbe nella diffusione della cultura umanistica in Ferrara, se non favorì l'italiano, lasciò che questo seguisse il suo lento cammino anche in mezzo alle persone colte; le quali dall’esempio di Leonello rimatore, più che da ogni altra manifestazione in favore della lingua italiana, erano tratte a guardare ad essa con benevola disposizione. Egli infatti era solito affidare al ritmo del verso italiano l'espressione dei suoi sentimenti, non solo, ma, se dobbiamo credere al cronista Fra Giovanni (R.F. II. SS., XIV, col. 467) si dilettava di dire « versus ex tempore », cioè d’improvvisare. Peccato che il tempo abbia involato quel gruppo di poesie che nel Settecento erano ancora conservate dalla famiglia Canani! I due sonetti però che ci rimangono sono tali per robustezza di pensiero e per nobiltà e vivacità di rappresentazione da far dimenticare il motivo petrarchesco donde muovono. Il sonetto che il Foscolo, forse con eccessivo entusiasmo, giudicò «una gemma » della lirica italiana e il Carducci disse « grazio- sissimo », è così noto che non credo opportuno riprodurlo; meno conosciuto il secondo, che con una energica mossa iniziale invita il lettore a seguirlo nello svolgersi agile e solenne della scena, senza che l’immagine del bevitore perda, nella sua lun- LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 15 ghezza, vigoria e colore. Fer noi poi questo sonetto ha anche un certo valore storico, perchè quell’espressione dell’« acco- «starsi spesso alla divina acqua prodigiosa » dell’Elicona con- ferma la familiarità di Leonello con la Musa, che per lui non era esclusivamente latina: i Batte el Cavallo su la balza alpina e scaturir fa d’Helicona (il) fonte, dove chi le man bagna e chi la fronte, secondo che più honore o Amor lo enchina. Anch’eo m’accosto spesso alla divina acqua prodigiosa de quel monte: Amor ne ride, che ’1 sta li con prompte le soe sagipte en forma pellegrina; e mentre el labro a ber se avanza e stende, Ello con el venen della pontura macola l’onda e venenosa rende. sì che quell’acqua, che de soa natura renfrescar me dovrebbe, più m’accende, e più che bagno più crexse l’arsura. I due sonetti palesano sensibilità e abilità di poeta, effetto quella di animo gentile e aperto al bello, questa di amorosa consuetudine coi nostri scrittori: due qualità che ravvicinano Leonello al Magnifico, del quale potrebbe dirsi precorritore nell'avere, ma senza esser mosso da alcun fine politico, dispen- sato ai suoi concittadini i beneficî d’un sano risveglio intel- lettuale. Che, se non fu tanto rigoglioso nel campo del volgare quanto in quello umanistico e artistico, più che a penuria di uomini devesi imputare alla brevità del suo regno; il quale durò solo otto anni e cessò quando egli ne aveva appena quarantuno. * * * L'eredità di questo risveglio fu assunta da Borso, con l’inten- dimento certo di rendere più splendido il marchesato, cui con- tinuava ad arridere la fortuna della pace, insieme forse con 16 G. FATINI quello di appagare l'intimo bisogno del suo spirito, portato a inebriarsi di lusso e di sfarzo. Dico forse, perchè Borso, pur essendo in grado di apprezzare i frutti dell’ingegno, scarso giovamento trasse dall’educazione ricevuta dai precettori; anche se intendeva il latino, lo leggeva faticosamente, senza poter penetrare nel pensiero dello scrittore. Più d’un traduttore, dopo aver dichiarato, per complimento, la propria ignoranza, afferma che le versioni e gli scritti in volgare erano desiderati e voluti dal Duca. — Così il Polismagna — uno pseudonimo usato volentieri da Carlo di San Giorgio, letterato, amanuense, miniatore e custode della Biblioteca — nella prefazione alla ver- sione della Vita di Filippo M. Visconti di P. Candido Decembrio dice che si è dato «a lo exercitio de tradure libri se non da «poco tempo in qua » e solo per «amore » del Principe; che se usa un linguaggio che non garberà ai dotti, voglia scusare — lo prega nel proemio d’un’altra versione — «la mia igno- «rantia cum quelli che mi biasemarano et specialmente de gli « vucabuli in questa traductione usati. Io scio che tu sei Ferra- «rese et io Ferrarese et Ferrara, inclita cità de Italia, ne ha «producti, alevati et acresciuti et però non saperia io adriciare «la lingua se non al ferrarese idioma. Il quale, secundo il «mio parere, non ha manco elegantia che alcuno altro italiano «parlare. Se cussì a te piace parmi che ogni homo sia sati. « sfatto » (1). Entro la vampa d'orgoglio che spinge il Polismagna a contrap- porre il ferrarese a quell’italiano che non sa adoperare, è facile sorprendere la vera causa della preferenza data da Borso al volgare: quella causa che lo stesso Carlo apertamente adduce, dopo una bella strapazzata ricevuta da Teofilo Calcagnini per avere stesa in latino la storia della congiura dei Pio contro l’Estense, di cui gli aveva dato l’incarico (est. it. 1004): «... Furiosamente e aspramente represo et quasi calonniato (1) Vedi BERTONI, Guarino, pp. 106-110, Bibl. est., p. 123 e Arch. roman., II, 38, n. 5. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 17 «fui, come di quasi uno grandissimo errore commesso havesse «a scrivere cotale faccenda in latino e non nel nostro volgare «idioma », egli perciò ridusse la storia in italiano, comprendendo che «la fortuna inimica de ogni virtuoso huomo non ha voluto «a li altri tuoi — parla a Borso — singulari ornamenti adiun- i gere l’ornamento de le littere... » (1). Con tale disposizione culturale del Duca si spiega facilmente perchè tutte le sue simpatie andassero all’italiano, pur senza dare l’ostracismo al latino. Così il nucleo dei libri volgari che entrano nella Libreria aumenta, e il gruppo degli scrittori che per Borso preparano traduzioni si fa numeroso. Ecco il Polis- magna con le versioni di alcuni scritti di Pier Candido De- cembrio (est. it. 99), della storia della congiura già ricordata e, forse, della vita di S. Antonio (2), tutte compiute «a piacere «et contento » del suo Signore; Bartolomeo della Fonte con quella dei Settanta interpreti di Aristea, preceduta da due sonetti dedicatori d’elogio per Borso (3); Antonio Cornazzano, che traduce il suo poemetto De excellentium virorum principibus ab origine mundi per aetates (est. it. 101); Gian Mario Filelfo, che riduce in terzine l’Officio divino della Vergine (est. it. 934), da prima per Maddalena del Carretto, poi per Borso rinnovan- dolo con una enfatica e scolorita esaltazione del suo Signore (4); Averardo Troilo, pare, con la versione poetica dell'Arte ama- toria di Ovidio (5); un anonimo con quella della Quadriga spirituale di Niccolò da Osimo, dedicandola a Ercole non ancora Duca (est. it. 1332); un altro con una Deca liviana per Alberto (1) Vedi il testo della Congiura, dato da A. CappeLLi, in Atti e Memorie Deputaz. Storia Patria di Modena e Parma, 11,373 sgg. (1864). (2) Archiv. roman., II, 38. (3) C. MARCHESI, Bartolomeo della Fonte, Catania, 1908; v. L. FRATI, Rime inedite di B. F. in Giorn. stor., 47, 287 seg. (4) Vedi DE Roswxixi, Vita e disciplina di Guarino Veron., III, 106 n. : i (5) Vedi N. CITTADELLA, Notizie relative a Ferrara, Ferrara, 1864, p. 194. to Giornale storico — Suppl. n° 25. 18 O. FATINI d’Este (1); un terzo con lo Stimulo di S. Bonaventura (est. it. 1); e perfino Tito Vespasiano Strozzi con la versione della Vita solitaria del Petrarca per il fratello Lorenzo, al quale dichiara apertamente di non volere « essere posto nel numero di coloro «che contro ogni ragione dispregiano e biasimano il vivere «lontano dal vulgo » (2). Superiore a tutti e di tutti il più noto è il ferrarese Ludovico Carbone, che per Alberto d’Este tradusse Sallustio e per Borso un’orazione latina del cardinale Niceno, intesa a spingere gli Italiani a muover guerra contro il Turco; quel Carbone che, pur sapendo adoperare il latino con feconda e retorica facilità in orazioni e in versi, lui, insegnante dello Studio e non spre- gevole umanista, ebbe l’ardire di proclamare in un discorso davanti a un pubblico colto contro i denigratori del volgare: « Parmi de poter affirmare cum veritate che lo hornato vulgare «accresca dignitate alla scientia gramaticale », e di ripetere, in altra circostanza: «Si Deus in terra habitaret nullo quam flo- «rentino modo loqueretur »; e, infine, di fare un caldo elogio della lingua nostra in una orazione nuziale, perchè, essendo ormai pochi quelli che intendono il latino, ne seguita « per forza che « più utile et accepto debba esser quel parlar che da tutti unice «et solamente intender sì possa ». Inoltre — soggiunge con ma- lizioso sorrisetto — occorre parlare e scrivere in volgare anche per « contentar le donne, alle quale tanto siamo obligati. Se «non fussero le donne non sì andaria in maschera; se non fus- «sero le donne non sì andarla a messa; se non fussero le donne «non si meteria li piedi in giesa... » (3). (1) BertoNI, Bibl. est., pp. 258-59. (2) Pubblicata da A. CERUTI, in Scelta di curiosità letter., n. 170. Bologna, 1879. (3) Cod. Campori y, N. 8, 6, 24, in Bibl. estense; vedi sul C. oltre il Carducci e il Bertoni, G. ZANNONI, Un viaggio per VItalia di L. C.. in Rendiconti dell'Accademia dei Lincei, Classe di Scienze morali ecc. s. V. vv. VIT, fase. IV, pp. IS2 sgg., e a cura di G. BERTONI, il Matri- monium Vulgare italicum. Modena, 1906. Le “RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 19 Con l’amore delle traduzioni Borso ebbe cura di dare incre- mento e ordine alla Biblioteca, arricchehdola di libri volgari e corredandola nel 1467 di un nuovo inventario; favorì la lettura fra gli studiosi, che con simpatia ognora crescente cor- revano a dissetarsi alle fonti di Dante, Petrarca e Boccaccio, senza trascurare alcuni scrittori minori del Trecento, e soprat- tutto alla grande fontana cavalleresca, attraverso anche le versioni, che, per impulso del Principe, incominciano a so- stituire i testi originali. La predilezione di Borso per il libro copiato elegantemente e miniato con finissimo gusto — chi non va col pensiero alla Bibbia di Borso e alle Tabulae astro- nomicae coelestium motuum del Bianchini con le miniature di Cosmè Tura? — concorre a disperdere la diffidenza degli eruditi, che si lasciano allettare dall’esteriorità del codice, mentre, per agevolare l’uso meno scorretto della lingua italiana, un Bartolomeo da Ferrara nel 1461 preparava un Formulario di lettere volgari (1) e un oscuro serittore dava «le rubriche in «vulgare del divino offitio per quelli che non sano gramatica » (est. it. 102). Questo movimento, che s’impernia intorno all’Estense, ha inevitabilmente carattere cortigiano, accomunando rimatori e prosatori nell'intento di esaltare Borso: onde un coro di lodi che spiacciono perchè eccessive e mosse prevalentemente dal desiderio di trarne un vantaggio. Gli accenti danteschi, che non sempre a proposito vi risuonano, gli echi petrareheschi, che vi sono sparsi a profusione, non attenuano quel carattere, nè contribuiscono a elevare in una sfera meno umile questi seritti. Così Filippo de Vadis piatisce con una tronfia esaltazione poetica un posto dal Principe, ricordando di essere stato gover- natore di Reggio sotto Leonello, e scrive sonetti rudi ma non sciatti (2); il ricordato Della Fonte o Fonzio dedica a Borso n° — (1) È citato da A. SorseLLi nel vol. XVII degli [rvcentari, p. II, n. 293 (226). (2) Vedi FERRARO, Alewne poesie, pp. 56 sgg. 20 G. FATINI e ad Ercole una silloge di sonetti e canzoni, raccolti sotto il pomposo titolo di Poema, stucchevolmente petrarcheschi e adulatorii; Filippo Nuvolone dà prova della sua meschinità ar- tistica in rime oscure e contorte, indirizzandone una raccoltina ad Alberto d'Este, che, lettore assiduo del Petrarca e del Boc- caccio, doveva sentire la povertà di quel modesto imitatore dell’Aretino (1); Ludovico Pittori di Bigio, autore di versi nelle due lingue, tra i quali un lugubre « carmen di morte », non privo d’una certa schiettezza (2); il Sanguinacci, quegli che mandò versi a Leonello, diresse a Borso una canzone « ut «a cupidineis insidiis omnino se cohibeat » (3). Da tutti costoro si distacca per una certa impronta rea listica, che talvolta scivola nell’oscenità, quel curioso anti- quario Felice Feliciano, che tenzonò in rima col Nuvolone (4) e il Suardi (con quest’ultimo in sonetti «calmoneschi »), e compose non brutte « disperate »; per facilità di verso, aggra- ziata d'una nota ora arieggiante al «dolce stil nuovo », ora alla lirica borghese, va ricordato il Suardi, che non mancò di lodare la magnanimità di Borso e di cantare d’amore per una insensibile ferrarese (5). Ecco un sonetto, scritto nel 1453 da Massa Lombarda, dove Borso lo aveva mandato podestà, costringendolo a star lon- tano dalla sua stella: Io ho cangiato una città gentile in una vilaciola dolorosa, | e la mia casa, ch'era sì gioiosa, è divenuta un tristo pecorile. (1) FE. GarpNxER pubblicò da un codice britannico poesie dedicate ad Alberto d'Este, in Dukes and Poets in Ferrara, London, 1906, pp. 532 sgg.; vedi Giorn. stor., 45, 383. (2) Vedi A. PAVANELLO, ZL. B. P., Luqubre carmen de morte, Ferrara, 1895, e Dei codd. ferraresi 307 e 409, cit. (3, Propugnatore, N. S., VI, 152. (4) Vedi BertoNI, Bibliot. est., pp. 182 sgg.; poesie del F. anche nel codice 1029 della Nazionale di Parigi, (5) A. BeLLonti, Un lirico del Quattrocento a torto inedito e dimen- ticato, G. F.S., in Giorn. stor., 51, 147-206. i LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 21 Et ho lasciato lo fiorito aprile per la vernata frigida e ventosa, tal che ogni cruda morte e rabiosa mi sia più grata che viver sì vile. Perché non si può aver magior dolore che ricordarsi esser stato felice ne la miseria fuor d’ogni speranza. Però vorrei che l’alma peccatrice, con quel mortal che di me stesso avanza, fosse già posta nello eterno ardore. Dante offriva non di rado intieri versi a questi rimatori, quasi a gara col Petrarca, specialmente in quei componimenti a più largo respiro, di soggetto storico, nei quali il ternario fiacco e arido voleva irrobustirsi con l’enfasi retorica presa in pre- stito dalla robusta e incisiva terzina dantesca; così nella ver- sione di quel poemetto, già ricordato, del Cornazzano, che ha una introduzione laudativa, in cui l’eco della Comedia s’immi- serisce in una smaccata apoteosi di Borso; e in un ternario per Ippolita Sforza, ove il Piacentino canta l'ingresso di Borso (1) in Reggio nel 1466. La stessa superficiale imitazione si trova nelle terzine della già rammentata Congiura dei Pio, dove Carlo di S. Giorgio se ne vale per sorreggere l’umile tono della sua poesia e rendere meno volgare l’adulazione cortigiana, che lo spinge a offen- dere l’arte e la verità storica. Sotto quest’aspetto è più soppor- tabile la Cronica della Casa d'Este che il notaro Ugo Caleflini imbastì nel 1462 in ‘una curiosa varietà di strofe (ottave, sestine, strofe di undici e di cinque versi), perchè nel tessere la storia degli Estensi alla loro esaltazione apologetica — Borso è pronosticato perfino re d'Italia — dà un sapore d'ingenuità narrativa che non può essere effetto di sola adu- lazione. (1) Archie. roman., HI, 278-79. Sn SI N pei. - Tifa 22 G. FATINI Ecco l'elogio di Leonello: Le sue parole delectava(n) quanto fiore: o le sapeva in tal forma dire, contenti da lui tutti s'avea a partire. Se luì se metea in canto, o sonare, piacer ne prendea chi l’ascoltava: tuta gente se havea a maraviare. Costui parea l'arco che in cielo zase, sì era bello, biondo e colorito. Sempre parea el sole che ridesse; quanto li piaceva li vespri con le messe! Il tono popolare dei suoi versi (1) lo ravvicina a quei canta- storie che Borso dalle piazze chiamava in Corte o in villa per rallegrarsi ai loro saggi d’improvvisazione o alle loro scorri- bande cavalleresche, come un Branyza da Firenze, un Giovanni da Verona «maestro delli mexi, li quali li canta in proxa », cantore cioè, probabilmente, di qualche filastrocca sui mesi, un Zoanne da Brescia, «che canta — pur lui — li mesi », un Michele Spagnolo, un Cazes, e con altri sconosciuti quel Giovanni Cieco che per « dire in rima a la improvvisa» — era anche un fecondo rimatore — fu generosamente ricompensato dal Duca (2). Non è a dire con quale scandalo dell'austero Michele Savo- narola, lo zio di Girola:no, che in una operetta ZI confessionale consiglia il eonfessore di am nonire severamente il penitente «se delecstato se è d» au lire inutili canti e suoni amorosi...; se «grande tempo consumato ha in cantare e sonare, se le feste (1) Sono pubblicati da A. CxppeLti, in Affi e Memorie della Depnt. di Storia Patria di Modena e Parma, II, 273 sgyg. (2) BertoNI, Gricrrino, pp. 182-183, e Giorn. stor., 94, 272-74; vedi pure Giorn. stor., 11, 294. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 23 «stato è più voluntiera aldire cantare di romanzo che in giesa «cantare il vespro » (1). Il Savonarola mette in un fascio e condanna tutta la poesia popolare amorosa e cavalleresca, che, come quelle due canzo- nette Rosabella e Trionfo, ricordate in una egloga latina dello Strozzi (2), fioriva in mezzo al popolo, incantandolo forse più dei versi religiosi che gli venivano offerti da pii rimatori: tra queste canzonette ricordo quella anonima contro una fan- ciulla che s'è mostrata così rigida col suo innamorato, mentre lo tradiva con altri (cod. ferrar. 393, Fondo Anton., pp. 57-58): Losenglliera, barattiera, c'hai la lingua pronta e sciolta, ‘stu m’inganni un’altra volta te ne avanzi ad ogni fiera, o losenghiera. L'altra, pur anonima, in ottave, piene di freschezza, in cui una fanciulla si lagna di non avere ancora marito (cod. ferr. 393, Fondo Anton., pp. 94-98): | Misera mi, ch’io ho sedeci anni e non ho ancor marito, inanti voria haver men panni, pur ch'io havesse lanello in dito, al mio padre assai l’ho dito con le lacrime in su li ochi, el mi pasce pur di finochi e dice ch'io non mi lagni. (1) BERTONI, Bibliot. estense, pp. 75-76; Guarino, pp. 84-85: Fu- rwso, p. 31 e A. SEGARIZZI, M. S., Padova, 1900). (2) Il pastore Tribalo consiglia Albico a coniinnare la sua strada cantando; questi risponde: Sic faciam: sed nec Rosabella nec ille Triumphus nunc mihi carmen erit. Vedi A. DeLLA Guarpia, 7. V. Strozzi, Poesie latine tratte dall'Aldina e confrontate coi codici, Modena, 1916, pp. 215-16 e CARRARA, /’oesia pastorale (collez. Vallardi), p. 254. 24 G. FATINI Tra le poesie religiose, con quelle che il Pittori e Giovanni Peregrini raccolsero in codici ferraresi (1), meritano speciale menzione le rime che lo stesso Peregrini (codd. ferr. 307 e 409 cl. I), compose con viva impronta dialettale a conforto del suo cuore amareggiato dalla improvvisa perdita della moglie, abbandonando la poesia profana, che fino allora gli aveva ispi- rata, affettuosa e sincera, l’amore per una Cecilia; e quelle della ferrarese Caterina dei Vegri, che aprì il misticismo del suo animo con schietto abbandono in Dio e con ingenua ricchezza di sentimento (2). Scarsi sono questi documenti di poesia popolare, ma signi- ficativi perchè indice sicuro di una corrente che si svolgeva indipendentemente da quella cortigiana, i cui frutti, certo, potrebbero apparire più copiosi a chi esaminasse attentamente alcuni codici della Civica di Ferrara e dell’Estense di Modena (p. es. il cod. ferr. 521 del Fondo Antonelli e l’est. it. 381), quello del Collegio S. Carlo di Modena illustrato dal Flamini ed altri. Intorno al Peregrini, vissuto lontano dalla Corte, altri rimatori e profani e religiosi non debbono esser mancati, come Giovanni Marco Pio, che dalla prigione invoca con accenti di disperata commozione la libertà e il perdono: certe quartine della Supplicatione (3), rozze e sciatte, rivelano di quando in quando il poeta nell’orrore del temuto supplizio, anche in mezzo alle lodi sperticate che rivolge al Duca con la speranza del perdono; ma il Duca non si lasciò intenerire neppure dal pensiero dei figli che con la condanna capitale del padre sta- vano per diventare orfani. (1) G. FERRARO, Due poesie popolari religiose del sec. XV, Correggio, 1894, e PavanELLO, Dei codd. ferr. 307 e 409, cit. (2) Il BAROTTI, in Memorie di letter. ferrar., 1, 18, le attribuisce più libretti in prosa e in poesia di contenuto religioso. (3) Edita dal Cappelli con altre poesie sue e del congiunto Marsilio, a corredo della stampa della C'ongiura dei Pio, in Atti cit. (1864). Il, 493-502; vedi pure F. RAVvAGLI, Rime di G. M. Pio di Sawvia. Carpi, 1909. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 25 Rendi conforto a l’alma, ché m'’accora, illustre Sir, de’ picciol miei figlioli, che gli ochi a pianger soli mi sforzan più quand’ho di lor ricordo. Non ti mostrar, ti prego, omai più sordo, che sì presto diventino orfanelli, però che tapinelli sarien ogn’ora mentre avesser vita! La voce schietta e ingenua di questi rudi rimatori varrebbe più che quella dei tanti cortigiani, che difettano quasi sempre di sincerità per scarsa attitudine a cogliere dal fondo del cuore gli accenti puri e semplici del sentimento, e più spesso, per la mania adulatrice che ogni sentimento faceva obliare nel desi- derio di entrare nelle grazie del Principe. Il quale si mostrava, il più delle volte, ben generoso; così dieci ducati dette ad Alessandro Toscano, che gli offrì, mentre era a Copparo, un libro di sonetti; cinquanta al perugino Lorenzo Spirito, che nel 1467 gli dedicò il poemetto in terza rima L’altro Marte; non so quanti ad un altro perugino, un certo da Gualazzi, che nello stesso anno gli presentò un’opera poetica dal titolo pomposo De gestis quorundam Capitanco- rum (1) ecc. Nel 1469-70 Candido de’ Bontempi, anch'egli di Perugia, lusingò l’amor proprio del Duca col poema Il Salva- tore, che oggi si ammira solo per le belle miniature, essendo un freddo e prosaico epigono della Comedia (2). Tentò la gene- rosità di Borso anche Leonardo Montagna, un umanista vero- nese, che, se riuscì ad esprimere con freschezza di sentimento affetti coniugali e paterni in versi latini e volgari, nel poemetto in terzine in lode di Borso non varcò l'umile cerchia degli (1) BERTONI, Guarino, p. 128; un elenco di beneficati da Borso è nella Cronica in rima del Caleffini. (2) Vedi innanzi il cap. II. 26 G. FATINI adulatori (1); come Gambino d’Arezzo, che nel 1471 diresse a Borso un prolisso e arido ternario Delle genti idiote di Arezzo (2); Cleofe de’ Gabrielli, che festeggiò con un Trionfo il suo passaggio per Gubbio, quando nel 1471 andò, a Roma, a ricevere da Sisto IV la nomina ducale (3); ser Facino da Fabriano col libretto De deificatione ducis Borsii (4), ed altri ancora che ci saranno sfuggiti o che il tempo meritamente ha sottratti alle nostre indagini. La poesia esula da queste bolse apologie, ma Borso se ne compiaceva e mostrandosi generoso stimolava altri a seguire l’esempio dei suoi adulatori, che poetavano perfino a sua richiesta su argomenti da lui assegnati. Ricordo l'anonimo autore d'una canzone scritta in risposta al curioso quesito « quale hora meglio «esser inamorato » (5). Poveri sono anche i saggi di prosa che ci rimangono di questo periodo; a solo titolo di curiosità ricordo la compilazione (est. it. 464) « Praticha dei morbì naturali e accidentali, segni e «cure de cavalli tratta dai libri de Ippocrate e de Damasceno »; il trattatello Della palestra (est. it. 34), che parrebbe d’un fer- rarese. Accanto alle prefazioni del: Polismagna, che vogliono essere rammentate perchè più d'ogni altro saggio riproducono la prosa ferrarese, leggermente infrenata nel suo lessico dal desiderio dell’autore di sollevare la prosa del popolo, merita particolare menzione Michele Savonarola, che compose il Con- fessionale (est. it. 117) per i monaci della Certosa di Ferrara, il trattatello religioso Della penitenza (est. it. 107), il curioso (1) Vedi G. Farini, ZL. M., in Giorn. stor., 74, 241; il poemetto, anonimo nel cod. Capponi 219 della Vaticana e in parte pubblicato dal Gardner in Appendice I allo studio citato, è del Montagna; era già edito in Lropugnatore, N. S., v. VI, 82-105. (2) Vedi GC. FatINI, Dante in Arezzo, Arezzo, 1922, pp. 144 sgg. (3) Vedi V. Rossi, IZ Quattrocento (collez. Vallardi), p. 179. (4) BertoxI, Bibliot. est., p. 238 e MAzzZaTINTI, in Giorn. stor., 1, 55. (5) Vedi Porro, Catalogo dei codici trivulziani, Torino, 1884, n. XXVIII, pp. 2714-72. : LE “RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 27 libretto De tutte le cose che se manzano comunamente, che si chiude con una ricetta che dovrebbe servire a prolungare la vita al Duca, e un’operetta satirica De nuptiis Batibecho et Strabocha (est. it. 105), dedicata al medico Varo: una produ- zione varia, che varrebbe la pena di esaminare accuratamente per la conoscenza dei costumi e dell’intimità familiare; Saba- dino degli Arienti con una Consolatoria (est. it. 256) a messer Engadino Lambertini, non infelicemente congegnata (1) e in- farcita di elogi a Borso e ad Ercole (1469); Battista Guarino con l’orazione in morte del referendario di Borso Ludovico Casella; Giovan Battista Canali minorita con operette ascetico- morali (2); F. Nuvolone col Polisofo, grave e noiosa disquisi- zione su questioni d’amore, intramezzata da componimenti poetici, dove trova modo di spargere lodi per la Corte estense (3); il Fonzio con un contorto commento dei Trionfi petrarcheschi, inferiore a quello ponderoso (est. it. 397) che l’Illicino, inse- gnante nello Studio, dedicò a Borso come espressione della sua devota fedeltà; il Carbone con le Facezie. Quest'ultimo ha lasciato pure un Dialogo tra Ferrara e Bologna, che si contendono l’onore di averlo come insegnante, nel quale non sai se sia più meschina l'ostentazione di meriti non posseduti o la trovata per farsi richiamare da Borso allo Studio di Ferrara, che egli aveva abbandonato per - quello di Bologna; più importanti le Facezie, le quali, anche se sono rimestichi di aneddoti, motti di spirito e fattarelli raccolti da altri libri, rappresentano una delle prime sillogi del genere, che il vanesio letterato volle mettere insieme per mostrare la sua «natura tuta zoiosa e iocunda » e, ad un tempo, offrire materia di svago allo stesso Estense (4). (1) Vedi U. Darnari, in Atti e Memorie Deputaz. Romagna, s. III, VI, pp. 178-201; vedi pure Ateneo Veueto, NXIV, 1. (2) Gr. Parpi, Borso d'Este, Pisa, 1907, p. 123 n. (estr. dagli Studi storici, NV e XVI). (3) Vedi G. Zoxta, F. N. e un suo dialogo d'amore, Modena, 1905 e BerkroxI, in Giorn. stor., 46, 437-40. i (4) Le Facezie furono pubblicate da A. Salza (Livorno, 1900). 28 G. FATINI Al Carbone, il cui profilo nella medaglia di Sperandio da Mantova è contornato dai versi danteschi Or settù quel Carbone e quella fonte che spande di parlar sì largo fiume ? probabilmente appartiene anche l’Esortazione allo studio della Divina Commedia, rivolta a Borso nel 1459, col lodevole inten- dimento di dare maggiore diffusione alla lettura del poema, che, col favore del Duca, era pubblicamente commentato. Sotto Borso dunque, che ne è riconosciuto, a buon diritto, il promotore, il volgare ha una copiosa e varia fioritura, cuì partecipano in numero maggiore del passato anche gli umanisti | e perfino una gentile figura di donna, la sorella del Duca, Bianca Maria (1), che scriveva elegantemente in rima e in prosa, in latino e in greco. Di questa produzione c'è già chi, deside- rando che non vada dispersa, mostra di farne conto; perciò quegli che mise insieme il codice del Collegio S. Carlo nel 1455, mischiando a rime di Dante e del Petrarca versi di An- tonio da Ferrara e di ferraresi della prima metà del Quattro- cento, in parte popolari, come ballate, sonetti, ecc.; il men- zionato Feliciano Feliciani, che riunì in due codici (est. it. 1159 e marciano ital. IX, 257) versi suoi e di amici; Giovanni Pere- grini coi cit. codici ferr. 307 e 409 con rime, in parte sue e di altri, forse ferraresi, e gli anonimi raccoglitori dei cod. ferr. 393, 521 Fondo Ant. e degli estensi ital. 381 e 262 — quest’ultimo risale al 1447 — dimostrano il loro attaccamento alla poesia, che dalla Corte e dal popolo usciva sempre più gradita e copiosa. Da quelle raccolte e da altre posteriori non sarebbe diffi- cile ricavare un gruppo di poesie italiane, che per la Ferrara di Borso testimonierebbero — se non con la larghezza della raccolta fiaminiana per la Firenze anteriore al Magnifico — un rigoglioso fiorire della letteratura volgare, non in contrasto, (1) Vedi F. CERETTI, B. M. d'Este, in Atti e Mem. Dep. Storia Patria per le provincie mod. e par., N. S., v. III, pp. 119-67. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 29 ma parallelamente a quella latina, con la partecipazione sempre più larga dell’elemento colto. Certo, le rime e le prose di questa fioritura raramente ema- nano un profumo d'arte, ma in cambio presentano un inne- gabile valore storico, perchè il Duca favorendo senza riserve lo sviluppo del volgare e col proteggere gli autori e col dare incremento alla Biblioteca e a tutte le arti minori che mirano alla conservazione e all’abbellimento del libro, ha fatto sì che un’umile schiera di scrittori spianassero la via che il Boiardo e l’Ariosto batteranno di lì a poco, l’uno con tutta libertà, l’altro con libertà e signorilità. + La schiera di questi umili lavoratori s’infittisce con Ercole I, che al difetto comune col fratello di aver poco familiare la lingua latina, aggiungeva il vivo desiderio di conoscere il mondo classico per il ‘tramite soprattutto degli storici e dei politici, e forse, se dobbiamo credere ai suoi adulatori, anche la capacità di poetare. Perciò, mentre gli sprezzatori del vol- gare, vinti dalla forza della realtà, tacevano o, convertiti, confondevano la loro voce con quella dei vecchi avversari, Ercole, spinto forse anche dalla moglie Eleonora, ignara della lingua romana, «quod latinam linguam non decere — seri- veva un suo elogiatore — pudicam mulierem putavit » (1), apriva la Biblioteca ai libri volgari originali e tradotti, con tanta liberalità, che il reparto dell'inventario loro destinato raggiunse il cospicuo numero di circa 200 sul complesso di 550 opere o poco più. Accanto alle lettere di S. Caterina com- paiono i sonetti del Burchiello, alle prediche di S. Bernardino l’Acerba dell’Ascolano, ai Fioretti di S. Francesco le Cronache del Villani, ecc. Gli scrittori antichi vi figurano nella loro e nella nostra lingua, in copie le più di bella calligrafia, molte adorne di (1) FAVA, op. cit., p. 118. 30 G. FATINI ammirabili miniature. Ad esse ricorrono con frequenza i lettori, che ormai desiderano, su l’esempio del Duca, di intendere i testi senza sforzo, e Peregrino Prisciano, che dal 1488 è pre- posto, come bibliotecario, alla introduzione, distribuzione e al prestito dei libri, ne favorisce la lettura, senza perdere mai d’occhio che vengano restituiti; chè il Duca era sì geloso dei suoi libri, da indursi a negare un Dione Cassio tradotto a Lorenzo de’ Medici, che glielo aveva chiesto in prestanza, col pretesto che aveva bisogno di leggerlo « quasi ogni die » (1). Con questo trasporto generale pei libri volgari si capisce l'impulso dato da Ercole alle versioni, che raccomandava fos- sero fedeli al testo. Il Leoniceno traduce Ariano, Luciano, Dio- doro Siculo, Procopio (est. it. 463) e Dione Cassio; Pier Can- dido Decembrio, Ammiano Marcellino ed Appiano (est. it. 164); il Fonzio, la Calunnia di Luciano; Battista Panetti dell'ordine di S. Paolo di Ferrara, le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio (est. it. 545) ed altri opuscoli storici; Ludovico Sandeo, la Vita di Alessandro Magno di Plutarco (est. it. 222); il Carbone, lo Stratigeticon di Onosandro, una sua orazione detta, in latino, in morte di Ludovico Casella (est. it. 96), per dar modo al Duca di leggerla, e un’altra, pur tradotta, per Federico di Saluzzo, suo discepolo, ambedue precedute da un proemio adulatorio; Carlo Maria Strozzi, le Orazioni di Isocrate; Carlo di S. Giorgio, i Commentari di Cesare, il De Nobilitate di Leo- nardo Bruni (est. it. 31), offerto a Eleonora nella fausta ricor- renza della nascita di Isabella, e le Epistole di S. Girolamo; Pandolfo Collenuccio, un capitolo di storia ungherese, che gli offrì l'occasione di lusingare gli Estensi col ricordo delle glorie avite; Iacopo Poggio, Guido Panciroli, il fiorentino Andrea Gambini ed altri, che sì nascondono nell’anonimo, dànno ver- sioni di storie, favole, opere morali e religiose, che vanno (1) Per Ercole rimatore v. G. REICHENBACH, op. cit., p. 15; e geloso lettore di storie v. BERTONI, Notizie sugli amanuensi degli Estensi nel Quattrocento, in Areh. rom., IT, 54. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 31 xl arricchire la Biblioteca ducale o quella della Duchessa, avida lettrice di libri volgari. Su tutti i traduttori spicca, ma non per un particolare valore che le sue traduzioni abbiano, il Boiardo, che si cimenta con Senofonte, Luciano, Apuleio, Cornelio Nipote, Erodoto, Plu- tarco, con l’Alberti nel trattato De Architectura, e con Rico- baldo per la sua Istoria imperiale, riuscendo, quasi sempre, come gli altri, non troppo fedele al testo, verboso e inelegante. Queste traduzioni, nonostante il loro scarso pregio, hanno da un lato agevolata la conoscenza del pensiero antico, che ora si presentava «senza obscuritade alcuna » — dice il Panetti in una sua prefazione (1), — perchè ogni autore «ragionerà italiano » — esclama con voce un tantino orgogliosa il Boiardo, nella dedica della versione di Erodoto (2), — dall’altro hanno diffuso sempre più l’amore, 0, se si vuole, il bisogno della lingua italiana. Con la speranza forse di rendersi interprete di questo bi- sogno, Cristoforo Landino inviò a Ercole un Formulario di lettere e di orazioni (3), che avrà giovato probabilmente a qualche cortigiano più che a qualcuno di quegli scrittori in prosa che nell'ultimo trentennio del secolo XV tentarono opere d’arte 0 lasciarono compilazioni a scopo divulgativo o memorie storiche. Gli autori sono in discreto numero: tralascio gli anonimi che dettero quei trattatelli De mesurare fiumi cet edificii, De le virtù et vitii, De urelli et de u.cellare, De medicine de cavalli, De scacchi, che trovo indicati nell'inventario (4) del 1495; ricorderò i trattati De la conduttione de’ frutti (5) e De venenis et de mor- sibus venenosis (6) di Battista Massa di Argenta, illustre medico (1) BERTONI, Bibl. est., pp. 128 e 129; sui criteri desiderati da Ercole nelle traduzioni v. REICHENBACH, op. cit. pp. 197-989 e sul Boiardo traduttore, pp. 197-200. (2) BERTONI, Bi0l. est. p. 129; il B. riferiscesi al solo Erodoto. (3) BERTONI, Furioso, p. 31. (4) BERTONI, Bibl. est., pp. 239 seg. (5) BERTONI, Bibl. est., p. 236 e Guarino, p. 183. (6) ANTONELLI, Indice dei mss. cit., n. 340, p. 177. 32 G. FATINI e insegnante nello Studio; De la integritade de la militare arte del Cornazzano (est. it. 176); De manescalchia d’un Piero Andrea (est. it. 5); le Cronache del Prisciano, che stese anche la bio- grafia di due beate Beatrici Estensi (est. it. 265); le due Cro- nache e un Diario del Caleffini, le Cronache di Bernardino Zam- botti e del Ferrarini; la Storia e successi della guerra e dijesa di Roccapossente di Bartolomeo Cavalieri, che pare autore pure di una Vita dì Ercole (1); il Compendio delle Historie del Regno di Napoli, che il Collenuccio rimaneggiò tra il 1485 e il 1490 per suggerimento della Duchessa, dedicandolo ad Ercole, come al Principe « che tutti sanno in Corte che non vi è quasi nessuna « storia greca o latina, che egli non conosca e non abbia letto « con diligenza » (it. 456); l’apologo Berretta e Testa (est. it. 836), cosparso di lodi per la munificenza di Ercole, dello stesso Col- lenuccio, che scrisse anche dei dialoghi; una insipida novella di Marco Antonio Bendidio e una, di tessitura boccaccesca, del Feliciano (1474), intitolata Iuxrta Victoria; il rimaneggiamento del trattato sull'arte del ballo, fatto in Ferrara dallo stesso autore Cornazzano, che anche lasciò incompiuti, in una prosa infarcita di versi, i Proverbî in facezie (2); un dialogo del Car- bone De la felicitate de Ferrara in laude del Duca (3); il commento al Trionfo della fama di Iacopo Poggio; i primi saggi morali del Savonarola, che prelusero al suo ritiro da Ferrara a Bo- logna nel convento domenicano; il farraginoso romanzo Gly- cephila Ai G. M. Filelfo (est. it. 100) con la interpolazione di rime d’intonazione platonica; quello d'ispirazione boccaccesca Il peregrino di Iacopo Caviceo, che egli scrisse in Ferrara, intrec- ciando alle avventure del protagonista l’amore d’una bella fan- ciulla ferrarese, Ginevra; l'ampia raccolta di novelle Le Por. retane, che Sabadino degli Arienti dedicò al Duca, ritraendo (1) CAPPELLI, in Memorie Deputaz. Storia Patria per Modena € Parma, I, 294 n.; per le cronache dello Zambotti e del Ferrarini v. lrch. roman., V, 392 sgg. (2) L. Dr Francia, Nocellistica (collezione Vallardi), I, p. 501. (3) BertoNnI, Bibl. est., p. 152. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 38 in parte la gioconda vita dell’ambiente estense; e la prosa stucchevolmente latineggiante della raccolta biografica Gyne- vera de le clare donne dello stesso Sabadino, al quale si attri- buisce (1) pure la Historia di Piramo e Tisbe, dedicata ad Ercole. Questi documenti interessano per più motivi la storia della prosa ferrarese, come quelli che segnano tanti tentativi di prosa popolare e d’arte, i quali, pur falliti artisticamente, con- corsero alla formazione e alla diffusione di quella che tra qualche decennio s’imporrà come prosa italiana, varcando con l’aiuto dei modelli classici gli angusti confini della Toscana. Più fitta è la schiera dei rimatori; accanto a G. B. Refri- gerio bolognese, Cristofano Lanfradini, Filippo Lapazini, Lu- dovico Bonaccioli, insegnante nello Studio, Ercole e Costanzo Pio, Cesare Moro, Guido dell'Abbazia, Bernardino Pavone, Antonio Papozo, Cornelio di Lorenzo, Girolamd Berardo, Gio- vanni Testa Cillenio, i ricordati Battista Massa d’Argenta e Pier Candido Decembrio, che vogliono qui una fuggevole men- zione per qualche poesiola d’argomento amoroso o adulatorio verso gli Estensi; non va dimenticato un gruppetto già noto, come il Sandeo, autore d'un canzoniere, edito dal figlio dopo la sua morte, in cui senti la compiacenza d'imitare il Petrarca meno sincero (2); il Fonzio, che continua ad esaltare Ercole, come prima aveva esaltato Borso: Battista Guarino, che poetò volentieri nelle due lingue, cantando in volgare anche la nascita di Alfonso; Gian Mario Filelfo, più conosciuto per il bolso poema in latino l’Erculeide, che per le rime a Borso e ad Ercole (3); l’Arienti, povero schiccheratore di versi; il Collenuccio, prolisso cantore moraleggiante nel capitolo De la reformatione de lhomo a la Vita cristiana (est. lat. 228), e au- tore della celebre canzone Alla morte (4); il Cornazzano, autore (1) Giorn. stor., 11, 217. (2) Archiv. roman., V, 142. (3) FLAMINI, Versi inediti di G. M. Filelfo, Livorno, 1892. (4) A. SAVIOTTI, P. Collesuccio, Pisa, 1888; Giorn. stor., 30, 61 e G. CRESCIMANNO, Sui « Dialoghi » di P. C., Torino, 1907. Giornale storico — Suppl. n° 225. 3 34 G. FATINI di un ternario in lode di Giacomo Trotto ferrarese (est. it. 177) e forse anche del Trionfo in terzine, con cui si chiude il dialogo latino fra Ercole e Sigismondo De pietate. et clementia (est. lat. 171); Girolamo Savonarola, che comincia da Ferrara la sua battaglia con l’aspra canzone De ruina mundi, riboccante di sentimento religioso e di dispregio per la vanità delle cose umane. Più numeroso è il gruppo dei rimatori che si nominano ora per la prima volta: Francesco Bellagrande, autore d’un poe- metto sulla guerra di Venezia e di Ferrara nel 1482, sulla quale sì conosce anche un cantare anonimo (1); i ferraresi Bonamelli di Libanoro, che, a detta del diarista Ferrarini, «se dilecta «dire in soneti vulgari » e Antonio Tassino, autore di « uno «libretto in versi » (2); Niccolò Tossico, una specie di guarda- robiere ducale; che lasciò rime non del tutto spregevoli (3); Giovanni Pincaro, che nei suoi scarsi versi, cantando in un capitolo le Fatiche d'Ercole, incensò il Duca senza alcuna di serezione (4); il medico modenese Panfilo Sasso, che ai suoi versi petrarcheggianti tentò d’infondere una certa vigoria con accenti di sdegno per le sciagure della Patria e di aspra satira per il decadimento dei costumi; Francesco Gara della Rovere, che per fanciulla ferrarese intessè su vieti motivi varie poesie, tra le quali qualche sonetto non privo di schietta sincerità (5); il famoso Giovanni Pico della Mirandola, che alla nota petrarchesca piuttosto fredda, ma garbata dei suoi (1) G. ANTONELLI, Un episodio della guerra di Venezia a Ferrara, Ferrara, 1871, La guerra di Ferrara del 1482, Ferrara, 1843, e BERTONI, Nuovi Studi su M. M. Boiardo, Bologna, 1904, p. 227 (Appendice 1). (2) Archiv. roman., IV, 397, e A. VENTURI, L’arte ferrarese nel periodo di Ercole I, in Atti e Memorie Deputaz. di Storia Patria per le Romagne, 8. III, v. VI, p. 106. (3) Giorn. stor., 30, 4; BERTONI, Furioso, pp. 307-08 e A. PÈRCOPO, I sonetti faceti dì A. Cammelli, Napoli, Jovine, 1908, p. 304 n. (4) BERTONI, Furioso, pp. 307-308. (5) Caviccni, in Giorn. stor., 53, 193-227; per il Sasso vedi Guorn. stor., 30, 33-34 e CIAN, Sutira, 391. LE “ RiME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 39 sonetti, accompagnò talvolta anche la nota politica; Gaspare Sardi, storico e bibliofilo, che nei Libri Amorum, parzial- mente perduti (est. lat. 228), fra tanto ciarpame di abusati motivi amorosi attinti o modulati al Canzoniere, sparge di quando in quando, specialmente coi sonetti dialogati, un ri- volo di freschezza e di vivacità; Gualtiero da S. Vitale, la cui fecondità di rime amorose è pari solo alla povertà ispira- trice (1); perfino Tito Vespasiano Strozzi, l'elegante cesellatore di carmi latini, nei quali scorre una dolcezza petrarchesca, che non può essere solamente esteriore o fortuita, durante la guerra tra Ferrara e Venezia, sferza amaramente la Curia romana, con un ternario (2), pervenutoci in frammento, invo- cando dai Principi d’Italia, una novella crociata contro il Turco, particolarmente da Ercole in cui . sol] sì vede fiorir virtù, che è rara ai tempi nostri. Con tanti settentrionali si confonde il napoletano Pier Iacopo da Zennaro, che dedicò al Duca un poemetto De lo amore de Paris e de Elena (3). Non mancano anonimi, uno dei quali canta Li regni de Chupido, de Satana, de viciy e de la tertude, un altro che difende dalle malignità d’una cattiva lingua le più belle donne ferraresi (est. lat. 228, n. 37), — forse il Cornazzano — dispensando ad ognuna (4), tra reminiscenze burlesche, un fiorellino di lode; un altro ancora che investe con aspri accenti, che vorrebbero rinvigorirsi con note ed espres- sioni accattate alla Comedia, un detrattore di Ferrara e dei (1) Giorn. stor., 80, 25 n.; 33, 265 sgg.; per il Pico v. CERETTI, Sonetti inediti di G. P. della Miran., Mirandola, 1894. (2) DELLA GUARDIA, T. V. Strozzi, XLVII-VIII (cod. ferr. 324), Pp. 229-232 e Cian, Satira, 426. (3) BERTONI, Bibliot. est., p. 236. (4) Arch. rom., II, 345-46; qualche saggio di poesia popolare di ano- nimo ferrarese può essere nella racceoltina illustrata di G. REICHENBACH, Saggi di poesia popolare fra le carte del Boiardo, in Giorn. stor., 77, 29 89g. 36 G. FATINI Ferraresi (est. lat. 228, n. 37), ed altri che mettono insieme poesie proprie e non proprie musicandole: come quei libretti che abbellivano la Libreria di Ercole (Inventario 1495) con « mu- « sicha et canzone taliane » (n. 341), « messe da canto » (n. 338) e «messe et canzone de musiche » (n. 340) ecc. C'è anche un poeta maccheronico, Bassano Mantovano (1), che visse del tempo a Ferrara, e canterini, come quel Giovanni Cieco, già ricordato, e Francesco Cieco o Francesco da Firenze o da Ferrara, il cui nome più volte s'incontra nei documenti estensi come «l'orbo che canta de gesta » o «in rima», il quale più tardi si provò, e non sempre infelicemente, a solle- vare la sua musa popolare, ringagliardita nelle leggende caval. leresche, col Mambriano (2). Perfino i mirabili affreschi di Schifanoia danno ad un ignoto rimatore il destro d'’illustrare con dei versi (3) certe belle miniature del codice della Sfera (est. lat. 209). Quanti poeti dunque cantavano a Ferrara e all'ombra della Corte estense! Davvero è il caso di ripetere col modenese Bar- tolomeo Prignani Paganelli (4) che nella città di Ercole le Muse risuonavano festose in ogni casa: Innumerae fidibus resonant crepitantibus aedes; pur troppo non sempre gradite all'orecchio, perchè molte erano simili alle rane gracidanti nei paduli dei dintorni: lo dice lo stesso Prignani, forse in un momento di malumore campa. nilistico: tot Ferraria vates quot ranas tellus ferrariensis habet. Non aveva torto: che s’ispirasse all'amore o all’esaltazione degli Estensi, alla realtà della vita con le sue attrattive o delu- (1) Giorn. stor., 16, 216-17. (2) Giorn. stor., 94, 274-77. (3) BERTONI, Bibl. est., pp. 194-95. (4) BertONI, Bibliot. est., p. 133 e CraN, La Satira, p. 415; il passo è in una elegia di B. PRIGNANI PaGANELLI, Elegiae, Mutinae, 1489. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 37 sioni, all'amicizia o allo svago, quel canto, spesso dalla stessa persona accomunato nelle due lingue, era monotono, freddo, fiacco, con echi scordati del Canzoniere e della Comedia: fram- menti dun mondo lirico falso o manierato per inettitudine poetica e per risibile presunzione artistica, che avevano però larga accoglienza presso i Duchi e i Principi e garbavano alle persone colte e non dispiacevano al popolo: tanto è vero che trovarono chi, come il Panetti, Alessandro Sardi ed altri, ne raccolse una buona messe conservandoli in codici (est. it. 809, it. 832, it. 836, it. 838, lat.. 228, cod. bolognese 2618, ecc.), donde non sarebbe difficile ricavare altri nomi di rimatori. Da questa folla di alunni delle Muse vogliono essere tenuti distinti o per ricchezza o varietà delle poesie o per certi atteg- giamenti del loro spirito Giovanni Marsilio Pio, Timoteo Ben- dedei, Niccolò da Correggio, il Cosmico, il Tebaldeo, il Pistoia e il Boiardo. Il Pio, travolto nella congiura del congiunto, ma salvato dalla pena capitale, sfogò rozzamente lo strazio della sua lunga prigionia in lunghi capitoli, sonetti e canzoni, riuscendo qualche volta a dare all’espressione una certa efticacia lirica; ll Bendedei (1), il « Filomuso » dell’Ariosto, ricorda in certe cantilene la gioconda spensieratezza delle ballate del Magni- fico e del Poliziano, come in questa (est. it. 809, c. 131): Dona, el tempo se ne va, però pensa quel che fa’, che pentir non te potrai quando l’herba in fen serai. Dona, el tempo se ne va, però pensa quel che fa’. Niccolò da Correggio, il compito cavaliere della Corte, al canto vario e garbato seppe infondere un alito di serena dol- cezza e una intonazione ondeggiante tra la idealità del « dolce «stil nuovo » e l'umanità del Canzoniere; il Cosmico ravvivò (1) BERTONI, Furioso, 37; vedi pure Giorn. stor., 30, 23 n. 38 G. FATINI la sua musa petrarchesca con accenti danteschi, riscuotendo ai suoi giorni più rinomanza del giusto; il Tebaldeo nella copiosa produzione lirica frondosa e lambiccata offre di quando in quando un componimento dall’impronta spiccatamente sin- cera, specialmente quando s’ispira ai mali dell’Italia; il Pistoia vibra i suoi strali burleschi e satirici d’argomento per lo più politico con aspra schiettezza, moderandola talvolta con una nota cortigiana, spesso rivolta ad Ercole. Alla fiera e maledica poesia cammelliana ci riportano, non per l’identità dell'autore, ma per l’asprezza della caricatura o per la violenza dell’at- tacco i gruppi di sonetti contro Ferrara (1), contro Niccolò Ariosto (lat. 228) e contro il Cosmico (2), che dimostrano come nella città estense l’arma della satira fosse abilmente ado- perata contro una persona — ricordo anche il maldicente Al- berto Cestarelli, forse l’autore dei mordaci sonetti contro il Ciampante (3) — e in difesa degli interessi cittadini, quando non accendeva di sdegno patriottico, spesso non sempre disin- teressato, per le sorti d’Italia, spiriti più elevati come il Sasso, il Correggio, il Tebaldeo, il Bendedei, il Pistoia. Su tutti i poeti dell'ambiente ferrarese domina il gentile Conte di Scandiano col Canzoniere e coll’Orlando Innamorato: quello, pur echeggiando nelle frasi e nei concetti le note liriche del Petrarca, ritrae con tanta freschezza di sentimento e imme- diatezza di espressione l’intimo travaglio del poeta, ora tre- pidante nell'attesa dell’amore ricambiato, ora gonfio di letizia nell'appagamento, ora turbato nell’ora dell’abbandono; questo spande d’un tratto il suo fulgore cavalleresco sulla Corte e sull'ambiente intellettuale estense, che fino allora si erano ralle- grati alla fioca e rude voce dei canterini o al fascino diffuso dalle 1) Vedi L. FRATI, in Giorn. stor., 9, 215-237. 2) I sonetti contro il Cosmico nella mia Lirica di L. Ariosto, Bari, Laterza, 1924, pp. 243.57. (3) CatALANO, Vita, I, 99; CrtrtADpDELLA, Notizie relative a Ferrara, p. 159 e Diario ferrarese, 1496 in AR. II. SS., (nuova edizione). NANXIV. VII, pp. 184-86. | LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 39 pagine di storie d’amore e di romanzo, in francese e in volgare, avidamente lette da Principi e da cortigiani. Nella lirica e nel poema del Boiardo si raccoglie in sintesi il frutto del lungo e oscuro periodo preparatorio al Rinascimento ferrarese, che rifulse in tutto il suo splendore con l’Ariosto, come nella lirica morbida ed armoniosa di Tito Vespasiano Strozzi, in cui confluiscono dai classici e dalla realtà gli spiriti informatori della sua arte, si compendia il frutto migliore dell’Umanesimo estense, il quale si è avvicinato sempre più alla corrente viva del volgare, fino a confondersi con essa. Così il Boiardo assomma nella varietà della sua opera gli spiriti dell’arte popolare che la schiera, sempre più fitta, di scrittori, da Niccolò III ad Ercole I ha svolta e animata trasfor- mando a poco a poco il clima intellettuale di Ferrara, preva- lentemente umanistico verso la metà del secolo, in un clima moderno e volgare, non antitetico, ma sempre più intonato agli spiriti classici e da questi rinvigorito. La via, del resto, fu spianata anche da una delle più sim- patiche iniziative di Ercole che abbiano favorito lo sviluppo del volgare: quella delle rappresentazioni drammatiche. In una città festosa e amante del divertimento, lo spettacolo dei pallii, duelli e tornei, delle parate e delle giostre alimentava istintivamente la simpatia per il teatro; le poche rappresen- tazioni di cui abbiamo ricordo — cito di esse quella mito- logica (1) promossa da Niccolò III nel 1434 e a Modena l’altra del 1450, tenuta dalla compagnia modenese dello Spedale della Morte « con un Monte che parlava e la Carità che rispondeva» (2), (1) Parpr, Leonello d' Este, Bologna, 1904, p. 36. (2) A. VENTURI, L'Oratorio dell'Ospedale della Morte, in Atti e Me- morie di storia modenese e parmense, s. III, v. III p. 246. 40 G. FATINI a e ricordo che nel vecchio castello c’era anche un teatro (1) per burattini, che fu riaperto per le nozze di Ercole — sono un indice di questa simpatia, che divenne passione con questo Duca, dall’indole e dai precedenti militari portato all’amore dello sfarzo teatrale e della bellezza scenica, che non poteva esau- rirsi nell’abbellire di ampie vie, di piazze arborate, di mirabili palagi e di sontuosi parchi la città e i dintorni. Su l’esempio dei Romani, che a scopo morale incomenzaro più comedie nove all’usanza di Atene a recetare, Ercul per questo al presente si move, come quel che, amator del viver recto, vòl che l'usanza antiqua se rinove; e se stato è per tempo negletto tale exercizio, or è gloria magiore; redur quel vòle e ponvi onni su’ effetto, perché del popul suo è vero amatore, come degno signore e singulare, per dar di sé nel mondo fama e onore. È queste tradur fa in stil vulgare, a ciò i docti et indocti e tucte genti possin gli antiqui exempli qui imparare. Così un rozzo rimatore, che si è sospettato fosse il giovane Ariosto (2), loda nel prologo del Formione l’opera innovatrice del Duca, che non sì ridusse solo a rappresentare davanti al pubblico le commedie plautine e terenziane tradotte o ridotte da Paride Ceresara, Battista Guarino, Gerolamo Berardo, il Collenucecio, il Cosmico, il Boiardo ed altri. Ercole, al quale sì è voluto perfino attribuire la versione dei Menechmi, che (1) GANDINI, Saggio degli usi e delle costumanze della corte di Fer- rara al tempo di Niccolò III, in Atti e Memorie Deput. Storia Pat. per la Romagna, s. III, IX, 1898, p. 165 n. (2) Vedi FATINI, Su la fortuna e Vautenticità delle liriche di L. A.. estratto dal Supplem.22 del Giorn. Stor., pp. 140-41 (d’ora in poi sarà indicato con FATINI, Fortuna), e il testo nella Lirica di L. A. da me curata, presso Laterza, pp. 272-74. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 41 furono posti in iscena il 25 gennaio 1486, come primo segnale del nuovo teatro ferrarese, dette tutto il suo favore anche ai tentativi drammatici del Correggio, di Gualtieri da S. Vitale, di Galeotto del Carretto, del Boiardo, del Pistoia, del Tebaldeo (se è suo il rimaneggiamento in atti dell’Orfeo polizianesco), del Collenuecio e di chi preparò la rappresentazione della « storia di Ippolito Buondelmonte e di Lionora de’ Bardi » (1) ecc. Questi tentativi insieme con le versioni di Plauto e Terenzio — gli uni e le altre cari al pubblico e alla Corte, come si può ri- cavare dalle cronache dello Zambotti e del Ferrarini — affezio- narono sempre più popolo e letterati al volgare, che finì col riprendere anche nel campo dell’arte i diritti della lingua ma- terna, cui si affidano, come alla madre, le gioie e le pene, le aspirazioni e le delusioni del cuore e della mente. «La primavera del Rinascimento classico seminata da Leo- «nello estense e da Guarino veronese era in Ferrara nella sua ‘« più lussureggiante vegetazione — scrive il Carducci parlando dei tempi di Ercole — e inebriava de’ suoi colori e dei pro- «fumi gli animi di tutti»; ma non è esatto soggiungere che «tutti amavano, odiavano, peccavano, sognavano in latino » (2); in latino e in italiano — occorre completare —, perchè codesta primavera, resultato d’una felice fusione di elementi antichi e moderni, raggiunta dopo una lenta preparazione degli spiriti, guidati gli uni dal pensiero classico, gli altri dall'amore alla nostra lingua e ai grandi Trecentisti, brilla ormai di quella luminosa bellezza che s'irradia dal connubio della realtà col classicismo: pronubi e artefici, che si levano sulla folla degli umili e oscuri operai, sono Matteo Maria Boiardo e Tito Vespa- siano Strozzi. (1) Vedi CataLano, Vifa, I, 121-22. (2) CARDUCCI, Opere, XV, p. 19. In questo rapido ercursus nella storia del volgare preariosteo, che altri potrà sviluppare più ampia- mente, non s’incontrano nomi della famiglia Ariosti, che scrissero in volgare, perchè se ne farà parola in seguito. 42 CaPITOLO II. DANTE PRESSO GLI ESTENSI NEL SECOLO XV (1) Discussioni dantesche nel circolo guariniano. — Il culto di Dante presso Niccolò III e Leonello. — Copie del poema nella Libreria estense. — Una « cattedra » dantesca e studiosi e imitatori di Dante sotto Borso. — A. Cornazzano. — Studiosi e imitatori di Dante sotto Ercole. —- Serafino de’ Bontempi e il poema Il libro del Salvatore. Alla fusione degli elementi classici coi moderni che formarono il Rinascimento ferrarese ì grandi Trecentisti dettero il loro contributo in modo diverso: il Petrarca con la dolcezza musi cale delle sue rime, al cui fascino non seppero sottrarsi neppure i più fanatici umanisti; il Boccaccio con la suggestione d'una prosa calda e sensuale, che richiamava la lirica voluttuosa dei latini; Dante con l’aspra vigoria del suo canto, che ben s’addi- ceva all’amarezza del decadimento morale e politico d’Italia. Parrebbe da questo che il culto dell’Alighieri in un secolo e in una città così poco sorretti da idealità patrie ed etiche dovesse trovare scarsa rispondenza, più viva essendo la propensione del popolo e del ceto colto a gustare, se mai, per affinità d’animo paganeggiante d'amore e di sentimenti, l’arte del Boccaccio e del Petrarca. Invece non è così: Dante, non compreso e talvolta sprezzato da quasi tutti i banditori della nuova cultura, pei quali la (1) Comparso nel Giornale dantesco, XVII, quad. ILI-IV, pp. 126-44 come Contributo allo studio e alla fortuna di Dante, lo ripubblico aggiornato e profondamente rielaborato. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 43 Comedia poteva, tutt'al più, servire di svago alle donnicciole e ai ragazzi nelle lunghe serate invernali, entra nella cultura ferrarese, vincendo a poco a poco la noncuranza degli umanisti proprio per opera di quei Signori di Ferrara che l’Alighieri aveva così severamente trattati nel poema (1). Ma gli Estensi avevano forse dimenticati i versi ingiuriosi nel compiacimento che l’austero Fiorentino ripetesse la sua stirpe materna da Ferrara, come sostenne Benvenuto da Imola nel commento, scritto per suggerimento di Niccolò II ed a lui dedicato. L'Imolense, che probabilmente illustrò il poema in Ferrara, instillò nell'animo dei suoi scolari l’amore dell’arte dantesca, che qualche decennio prima aveva animato di santa bile alcune rime di Antonio Beccari, quello scapigliato ferrarese che, tro- vandosi in Ravenna osò — racconta il Sacchetti — togliere le candele dinanzi al Crocefisso per porle davanti al sepolcro di Dante! A tanto lo portò il fanatismo per il divino Poeta! * * * Col fascino della sua gentilezza e del suo mecenatismo Leo- nello aveva raccolto intorno a sè, in un circolo accademico, i più insigni letterati della Corte, i quali, sotto la saggia guida del Principe e di Guarino, spesso trascorrevano il loro tempo in discussioni, in gran parte, letterarie. Di queste ci ha lasciata una rappresentazione Angelo Decembrio nei sette libri della Politia litteraria, coi quali ci trasporta in mezzo ad un’accolta di letterati, come Uguccione Contrari, Giovanni Gualengo, Feltrino Boiardo, Alberto Costabili, Alberto Pio, Carlo Nuvo- lone, Niccolò e Tito Vespasiano Strozzi, Francesco Ariosti, ecc., dei quali i più si mostravano tanto entusiasti dell'antico quanto denigratori del volgare. Per bocca del Marchese essi dichiarano (1) I. DeL Lungo, Darte ne’ tempi di Dante, Bologna, ISSS, pa- gine 412-13; T. SANDONNINI, Dante e gli Estensi, in Atti e Memorie della Deputaz. di Storia Patria per Modena e Parma, s. IV, t. IV, pp. 149.81. 44 G. FATINI l’ostracismo a tutti i libri italiani, indegni di andare per le mani di persone colte, tali invece « quos apud uxores et liberos «nostros nonnunquam hybernis noctibus exponamus » (1). È vero che dal numero non esiguo di siffatti scrittori sono quasi costretti a riconoscere l’importanza che queste opere potrauno in seguito acquistare, ma saranno sempre « apud plebem com- « positionis vocabulo digna », anche se i loro autori si chiamino Dante, Petrarca, Boccaccio. Fra queste affermazioni, allora comunissime, richiama la nostra attenzione il fatto che ll nome dell’Alighieri s'insinua spesso in mezzo alle pedantesche disquisizioni. Il minorita Agostino, acerrimo nemico, per sentimento religioso, dell'Uma- nesimo, per lui propalatore di fiabe e di menzogne, con audace esagerazione tacciando di dannoso perditempo lo studio dei classici, osa contrapporre quello dei libri religiosi, compresa l’opera di Dante (2). Il monaco suscita fra i letterati del circolo un tantino di compassione, perchè non solo si mostrava com- pletamente digiuno della grandezza e dell’importanza dei clas- sici, ma anche dimenticava — poteva rispondergli Leonello — che i libri religiosi sono necessari solamente per preparare l’uomo all’estrema dipartita (I, p. 98). Un altro giorno, parlandosi della grandezza di Virgilio, la discussione ricade su Dante (V, parte 642). Tito Vespasiano Strozzi, nel ricordo del poeta mantovano, osa accennare timi- (1) Vedi edizione di Augusta Vindeliciorum, MDXXXX, I, p. 6°; e DELLA (ruaRDpIA, La Politia, cit. (2) Politia, cit., V, parte 633. Capitato nel circolo, questo frate se la prende con Tito V. Strozzi, poi con Leonello « quamobrem tantam «in explicanda, aliter in excolenda poesi curam adhibeas, in qua «nulla de veri dei cognitione, non purgatorii, non paradisi, excepta « Dantis opera, in qua mentio fit, plurima vero de gentilium ritu «nefario, de daemonibus turpiter, de inferis ad inferosque per- «tinentibus: ad quos penitus nos omnis praecipitavit antiquitas, «cuius idolatriam et impietatem in deos, velut escam daemonum, «seu bonos sive malos ipsi dixerint, nostra religio detestata est... ». Leonello tenta di convincerlo con l'esempio dei papi Eugenio IV e Niccolò V, che dettero impulso all'Umanesimo. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 45 damente alla squisita arte della Comedia, che forse aveva già fatto breccia nella sua giovanile fantasia; egli pensa che, per quanto «styli gratia et sermonis auctoritate » l’Alighieri non possa essere paragonato a Virgilio, tuttavia, «ut omnes arbi- trantur », ha poetato della vita ultraterrena con una squisi- tezza superiore al cantore dell’'Eneide. Guarino risponde con vivacità domandandogli se per caso non sia rimasto turbato dalla descrizione delle pene infernali per avere questa opi- nione: « Exhorruisti ne magis, inquit, o fili, inferorum poenas, «quae a Dante tuo Florentino quam quae a Mantuano predi- «cantur ? eo scilicet quod verbosiores sint et ad vulgarem con- «suetudinem magis accomodatas, quae ab eo referentur? »; e nella penuria di argomenti persuasivi, gli richiama alla mente la discussione fatta alcuni mesi prima intorno alla inutilità dei libri volgari, degni di essere tenuti « procyl a gramma- ticis » e di essere letti per passatempo da donne e fanciulli (I, p. 62). Tito, non intieramente convinto, soggiunge: « Non «tibi visum, Guarine, obsecro, Dantem quam bellissime et «intellexisse, et aemulatum esse poétam nostrum? (Virgilio) ». Il precettore di Leonello è costretto a riconoscere in parte la verità delle parole dello Strozzi, ma a malincuore, perchè Dante ha imitato sì da poeti e particolarmente da Virgilio formando così un «opus curiosum, tametsi vulgare ambagi- «busque plenissimum »; ma il suo poema può stare alla pari (sembra che dica) coi libri di chiesa, che si leggono « coscientiae genere »: libri che si possono mettere insieme facilmente e in pochi giorni. «Ita omnia ab eo dieta cognitu facilia sunt «apud quemque poetarum omnino non ignarum, ac religioso «more victitantem; ob eamque causam nonnullis forte doctis- «simis intellectu difficilior aliquibus in locis videatur, quod «utroque simul scientiae genere careant... ». E poichè i cultori delle lettere antiche non si curano di questioni religiose, coloro che si dedicano alla religione disprezzano gli scrittori classici, come il monaco Agostino che non li comprende, e Dante che, ‘quando ha tentato qualche imitazione, li ha fraintesi; un 46 G. FATINI esempio è la errata interpretazione del noto verso virgiliano «Quid non mortalia pectora cogis?» (V, p. 642). Così si pensava dell’Alighieri in mezzo a questo circolo gua- riniano, sotto la guida di Leonello, che il Decembrio a torto rappresentava come il portavoce degli avversari della cultura volgare. Che sotto Niccolò III per Dante si nutrisse una certa simpatia è cosa che appare chiara dai documenti del tempo. Lasciamo pure in disparte i ricordi danteschi di cui ii Malpigli, umanista studioso di Dante e del Petrarca, si giova nella can- zone diretta al Marchese rievocando il dramma di Paolo e Francesca (1); a noi parlano eloquentemente di questa sim- patia i due manoscritti del poema, che compaiono nel cata logo della Libreria del 1436, sperduti in mezzo ai numerosi libri classici e francesi, quasi ad affermare risolutamente il loro diritto all’ammirazione degli studiosi. Al n. 178 viene indicato « Libro uno chiamado danti, in membrana, cum aleve desco- «verte »; al n. 249 «Libro uno chiamado el scripto sovra el « purgatorio de danti... restituido per Constantino di lardi can- «celiero del nostro Signore » (2). Non solo, ma la Comedia incomincia a comparire anche fra i libri dei privati; così il testo dell'Inferno trovasi nell’inven- tario del 1430 d’un maestro Bartolomeo de Rolandino, e di una copia è erede nel 1449 Rigo di Sanvitale (3). Dalla Comedia al commento: al marchese Niccolò, che impre- stava, come al ricordato Costantino di Lardi, il divino poema, (1) Vedi FRATI, in Giorn. stor., 22, 316, 319; il Fr. lo dice « studioso, «in pieno umanismo, della Comedia »; la canzone forse è quella indi. cata al n. 266 dell’Inventario del 1436, edito dal CAPPELLI, in Giorn. stor., 14, 1-30. (2) Oltre il Cappelli, vedi N. CITTADELLA, Il castello di Ferrara, Ferrara, 1875; BerToNI-VicIiNI, Il Castello di Ferrara ai tempi di Nicolò IIT: Inventario della suppellettile del Castello nel 1436, Bologna, 1907, p. 90. (3) Vedi M. CatALANO, Dante e Ferrara, Bologna, Zanichelli, 1922 (estr. dal vol. Studi danteschi a cura della R. Deputaz. di Storia Patria di Ferrara), p. 29. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO - 47 viene indirizzato un « Comentum super Dante poeta vulgari «sin membranis forma mediocri in columnis litteris modernis «cursivis bonis directum ad Ill. Principem d. Nicolaum... » (1); eun commento è pure fra i libri lasciati in eredità nel 1418 dal notaro Rodolfino de Codegorio (2). Accanto a Dante ecco i suoi imitatori, Cecco d’Ascoli e Fazio degli Uberti; quest’ultimo letto, copiato, studiato, com- mentato, si può dire che fosse allora lo scrittore prediletto o per ì ricordi bretoni, di cui il Dittamondo (est. it. 483) è ricco, o perchè rimpinzito di scienza. Questo libro occupa un alto posto nella cultura estense della prima metà del secolo XV, se dobbiamo dedurlo e dai mss. dei cataloghi e dal ricco com- mento che del poema stese Guglielmo Capello (3). Così que- st'umile precettore di Leonello indirettamente contribuiva alla conoscenza del sacro poema, che egli stesso prendeva in pre- stito dalla Biblioteca estense per leggerlo (4) e forse per spiegarlo al Principe, al quale si dovrà, meglio che al padre, l’acquisto della Comedia e degli altri libri volgari per la Libreria marchio- nale. L'ipotesi non parrà arrischiata a chi ricordi l’amore che il gentil Marchese nutrì per Dante e per il volgare, sospinto a tale studio, oltre che dal precettore con la lettura del Ditta- mondo, dalla erudita ed amichevole familiarità dell’Alberti. Umanista educato alla scuola di Guarino, Leonello aveva fra i libri prediletti la Bibbia e la Comedia (5), dal cui fascino arti- stico il suo gusto squisito doveva sentirsi scosso e ispirato. Non manca in questo periodo anche qualche poeta che ac- canto alla imitazione petrarchesca fa sentire l'eco del « dolce I. (1) Inventario del 1467, in BERTONI, Bibl. est., p. 222. (2) CATALANO, Dante, p. 29. (3) Secondo il RENIER, in Liriche edite ed inedite di F. d. U., Fi- renze, 1883, cLI-v, il C. ha dato il più rieco commento del Dittamondo, che forse « stuzzicò egualmente la sua vanità di scienziato e la sua «abilità di artista ». (4) BERTONI, Bibl. est., p. 63. (5) G. PaRDI, Leonello d'Este, pp. 33 e 145. 48 G. FATINI «stil nuovo » o del poema sacro: così quell’Ulisse de Aleotis, già ricordato, nelle cui rime si possono sorprendere remini- scenze dantesche; quando, per es., augura ad un amico la corona poetica (est. it. 262, c. 148): Ma l’alto honor da cuì Virgilio trasse il dolce stil che a tuto il mondo sona, potrebe esser cason che ancor corona le tempie tuo dignissime portasse. Niegui tua fama, tuo fato, tua stella; tu canterai cum sì soave voce, che fie conforme a l’armonie del cielo. Parlando della naturale pigrizia umana, si ricorda di noti passi del poema (est. it. 262, c. 149): Questo è comune vitio di natura che più l’ascender che ’1 discender grava per l’alma che pegritia involve e frena. Segui l'impresa magnanima e sicura e di viltà l'ardente pecto lava, che mai ben s’aquista senza gran pena (1). Leonello, lasciando il retaggio della cultura al fratello Borso, affidò a lui anche il culto di Dante. La Biblioteca marchionale continua a raccogliere copie della Comedia; così nel catalogo del 1467 i num. 14, 124, 139 indicano Dantes Aldigerius è Scriptum Dantis; il 107 il Comento già ricordato, i quali libri, in- sieme con altre copie, si ripetono pure nei cataloghi posteriori (2). (1) Cfr. per i due passi Inferno, I, 79-84, Purgat., XXI, 85-9î, Parad., XVII, 59-60 e Inf., II, 121-23. (2) Nel catal. del 1480 pubblicato dal CITTADELLA nel cit. Castello di Ferrara, pp. 74-85, vedi i num. 8, 9, 16, 27; in quello del 1495 (Appen- dice 11? della Bibliot. est. del BerTONI, i n. 107, 136); vedi pure A. VEN- TURI, L'arte ferrarese nel periodo di Ercole I, pp. 103 sgg. | LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 49 Ma più che da queste mute indicazioni si può seguire il pro- gressivo amore per Dante nel prestito del poema, nelle richieste dei letterati, negli incarichi di copie e di rilegature, che ci hanno tramandato i preziosi Registri di Guardaroba o di Man- dati, conservati nell'Archivio estense in Modena. Così dal Memoriale 1457-68 si ricava che un certo Rosseto ebbe un Dante e due libri del Boccaccio, un Giacomo de Bondie, per inezzo del Casella, ricevè «uno Danti historiale in carta de «volume de carta mezana coperta: de montanina rossa », Guglielmo Capello un « Dante pizolo » (1). Nel 1456 l’amanuense Bosoni per incarico della Corte pre- para una copia del poema; nel 1466 Giovanni Bendidio, nel 1467 Frate Pietro da Trani e Peregrino de Bondeno ebbero in prestanza, il primo, il Purgatorio, gli altri due l’intiera opera; nel 1471 la contessa Strozzi e perfino l’ambasciatore del Duca d'Urbino ottengono in lettura il poema (2). Tra i privati il Convento di S. Maria de’ Servi in Ferrara riceve in dono da un Gonzaga un Dante, mentre una Comedia è ricordata l’anno avanti nell’inventario dei beni lasciati da un Pietro de’ Bischizii, due commenti in quello dell’umanista Giovanni Aurispa (1459), il testo del poema con due commenti nell’elenco dei beni di ser Filippo de Marano e il testo solo in quelli del maestro Guglielmo de Vincola (3). Chi conosce il valore che i libri avevano in quel tempo non può non sentire il significato particolare della pre- senza del poema fra i libri imprestati o posseduti da famiglie private. | Con la diffusione della lettura cresceva anche la conoscenza della Comedia, tanto che ben presto si sentì il bisogno di aprire — diciamolo modernamente — nello Studio di Ferrara una cattedra dantesca. (1) BERTONI, £Libl. est., pp. 61 e 63. (2) BERTONI, in Archiv. roman., Il, 54 n., e Guarino, pp. 100 n., 177 e 180 n. (3) CATALANO, Dante, pp. 29-30. (rniornale storico — Suppl. n° 25. 4 50 G. FATINI Ce ne resta ricordo nel codice riccardiano, n. 2560, che riporta un’Esortazione allo studio della « Divina Commedia » fatta nel 1459 al Duca Borso (1). L'autore dell’epistola « leggeva pubblicamente — dice rivolgendosi all’Estense — in questa tua alma città « di Ferrara » l'Inferno, con l’aiuto del commento di Benvenuto, a lui gentilmente favorito dal Duca. La lettura godeva, dunque, le simpatie della Corte e del pubblico, al quale l’espositore pro- fondeva tutta la sua eloquenza oratoria, conducendolo attra- verso i regni dell’oltretomba, «il perché a tutto il popolo s'è «divulgato il suo (di Dante) divino ingegno e suttilissima in- «venzione ». Non è detto chi fosse l’autore: al Fanfani, il moderno editore della lettera, rimase sconosciuto; il Pardi dal fatto che dal 1456 fu chiamato « a leggere pubblicamente arte «oratoria e poetica » nello Studio ferrarese Ludovico Carbone, crede di poter dedurre — e forse con ragione (2) — che a lui spetti, con la paternità dell’epistola, il vanto di aver promosso la lettura di Dante nella città estense. Chiunque sia questo lettore, egli è fortemente innamorato dell’Alighieri e rapito dal poema; come i contemporanei, vede in lui il rappresentante massimo dello scibile umano, sente la profondità della sua poesia, ne subisce inconsapevolmente il fascino, che egli stesso tenta di trasfondere nel pubblico, accorrente, come si ricava dall’Esortazione, in gran numero e con vivo entusiasmo. Di simile entusiasmo l’autore, non senza una certa vanità, vor- rebbe accendere anche Borso, invitandolo ad assistere alle sue lezioni; e forse il Duca, per quello spirito di popolarità e di munificenza che rese grande fra gli Estensi il suo nome, accolse l'invito. L'Esortazione perciò ha un valore storico non trascurabile e per la persona a cui è diretta e per gli argomenti che lo scrittore svolge uno dietro l’altro, allo scopo di porre in (1) Fu pubblicata da P. FANFANI nel periodico Il Borghini, I, 111-120. ì (2) Borso d'Este, pp. 119-20; la dicitura dantesca nella medaglia dello Sperandio coniata per lui non potrebbe essere in relazione con l'insegnamento della Comedia? Vedi cap. I, p. 28, di questo volume. LE “ RIMK,, DI LUDOVICU ARIOSTO 51 rilievo l’importanza dello studio del poema. E poichè dall’epi- stola si può ad un dipresso indovinare anche il genere di commento pubblico che doveva accompagnare la lettura del testo, non sarà inopportuno riassumere lo scritto. Movendo dal concetto che «l’ultima nostra felicità debba «consistere » nella «perfetta cognizione dello infinito Dio «sommo bene » e reputando « da questo stinto naturale incitato «e stimolato... il nobile e peregrino ingegno... » di Borso, lo scrittore vorrebbe « persuadere alla sua celsitudine, provocando « quella allo studio e meditazione del sacratissimo poema di « Dante ». Non sì fermerà a parlare della « sua gloriosa fama », perchè questa è ben nota certamente al Duca, anche per le letture fatte « ne’ soperiori giorni », ma mostrerà a lui come questa lettura « potrà facilmente adempiere e quietare ogni «suo desiderio e volontà di sapere; perocché elli è tanto e «sì universale che qualunque scienzia è venuta in cognizione «delle umane menti in essa si comprende ». Tutte le « sette «liberali arti » trovano posto nel sacro poema; se manca la grammatica, cioè la lingua latina, « nientedimeno il volgare «e materno idioma è tanto in esso limato e terso con ioconda «rima e profonda sentenzia, che non meno lo fa degno che se «in latino fussi composto ». « La rettorica soave et eloquente... ‘pertutto vi si. vede espressa »; accanto alla « dialettica acuta » le matematiche « scienzie verissime »;} l’astronomia « scienzia ‘ sottilissima », l'astrologia sono diffusamente trattate, come 81 può ricavare da numerosi esempi, di cui l’autore riporta, per brevità, solo alcuni. Ma non può «mandare in oblivione «quella soavissima musica e piena di sensuale dilettazione, la «quale per tutta l’opera è contenuta per le jocunde e limate «rime con mirabile arte composte; et eziandio per la propor- «zione dei versi con giusta e debita misura ». Chi non intravede qui uno spiraglio di commento estetico ? Quella « soavissima musica e piena di sensuale dilettazione » quale interpretazione avrà trovato nella parola calda, entu- siastica del Carbone, se è lui lo scrittore, che già sappiamo fervido 52 G. FATINI fautore del volgare? È proprio il caso di lamentare la perdita di quelle lezioni, che ci avrebbero fatto conoscere qualche cosa di più che la pura ed erudita spiegazione, con la quale solamente il lettore non avrebbe potuto comunicare al pubblico quel godi- mento estetico, che egli sentiva scaturire, non dalla scienza profonda e astrusa, ma dalla poesia, dal verso pieno di dol- cezza e di fascino... Con le sette arti liberali tiene alto posto « la filosofia natu- rale » spiegata «con grande intelligenzia, profundità di fon- «damenti fisicali, appartenenti al movimento delle cose sotto- « poste, alle trasmutazioni locali et a generazioni corruttive «e alterazioni »; la filosofia morale è sparsa « per tutta l’opera, «massime nelle due prime parti Inferno e Purgatorio: anzi sono « essa moralità, perocchè l’autore, come poeta satiro, fu ripren- «sore de’ viz) esaltando le virtù: e massimamente intese fare «l’uomo buono in vita morale e catolica, per condurlo ad «ottimo fine ». Accenna poi brevemente alla medicina spe- culativa, alla metafisica e alla teologia, che occupa gran parte del terzo libro, nella quale «l’autore fu ardito oltre il valore «d’ogni altro poeta... poeteggiando e fingendo ». Da ultimo, lasciando in disparte tutte le altre cose belle che vi si conten- gono, «supplico — conclude — alla tua excelsitudine, illu- « strissimo Principe, sì vogli degnare, adducendo io alla tua escel- «lenzia sì gloriosa opera, volere presenzialmente trovarsi a «dare audito alla mia lezione, quantunque io sia indegno «che uno tanto signore mi venghi ascoltare. Pure, conside- «rando quanto onore e quanta gloria me ne abbi a resul- «tare, essendo io minimo e indotto scolare, pertanto con «somma affezione desidero mi vogli questa singulare grazia «concedere... ». Quale resultato abbia ottenuto l’Esortazione presso Borso noi non sappiamo; ma dalla lettura del poema partì indubbiamente novello impulso al culto dantesco, e la Comedia, letta e gustata con vero trasporto, porge più spesso motivo d'ispirazione, offrendo reminiscenze più o meno sentite, il colorito, l’into- LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 03 nazione e qualche volta anche la trama di questo o quell’epi- sodio o addirittura del poema. Un commentatore dei Trionfi petrarcheschi, Bernardo Illi- cino, dichiara il senso recondito del testo, raccogliendo una farragine di notizie da Aristotile fra gli antichi, da Dante fra i moderni; anzi nella interpretazione di certi passi par che indichi che il cantore di Laura ha tenuto presente l’Alighieri. Così a proposito d’un passo del Trionfo della Pudicizia, scrive: « per questa... celebratione dei poeti ne pare che il nostro Messer «Francesco habbi voluto intendare e di Ettore e di Enea et «maxime per la autorità di Dante aligerio nel IV capitolo « Inferno: Io vidi Electra... » (est. it. 397). Filippo de Vadis, ferrarese, piange la morte della sua donna (cod. ferr. 393, Fondo Ant., cc. 53-56) con accenti danteschi e petrarcheschi; un anonimo nel lamento per la perdita dell’amata (1467), dopo aver detto che il sapere nè di Virgilio, nè del Petrarca, nè di Dante varrebbe a lenire il suo dolore, esce in questa esclamazione (est. lat. 228, n. 38): O recolenda, e memorabil arca di gran scientia, Dante! E sognando la morta, amorosamente bella, il verseggiatore, con l’occhio ad un noto episodio del Purgatorio, così si esprime: Levome ritto per voler bragare costei, che di tal acto in sé ne ride e vedeme nel viso lacrimare. Così l’autore del poemetto sulla guerra di Ferrara (1), invo- cando l’aiuto divino per cantare questa lotta, prega Dio che dia tal vento a mia piccola barca che solcar possa cu le rime prompte 1 dolci metri di Dante e Petrarca e ch'io tracti di San Marco la guerra facta a Ferrara per acque e per terra. me _—_r—T _——yT—_——. (1) Nell’App. I dei Nuovi studi su M. M. Boiardo del BERTONI (p. 227). 54 G. FATINI Non tutti però, anche fra i poeti, accettavano l’autorità di Dante; un anonimo, per es., in un sonetto petrarcheggiante .dice della sua amata (est. lat. 228, c. 31): Certo costei è posta fra le sante, che chi ben vive ben convien che mora, questa è de Dio la leze e non di Dante. Fra gli scrittori che più sentirono l'influsso del divino poema, ecco primo Giovan Francesco Suardi, che nei suoi versi, pieni tavolta di delicate immagini e ricchi di sincerità, sparge copio- samente i ricordi che alla sua mente affluiscono dal «dolce « stil nuovo » o dalla Comedia. Egli, lasciando l'amata, è invaso da così tetro dolore che . ogni cruda morte e rabiosa mi sia più grata, che viver sì vile. Perché non si può aver magior dolore che ricordarsi esser stato felice ne la miseria fuor d’ogni speranza. Altrove canta le bellezze della sua donna con una intona- zione e con certe frasi che ci richiamano subito uno dei più bei sonetti della Vita nova. La turba grande che dietro si mena gli va lodando l’aria e i gesti e’ panni dicendo allor: Deh non, nisun s’inganni, questa è d’ogni bellezza tutta piena; guata che viso, Cristo, e, come move soavemente que’ begli occhi e gira, quanta gratia e allesrezza da lor piove! (1). Ma il campo dove con più fortuna si possono cogliere fiori d’imitazione dantesca è nella poesia che vuole esaltare e adu- lare Borso; tutti i rimatori che ne hanno intessuto l’apologia (1) Vedi A. BeLLoNI, in Giorn. stor., 51, pp. 163, 166-167; il B. ad- dita altre reminiscenze. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 90 — e sono la maggioranza — hanno creduto di nobilitare i loro versi spigolando a piene mani dalla Comedia, e talvolta tratteggiando la figura del Duca con linee prese dal veltro, dall’« alto Arrigo » o da altro personaggio. Così l’umile Carlo di S. Giorgio nelle terzine della Congiura deì Pio contro l’Estense, il Caleffini nelle ingenue strofe delle Croniche, il Montagna nel Trionfo di Borso, Gambino d’Arezzo nel poemetto su Le genti idiote della sua città, ed altri: perfino Giovanni Marco Pio (1), pur nella tragica vigilia del supplizio, riversando nelle rime la piena del suo tormento e della sua angosciosa agonia non può interrogare il suo cuore senza trovarvi un’eco della parola di Dante. Mirabile fascino d’un poeta, che con la sublimità incomprensibile della sua arte penetra perfino nel buio tem- pestoso d’un’anima agonizzante! Tra questi imitatori il più fecondo è il Cornazzano, vissuto alla Corte di Borso e d’Ercole. Molte poesie si conservano di lui in un ms. estense, che appartenne al Muratori (it. 838); fra queste alcune anonime, ma presumibilmente sue o di con- temporanei, spirano, talvolta, quella dolce serenità della lirica dantesca che, direbbe il nostro verseggiatore, nascer suole fra perle e rose e ch’empie di dolcezza. Eccone un bell’esempio: Tutta la Arabia spira ove salisse Ia dona che natura e i cieli honora, ad ogni sua moventia in verde enfiora la terra, ove el bel pie’ varcando misse. Quando suavemente ella sorrise, l’aere s’alegra e la terra inamora e da le dolce labia aventa un'ora, che odorando dal cor Valma divise. Prendo(n) vita e color dal suo bel volto le rose e le viole el gentil seno, ch’or son quattro anni che i bei lumi adorni in tal dì me legorno ed in tal mese..... —_—_——__ (1) Per questi rimatori vedi il cap. I del volume. 56 G. FATINI Qualche reminiscenza della Comedia si sente nel Canto del modo di regnare (est. it. 177, n. 2), là dove il Cornazzano, descri- vendo le brutture d’Italia, riprende i preti, « gli immantellati mulli », con un’apostrofe arieggiante l’episodio di Sordello e loda il Duca con espressioni d’origine dantesca. Più diretta e frequente è la imitazione nel ternario De illu- strissimi ac ercellentissimi Principis Galeatii ducis Ligurorum Interitu (est. it. 177, n. 4); il poeta immagina che l’odiato tiranno, crivellato di ferite, giunga all’inferno, dove subito gli vengono incontro l’Hydre, l’Arpye, le Gorgone e le Scylle. Richiesto del nome, con una ardita mossa dantesca (Inf., X, 89; Purg., III, 111): Io fui, rispose, lui, molto Cyprigno, questo confesso, e troppo a l’auro dato, LI ma non quanto è il rumor crudo e maligno. E fra il tono superbo di Farinata e quello mite e gentile di Manfredi descrive le imprese troncate così crudamente dalla violenta morte; mentre il padre lo rimprovera « de’ mal ser- « vati consigli », giunge anche il Lampugnani, che, caduto fra le unghie di Minos, è dannato ai più crudeli tormenti, perchè al traditori premio gli è infamia e crudeltà perdono. Ma dove la Musa epica del Cornazzano tenta innalzarsi fino a Dante è nella glorificazione di Borso, che avviene nel De exrcellentium virorum principibus ab origine mundi per aetates (1). In questo poema gli argomenti e le digressioni richiamano così spesso la Comedia, che il Cornazzano non può fare a meno di subirne l'ispirazione. Così l’invocazione a Borso, (1) Su questo poema, parzialmente edito, v. GAROTTO, Notizie ed estratti del poemetto inedito ecc. di A. C., Pinerolo, 1889; vedi anche cap. I, pp. 17 e 21. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 57 cui viene dedicato il libro, ricorda l’orazione alla Vergine (Parad., XXX, 3): Così si driga a te ciascun poeta, come a termine sacro di quei rami che sparge al mondo ogni gentil pianeta. E come l’Alighieri ammutolisce dinanzi alla glorificazione di Dio e di Maria, così il Poeta piacentino sente l'inanità del- l’arte sua (Parad., I, 13-22) e tolga l’impresa quello a cui fa lume Apol col raggio; e chi con bocca piena gustata ha l’onda del pegaseo fiume. Nella Corte estense vive un poeta ch'io ho fenice per tuti i mie versi cognominato di toscane rive. Costui, che risponde al nome di Tito Vespasiano Strozzi, potrebbe degnamente cantare le lodi di Borso: pur nonostante, il Duca si degni accogliere, conclude lo scrittore, le sue parole. Entrato in argomento, fa una disordinata disamina degli uomini illustri, raccogliendo la materia da libri sacri e profani, trattandola ora con pesante artificio, ora con volgare sciatteria, qualche volta con ingenuità popolare: sempre si giova di remi- niscenze, di passi, di colori danteschi. Così nel descrivere il Paradiso Terrestre, o quando invoca la sua donna, o quando parla di Omero, «a cui le Muse fuoro «ancille », o quando descrive l'incontro con Tolomeo (1) o l'apparizione di questo o di quel personaggio, ora improvvisa ora preceduta da un gran colpo che stordisce il poeta e lo distoglie da qualche altra visione: sempre si sorprende l'inane e —— - - — _ (1) In quest’incontro (libro 2°, cap. 4°) egli contamina gli episodi di Catone, Sordello e Stazio; ecco, per fare una citazione, come si presenta Tolomeo: «+. Io son Ptolomeo l’auctore che de celesti corsi alto cantando, m’ho fra voi facto al mondo eterno honore. 58 G. FATINI desiderio del Cornazzano di seguire un episodio o un proce- dimento o una mossa dantesca, che nobiliti l’arida materia che egli tratta; ma il pedestre poeta, che si perde spessissimo in lunghe digressioni echeggianti quelle varie e insuperabili della Comedia, non riesce quasi mai ad animare con la scintilla della vera poesia il suo argomento. Qualche tentativo d'imi- tazione non del tutto infelice si può trovare qua e là nel lungo poema, come nella descrizione delle grandi imprese compiute da Pompeo e da Cesare, ispirata alla famosa corsa dell’aquila imperiale, o nel ritratto apologetico del Duca Borso (cap. ultimo), che vorrebbe essere un emulo del veltro dantesco e di Arrigo VII. Poichè in « Borso d’inclyto padre inclyto figlio », Dio, secondo il Poeta, ha posto la restaurazione del regno d’Italia: Beata Italia, quando el montò in sede, che lacerata da tiran discordi nelle sue man con lagrime si dede. Per opera sua la Penisola ha ripreso la via della giustizia e della liberalità (Parad., XVII, 73-75): El tòr più assai che ’1 dar sempre gl’inerebbe e quello officio fe’ con tal maniera che sol del mondo ognun contento havrebbe. Così la fama di Borso, diffondendosi per tutta Italia, illu- mina di gloria anche gli altri Principi estensi, sui quali il Piacentino si ferma poco, perchè. el duca Borso è sol la soma mia e per lui levai vela in alto mare e presso eredo omai che ’1 porto sia. * * x* Sotto Ercole lo studio di Dante si allarga; il poema s’incontra più spesso fra i lettori della Biblioteca estense e fra gli stessi privati compare anche stampato. C'è pur chi detta una bio- grafia dell’Alighieri, Gian Mario Filelfo, sfacciatamente rico- LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 59 piando dal Bruni; e c’è chi ha l’onore di vedere il proprio nome accompagnare una delle prime edizioni del poema: a Filippo Nuvolone, che visse presso gli Estensi, l'editore della Comedia, che uscì in Padova nel 1472, rivolge il capitolo intro- duttivo, consigliandolo a leggerla: E liegier spesso Danti ti conforto, che indì coglier buon fine miglior frutto ti certifico e havere in fin buon porto. Dell’ammirazione del Nuvolone gli effetti si avvertono facil- mente nelle rime, in modo particolare nel gruzzolo dal titolo «Sonetti e canzone morale e de amore », dove echi del « dolce « stil nuovo » si consertano con quelli petrarcheschi (1). Al dolore rassegnato, come nell'episodio di Francesca da Rimini, o violento come in quello del conte Ugolino, ci riporta l'infelice Giovanni Marsilio Pio, che dal fondo della prigione dove era stato gettato, sotto l'accusa di aver preso parte alla congiura contro Borso, lancia il suo grido pietoso e disperato alla luce, all'aria, ai Principi italiani, a Dio. Nei sei lunghi capitoli, composti nel 1475, in cui parla « dell'infortunio e infeli- «cissimo caso delli Magnifici de’ Pii incareerati », attraverso la rozzezza del verso e l’asprezza delle immagini, egli riesce a darci una rappresentazione della sua sciagura assai efficace, nonostante l’inevitabile monotonia del racconto. E il metro par che acquisti un'insolita scorrevolezza, quando Marsilio, scagliandosi contro l’ingiusta pena, con una intonazione tutta dantesca, dà libero sfogo alla sua anima angosciata e sempre ribelle contro i suoi oppressori. Da otto anni giace nell’oscu- rità d'una cella, spaventosa come l'Inferno di Dante: Il cielo, il sol, la luna s’è sdegnato, ogni pianeta forte si lamenta, piange la terra dov’io fui creato. (1) Vedi Zoxta, F. N., citato, p. 45 e la Canzone in Appendice; e Poesie di mille autori intorno a Dante, per C. del Balzo, ITH, pp. 108-14. 60 G. FATINI Morta è ragione, ogni pietate è spenta: scriver m’accora il doloroso caso, il cor m'affligge e l’anima tormenta. Ma non è tempo di querimonie e lamenti: Tempo è ormai che in altro dir mi caccia: de se’ fratelli sol s’aspetta morte guardandoci l’un l’altro nella faccia. Anch’essi, dopo avere peregrinato a lungo, come i poveri figli e nipoti del conte Ugolino, vengono gettati nella « muda ? maledetta a morire o a patire. E qui, con un’eco ora di questo ora di quell’episodio della Comedia, l’infelice ricorda la scena della cattura, le dolorose peregrinazioni di prigione in pri gione, dove è per via andando, io vidi molti mesti, ed alcuni levar la mano al cielo: agli occhi miei quei furon manifesti (1). Similmente dalla Comedia trasse più volte ispirazione Nic- colò da Correggio: si legga il Capitulum de quibusdam dubits circa fidem, dove si trovano assai spesso interi versi danteschi; per es., dopo aver parlato della generazione, Niccolò entra a parlare del mistero della Trinità: Tua incomprensa potentia qua se intende attribuita alla paterna essentia e per questo timor nel cor ne accende. Al figliuol se dà poi tuta la scientia, al spirto saneto infinita bontate, amor a questo, a l’altro reverentia; in tre persone una sola unitate e questa Trinità fùrno, io confesso, nanti che fusser mai cose create. (1) Vedi questi passi nei citati Atti e Memorie della Deputaz. di Storia moden., ecc., II (1864), con altre rime dello stesso Pio, anch'esse frementi di sdegno dantesco, come il capitolo diretto ai Principi ita- liani perché lo liberino di prigione; vedi pure BERTONI, Bibl. est., p. 146. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 61 Sorgono però dei dubbi nella sua mente intorno ai misteri religiosi, per cui ricorre a Beatrice: Deh, solvime tal dubio, o Beatrice, come già fésti a l'amato poeta, che fu per te sol unica fenice, perchè qual legno travagliato da tempesta che da contrarii venti è combatuto tal si ritrova la mia mente mesta. A tale invocazione scende Beatrice, che discioglie tutti i dubbi e gli dimostra la necessità della fede, non senza avere prima lanciato aspre parole contro i peccatori (1). Non la soave immagine di Beatrice, ma il terrore della « selva «selvaggia aspra e forte » colorisce il principio d’un canto in lode delle donne ferraresi dell'oscuro Giorgio Robuto; costui nel Triumphus Veneris finge di essere annoiato e stanco della ‘« vita lubrica et oscura »; tutto ad un tratto - ++... t6ome hom confuso da paura, a cui la dricta via al mezo manca, né di passar più avanti s’assecura, vede davanti a sè, come l’affamata lupa, la Morte; per fortuna i suoi occhi sono attratti subito da una visione: e viddi più che l’ochio human non vede, tanto che a rimembrar mi maraviglio. Venere scende in mezzo a quattro colombe, e in uno sfondo di colori danteschi, reso ancor più visibile dai versi suggeriti dalla Comedia e dalla Vita nova, il Robuto descrive le più belle donne di Ferrara (2) (est. it. 20). Te nina (1) Il Capitulum è stato pubbl. di sul cod. est. it. 836 da R. RENIER in Canzonieretto adespoto di N. da C., Torino, 1892, n. 12; vedi per remi- Niscenze dantesche anche i son. IN, XII, in Giorn. stor., 22, 107, 108. (2) Vedi BERTONI, in Giorn. stor., 50, 408, n. 2. 62 G. FATINI A Dante ed al Petrarca dava la palma della poesia il Pistoia in un sonetto sul valore dei poeti contemporanei: In rima taccia ognun, che ’1 pregio è dato; Dante e Petrarca è quel ch’ogn'altro affrena; e dello sdegno dell’Alighieri appaiono appunto animate molte delle sue poesie, comprese quelle contro il Ciampante e contro il Cosmico, che molto probabilmente non si possono a lui attribuire. Anzi, come nella Corte milanese veniva deriso e beffeggiato il Bramante per la sua ammirazione verso il grande Poeta, così nella Corte estense il Cosmico era preso di mira nei 23 sonetti maledici anche a cagione del culto che nutriva per l’Alighieri, per i suoi studî intorno agli antichi commenti della Comedia e per la spiegazione del poema che « pare. venisse facendo nella sua scuola ». Nei suoi componi- menti poetici si sorprende qua e là o «l'eco di espressioni dantesche » o «meschini tentativi di imitare l’insuperabile maestro » (1). Nelle invettive l'eco di Dante par che sia come un rinforzo obbligato. Un anonimo, preso di mira un detrattore di Ferrara e dei suoi cittadini (est. lat. 228, n. 37), lo investe con aspra acredine, resa anche più forte da reminiscenze e da interi versi tolti di peso dalla Comedia. Lo sciagurato vive, ma ben duvrebe andar di là dal varco e starse in Stigye sotto pover ciello senza esser mai d’ardente pene scarco; ne le tenebre eterne e caldo e giello ivi die’ star la tua persona avara de viti) molto più che non rivello. Egli è incapace di cantare le sue nequizie, per cui sente il bisogno di rivolgersi a Calliope con un fare tutto dell'Alighieri (Purg., I, 6-12): (1) Vedi Rossi, in Giorn. stor., 13, 139, 140, 0 di V.Cran, Una satira di N. L. C., Pisa, 1903, nella quale il C. rileva le imitazioni dantesché petrarchesche; efr. Giorn. stor., 42, 263. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 63 Surga Calliope cum quella gragia che fece Apollo nel pecto di love per cui già Marsia perse orgoglio e audacia... (sic). Sotto la sua guida potrà cacciarlo giù nell’inferno, chè le sue colpe non uguaglieranno mai con la loro gravità — per contrapposto — le virtù dei più celebri personaggi della storia (Purg., XX, 25-26; Inf., XXXI, 107 e passim): Non amò tanto povertà Fabricio, né tanto fideltà Regul Atyglio, né fu veloce l’altro che Asdruballe sopra il Metauro vinse e diègli morte | sì che ’1 fratel per duol voltò le spalle, come tu nato per maligna sorte le virtù spreci, el vitio hai superno, mentre che de pietà chiudi le porte. Caduto nelle mani di Cerbero, gli augura che possa morire straziato «a poco a poco » (Inf., XXV, 22-23), como el figliuol d’Althea che consumosse al consumar d’un stizzo in mezo il foco! Anche più contesto di reminiscenze dantesche è il capitolo che segue nel medesimo codice, forse dello stesso autore del capitolo contro un calunniatore delle donne di Ferrara. In- comincia: Iusto iudicio a lamentar mi move cum debito veder, ma non già quanto se converebbe al mal che ’n te se fove! Egli invece le loda accattando da Dante movenze e accenti che non spiacciono. * * Altre prove del culto dantesco e dell’influsso dal Poeta eser- citato fra gli scrittori estensi non sarebbe difficile raccogliere non solo nella produzione italiana, ma anche nella latina: 64 G. FATINI il solo Boiardo e col Canzoniere e con l’Innamorato ne offri- rebbe una copiosa messe (1), anche perchè col diffondersi dell'amore per la letteratura volgare si fa più intenso e più fecondo l’amore per il divino Alighieri. Ci fermeremo invece su di un oscuro rimatore, che fra tutti gli scrittori della Corte estense di questo periodo maggiormente sì distinse nella imi- tazione dantesca con un poema che nella forma e nel conte- nuto vorrebbe essere un epigono della Comedia. Il poema, che s'intitola Il libro del Salvatore, sì conserva ms. nel codice estense it. 353, noto agli studiosi d’arte per le nitide miniature di cui è adorno, che con la grazia dei colori e con la soavità dell’espressione spirano un’aura di maravigliosa verità e naturalezza: di queste forse la più suggestiva nella sua serena semplicità è una graziosa scenetta che rappresenta l’adorazione dei Magi. Un altro codice è nella comunale di Perugia con l’opera in due libri, ciascuno suddiviso in due partì (2); il ms. modenese invece comprende solo il primo libro che l’autore ha considerato indipendente dal secondo, perchè, avendo di mira la glorificazione di Borso, contenuta appunto nel primo, s’è curato d’inviare al Duca solo questo, apponendovi la parola finis e l’arma estense nell’ultimo foglio; anche da solo, contiene 73 capitoli, mentre con l’altro ne ha 135: un poema dunque, di gigantesche proporzioni, che forse nessuno ha letto mai per intero. Poche notizie si hanno intorno all'autore (3). Perugino di nascita, in un tempo in cui la sua città natale era dilaniata (1) Vedi pel Canzoniere E. FERNANDES, Le fonti del Canzoniere del B., in Archie. rom., VI. (2) Vedi Inventari dei mss. delle biblioteche d’Italia, sotto la direzione di G, MAzzaTINTI, V, pp. 229-30 (D. 47-48): i due volumi sono postil- lati, come è postillato l'estense. (3) Vedi VERMIGLIOLI, Biblioteca Perugina, pp. 239-42, e Memorie di Jacopo Antiquari, Perugia, 1813, pp. 9-12, 256-58; Dorro. Istoria della famiglia Trinci, p. 216, e FALOCI-FULIGNANI, in Giorn. stor., 2, 28-30; BATTAGLINI, Sulla corte di Sigismondo Malatesta Signore di Rimini, I, 93. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 65 da lotte intestine, messer Serafino Candido de’ Bontempi ramingò, esule, di terra in terra, prestando servizio ora a repub- bliche, ora a Principi. Nel 1433 fu presso i Trinci a Foligno, peri quali ebbe il titolo di cavaliere dall’imperatore Sigismondo, poi a Siena podestà della Repubblica, nel ’'53 a Rimini alla Corte di Sigismondo Malatesta, che gli affidò importanti amba- scerie. Alla morte del Malatesta, allettato forse dal gran nome di Borso, si trasferì alla Corte estense. Quivi rimase al servizio del Duca, che lo ebbe caro, come si può arguire dal fregio ini- ziale del poema, rappresentante Borso che con familiare degna- zione accetta in omaggio dal Poeta, inginocchiato ai suoi piedi, Il libro del Salvatore. Nel ’67 il suo nome compare in un docu- mento estense, come colui che « de' dare a dì XX de Zenaro «una cronica vechia », a lui prestata col consenso del Duca; nel ’69, forse per incarico dell’Estense, trovavasi ad Argenta, dove, a quanto pare, le occupazioni non gli impedivano di dedicarsi alla poesia. Nel 1470 e nel 1471 si fece dare in prestito il suo poema; poi partito dalla Corte di Ferrara, probabil- mente alla morte di Borso, continuò le sue peregrinazioni, lasciando pochissime tracce di sè (1). Durante il soggiorno di Argenta, il Bontempi pose fine al poema, dedicandolo a Borso con un prologo altisonante: « Co- «menca — scrive l’autore — el prologo de miser Candido dei «Bontempi de Perusia Cavaliero nel Libro intitolato del Salva- «tore... Destinato a l’'Inelito et Illustrissimo Principe Miser «Borso... per la Excellentia de le suoi degne et laudabili ‘ Virtù ». L'intento del libro, oltre che adulatorio, è didattico-morale, per cui Candido fin dal principio non si nasconde le difficoltà dell'argomento; le quali per la debolezza delle sue forze ren- dono ancor più temerario il tentativo; dalle stentate terzine (1) Vedi BERTONI, Guarino, pp. 128-29, e Archiv. rom., Il, 54: la dimora in Argenta è attestata dalla datazione del codice perugino, nella fine del libro: « Finis. Deo gratias, die ultimo octobris 1469 in «Argenta ». Giornale storico — Suppl. n° 235. n) 66 G. FATINI del Prologo si sente facilmente lo sforzo che egli sostiene per sobbarcarsì al peso di « cantare le cose alte et profonde » da lui vedute: Paventa el molle ingegno e quasi manca, e la memoria label se confonde, e la timida man già non se afranca a prendere lo stil: e non responde veruna sua vertute agli altri sense per recitar le cose alte e profonde ch’io già vidi et odij: ma sol mantense de soave dolceca el cor che accende de speranca el desio e le volglie intense. L'autore s’inebria del suo soggetto, ma rivolgendosi a sè stesso, non pense tu, dich’io, con quanta fede, con qual fatiche, con quanto fervore e con quanta arte, como ciò rechede, han dieto già molti altri? e qual favore hanno havuto dal ciel che non lo ho io, < indegno de tal don e pien' d'errore ? L'esempio di Dante, che già incomincia a prestargli i colon della sua tavolozza, lo spaventa, anche se non lo dice, forte- mente; solo la speranza di essere utile a qualche cosa lo sprona al lavoro: chè il cuore el pur me adasta, e non guarda al dir mio; e dico: el tuo idioma a più fia grato che più lo stil vulgar han in desio. Coi quali versi l’autore par che esprima implicitamente qualche dubbio sulla convenienza di usare il volgare; più tardi il Sannazzaro e il Vida, riprendendo l’identico tema, crederanno opportuno di affidare soggetti di epopea cristiana alla lingua latina, che rivestirà i grandi avvenimenti religiosi d’un solenne paludamento classico. Ma il Bontempi non era un artista: anche se conosceva bene il latino, non possedeva l’abilità di trattare magistralmente il verso di Virgilio. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 67 Del resto, scrivendo in volgare: il Bontempi offriva anche un dono più gradito a Borso, che, non potendo gustare, come Leonello, i tesori del classicismo, era disposto più benevolmente verso i rozzi traduttori e i pedestri poeti. E poi a chi avrebbe dovuto rivolgersi l’esule perugino col suo poema religioso ? Non agli umanisti, che, appreso dai classici il senso pagano dell’arte, avevano sostituito Giove a Dio, Minerva o Venere alla Vergine, le muse e le ninfe ai santi? Potevano costoro rivivere esteticamente la grande epopea cristiana in mezzo all'indifferenza religiosa che regnava nella loro anima? Il Bontempi perciò si rivolge solo al popolo, che dal suo poema avrebbe tratto vantaggio per la salute eterna. Attratto da questo scopo, egli vede a poco a poco spianarsi l’erto cam- mino; chè. l'’opra è sì degna che farà te degno de gratia e de favor tal che potrai condurre el tuo lavoro al bel desegno. E per « render forza a le vertù smarrite », invoca dantesca- mente la SS. Trinità, perchè dal suo lavoro «ogni lector ne «habbia profitto »: Eterna maiestade, in eui unite son tre persone in una sola essentia inseme tutte tre e non tripartite; o sola una individua omnipotentia, e sol un Dio manente in tre persone distinte e non tre dij eon differentia, con l’umel voce e devota attentione te supplico e domando desioso de divulgar tua gloria in mio sermone. All’invocazione della Vergine, con la quale si chiude il Prologo, segue l’Argumento di tutto il poema, racchiuso in un sonetto, nel codice opportunamente ben postillato (1), perchè assai oscuro. (1) L'autore ha la mania di riempire il poema di postille marginali e interlineari, le quali non sempre riescono ad aiutare l'intelligenza del testo: tanto è oscuro. 68 G. FATINI La prima parte del primo libro descrive come lo « spirto gentil » dell'autore, innalzato dallo Spirito Santo alla divinità incarnata, ottenesse per grazia di Dio che «se repetesse» cioè si parlasse di Gesù Cristo. La nascita e il battesimo sono descritti a lungo nella seconda parte, che termina col prono- stico « de la prosapia de la casa da Este ». Il secondo libro tratta della vita di Gesù dal battesimo fino alla crocifissione e alla morte. Così il Bontempi tutta la vita del Salvatore narra nel lunghissimo poema, copiosamente attingendo al vecchio e al nuovo Testamento, ai libri sacri e alle leggende cristiane: fonti comuni ai poemi del Sannazzaro e del Vida, ma qual abisso di differenza nella trattazione! Nel poema estense, per l'as- senza quasi assoluta della mitologia, non si sente quella disar- monia artistica prodotta dalla fusione mal riuscita deil'ele- mento classico col cristiano, che qualche volta, specialmente nel De partu Virginis, diventa sovrapposizione. Ma, mentre il Sannazzaro, guidato dal senso del bello, riesce spesso ad illu- minare d’un raggio di poesia la cristiana epopea, il Bontempi invece si mostra incapace d’infondere un alito di vita artistica a tutto quell'ammasso di notizie sacre, affastellate senz’ordine, senza misura e senza il minimo pensiero all’unità d’arte. Un solo filo e sottilissimo tiene unite tutte le sparse membra della sconnessa narrazione: quello della trama dantesca, entro la quale il Bontempi ha racchiuso il suo poema. L'autore, fingendo di trovarsi dopo tante peregrinazioni nei dintorni di Gerusalemme, s'imbatte nei Re Magi, che vanno in cerca del nato Bambino; unitosi col loro seguito, a Betlemme rimane d'un tratto solo; lo accoglie però con grande cortesia san Giuseppe, che, per desiderio del Poeta, prende a narrare la storia biblica antecedente alla nascita di Gesù. Serafino spesso interrompe la narrazione monotona e pesante, proponendo dubbi, domandando spiegazioni; di quando in quando, mentre il Santo sì riposa per raccogliere le idee, si lascia andare a lunghe e sconnesse digressioni; un inno a Dio e alla Vergine chiude questa prima parte. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 69 Nella seconda parte assistiamo alla fuga della Sacra Famiglia in Egitto, al ritorno a Gerusalemme, alla vita di Cristo fino al suo battesimo. Il viaggio vorrebbe essere dantesco, risen- tendo della Comedia ora direttamente ora per il tramite degli imitatori dell'ultimo Trecento, specialmente di Fazio: il Re Mago dapprima, san Giuseppe poi fanno le veci di Virgilio e Beatrice, che guidano l’inesperto giovane nel laberinto della teologia, distruggendo i suoi dubbi, stimolando la sua brama di sapere, ecc., tutto in una forma così goffa che qualche volta sembra la caricatura del poema dantesco. Dall’Alighieri il Bontempi prende non solo la cornice, ma il procedimento della narrazione, l’amore delle digressioni e intieri versi o frasi. Il povero rimatore, incapace di trattare artisticamente la materia altrui, inetto a trasformare l’ispirazione del sacro poema in un elemento d’arte nuovo e originale, accumula in un’ingom- brante erudizione gli argomenti, ricalca a passo a passo le orme di Dante e mette insieme un numero spaventoso di pagine di prosa versificata. Incomincia il poema con la descrizione del suo smarrimento lungi dalla patria: Mentre era ne l’etade a ciascun grata a cui gravi pensier non son congionti, che de ocio e vanitade è più gravata, partito dal mio albergo, che nei monti quasi alpestre è fondato, che ive appresso hanno il Tever in parte, che disgionti tien la valle umbria e el bel toscano ingresso, la cui grifagnia ensegna Marte move, onde el sangue civil el bagna spesso! Vago de odir e veder cose nove, per diverse contrade transcorrendo, me retrovai in quel paese, dove el pondo del suo cerchio (com'io intendo) la terra fige; et alieno e solo tra gente extrane quive ignoto essendo, 70 G. FATINI ecco improviso un dì venne gran stolo de barbara nation e fe’ reposo quivi in gli alberghi più d’un gran pescuolo. Prese così a suo modo le mosse dal primo canto dell'Inferno, come Dante in Virgilio, così Candido trova la sua guida in uno dei Magi, al quale, per paura di riuscire importuno, si perita di far troppe domande. Ma il Re lo rinfranca (Libro I, par. 1°, cap. II) e Io te ho già dicto del piacer ch’io sento de ragionar con teco de tal cose, — respose e disse —: dì senca spavento. Così Serafino intrattiene a lungo con le sue interrogazioni il cortese Monarca, perchè possa restarne « sazio et empio +7, finchè anche il Mago, come Virgilio, mostra il desiderio di tacere, non perchè « la via lunge ne souspinge », ma perchè la sua mente è occupata da altri pensieri (cap. II). Poco dopo, all’improvviso, la guida scompare: dallo spavento di questa nuova solitudine Serafino è liberato da san Giuseppe, la cui parola riesce a lui così gradita che (cap. V) a o è . ancor me abonda maravelglia e dolceca inseme tale che tempo non fia mai che le confonda. Singolare la figura del «buon vecchione » (così l’autore chiama san Giuseppe); viene talvolta il sospetto che il Bontempi abbia voluto ritrarlo con un certo spunto eroicomico, se non lo escludesse assolutamente il profondo sentimento religioso che anima tutto il lavoro. Ecco, per es., un passo d’una scenetta familiare, nella cui rozza ingenuità par di cogliere il suono delle canzoncine, che i bimbi cantano nella festa di Natale intorno al Presepio. Serafino visita il Bambinello (cap. Vi): N'andai a retrovarlo et a sedere quive un vechion trovai che gli era apresso e lui in un presepio era a giacere. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 71 E la madre Maria col vel suo stesso lo havea coperto e lei sola guardava che tra l’asen e el bove elgli era messo. Io non sapea que far, che me adastava da l’un lato el voler del favellare, da l’altro l’honestà pur me afrenava; ch’io vedea tal madonna quive stare sola con quel vechion gioven e bella con grave maiestà senga parlare. E quasi perso io havea già la favella, se non che pur incomengò el vechione a dir: que ven tu a far qui in sta casella? Spinto così dalla domanda del Santo, Serafino riprende la parte di uditore e moraleggiante interruttore, seguendo il maestro nell’inestricabile laberinto dei misteri religiosi, che lo riempiono d’indicibile dolcezza (cap. XLIII): O quanta fo la dolceza ch’io sentie in bei discorsi e quanto fo l’ardore che me infiammava el pecto!, mai le mie rime potran contarlo, né el sapore del dolce suco ch'io gustai nei degni misterii ed alti che ficti ho nel core. Su questi misteri si posa la mente del Poeta, desiderosa di conoscere tutta la grandezza di Dio e la meschinità nostra; perciò ad ogni nuova esposizione di san Giuseppe cresce in lui la brama di sapere. Quando par che il «bon vechion » sia stanco, vengono due Pastori a proseguire la narrazione, al termine della quale Serafino si sente trasumanare sotto lo sguardo di Maria, cui innalza un inno, ove l'accento dantesco si confonde con quello del Petrarca: Ave, del ciel Regina e de la terra, del padre tuo eterno sposa electa, serva non più, como il tuo dir deserra..... 72 G. FATINI Con questo inno si chiude la prima parte di questo misero libro, in cui l'armonia è sostituita da un’andatura monotona o da troncamenti arditi, la solenne semplicità della narrazione da un goffo artificio, l’eleganza della lingua da un miscuglio di parole arcaiche, dialettali e oscuri latinismi. Uguali difetti — è superfluo dirlo — si riscontrano in tutto ìl resto dell’opera, di cui non vale la pena di portare nuovi esempi. Solo ci fermeremo su di un episodio della 24 parte del 1° libro, perchè, ispirato direttamente dalla Comedia, riguarda la Casa d’Este (capp. XV-XVIII). Ritornato dall'Egitto con san Giuseppe, Serafino, mentre va rammemorando tra sè le « degne cose — già viste e odite », sì sente sulla spalla «la mano d’un’ombra », che risponde al nome di Ascanio, mandato a lui per volere divino: sissi constrecto so da quel doctore, (Dio) da chi se infonde nel dir tanta gratia de quanta facto par già possessore, venir a te nel cui dir se solacgia a darte a tanta impresa tal conforto che quella segue con ogni efficacia. E lo sprona nell’opera intrapresa cantando psi quel che con ale pennute, a bon tempo venendo a vol lo ingegno in alto leverà, e fien temute Rol opre e soi costumi assai nel regno donde partito sei, ma exaltato in altre parte el fie, como ben degno; de grado militar serà ornato tra adolescentia e gioventù, tanto elgli parrà agli extranii de virtù dotato. Ma la sua parola è insufficiente ad esaltare la grandezza di questo virgulto, che stenderà il suo dominio tra la Brenta e Po fuor di pantano, . I LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 73 Contaminando così goffamente vari passi danteschi, il Bon- tempi unisce la sua tromba epica, per innalzare ai cieli il divo Borso, a quella dei più famosi cortigiani estensi, che preconiz- zavano nel munifico Duca il futuro Re d’Italia, il restauratore della pace e della grandezza della Penisola. Così ci fa sfilare davanti tutti i Signori della Casa d’Este fin dalle loro origini leggendarie, presentandoli con colori presi da questo o da quel personaggio della Comedia, che spesso offre anche lo sfondo, più spesso l’intonazione, ora acre come nelle invettive politiche, ora dolce e solenne come nelle apo- teosìi, quasi sempre però, contro l’intenzione dell’autore, goffa e comica. Ecco Niccolò III, intento a dar « pace ai popol soi con bel ardire »; a lui succederà il gentil Leonello che . suo solatio trarrà più de li studj litterale, più de virtù che de altri gesti satio. Verrà infine Borso che sata con sua prudentia terrà el regno suo sì pacato che serà tranquillo e de suo imperio nissun harrà sdegno, amato fie e temuto; ..... Italia tutta già par de lui teme, e tutta el chiama; sì che tutta in pugno vedralla lui haver fin a l’extreme suoi parte et oltra più....... In lui, novello veltro o Arrigo VII, si troveranno raccolte le più eccelse virtù pubbliche e private, tra cui la magniticenza che ormai i Principi italiani hanno dimenticata. Serafino stu- Pisce dinanzi a tanto portento di liberalità, che diffonderà i suoi raggi RR fin dove se estingua inseme col latin el barbarismo. 14 G. FATINI E mentre Dante, dopo l’abbraccio patriottico di Virgilio e Sordello, prorompe nella famosa invettiva, egli invece esce in un inno alla Casa d’Este: O gloriosa gesta, o dolce ostello, o cognation beata in tanto lume, quanto te abduce el tuo raggio novello! O patria felice! qual presume più de te con suoi servi gloriarse de suo signor e suoi dolci costume ? Chi non invidierà simile miracolo di umanità e di grandezza! Questo non fie como tra gli altri un mostro, non crudel, non avaro, non tiranno, né raptor d’altrui campo, casa o chiostro. Intanto l’ombra di Ascanio, tutta in sè romita, « volentieri - «pareva ascoltar », finchè il Bontempi ripresa l’apoteosi di Borso, per farne risaltare ancor più i meriti, dà un rapido sguardo alla storia contemporanea, ricordando i Pontefici, i Principì maggiori e minori, i condottieri, ecc. Su tutti però torna a dominare la grandiosa figura di Borso, per la quale ogni parola si presenta inadeguata e indegna; perciò a questa insufficienza supplisca — conclude Ascanio “ rivolgendosi al poeta — la presentazione dell’opera allo stesso Duca. * * x Il poema di messer Candido, come gli scritti dei modesti verseggiatori ricordati in questo saggio, portano un umile contributo alla storia della letteratura del Quattrocento, ma dal culto dantesco, che, avanzando a poco a poco, finisce con l’imporsi ai Principi estensi e ai loro cortigiani, dalla imitazione della Comedia, sia pure pedestre, che abbiamo rilevata nell’uma- nistica Ferrara, e dall’infelice tentativo del Bontempi del darci dell’opera di Dante un tardo epigono, che è pure un’anti cipazione del poema latino religioso, procede, indubbiamente, LE “ RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 75 un fatto storico non privo d’importanza: come in Firenze, anche in Ferrara l’Alighieri, che aveva scritte amare parole contro gli Estensi, relegandoli fra i dannati, si fa strada in mezzo alla ostilità degli umanisti, soggiogandoli a poco a poco coll’impo- sizione della sua szienza e col fascino della sua poesia; dal tacito studio e poi dalle pubbliche letture scende gradatamente fra gli scrittori, che sempre più si giovano delle sue ispirazioni, specialmente quando vogliono cantare le lodi dei discendenti di Obizzo e Azzo VIII. Così lentamente si prepara il terreno, sul quale sorgerà chi, nel culto e nella imitazione di Dante, troverà per la sua educazione intellettuale un fecondo elemento d’originalità: Ludovico Ariosto. CAPITOLO III. 1. — LA LIRICA ITALIANA DELL’ARIOSTO Il volgare nella Casa Ariosti e l’educazione italiana e latina del gio- vane Ludovico. -— Tracce di produzione giovanile. Scarse e modeste, l’Ariosto lasciò cadere dalla penna le sue rime per indulgere alla moda petrarcheggiante del secolo, of- frendo un tenue omaggio alla bellezza femminile o seguendo la voce del cuore commosso e agitato dalla passione. Piccoli frammenti del suo mondo lirico, il Poeta non pensò mai di ripudiarle, ma avrebbe voluto vederle rifinite ed eleganti, come sì apprende dalla lettera che a Guidobaldo della Rovere, sma- nioso di leggerle, diresse Marco Pio (1) il 10 ottobre 1532. I critici, abbagliati dal Furioso, le hanno lasciate nell’ombra; alcuni le hanno analizzate per trovarvi il cuore del poeta inna- morato (Pirazzoli, Salza) (2), o per intesservi fantasiosi romanzi d'amore (De Gubernatis, Campanini) (3); altri ne ha studiata qualcuna illustrandola storicamente o ricercandone la fonte (1) Vedila in CataLaNnO, Vita, II, 324-25, e FATINI, Fortuna, 6; per il testo e la numerazione mi riferisco sempre alla mia edizione della Lirica di L. A., Bari, Laterza, 1924; per la numerazione delle Satire seguo l'ordine cronologico risultante dalla Vita del Catalano, mettendo tra parentesi o come secondo numero il numero dell’ordine nel testo del Tambara, del Fatini, ecc. (2) Intorno alle liriche di L. A., in Studi su L. A., Città di Castello, 1914; V. PirazzoLI, Gli amori dell'A. e il suo canzoniere, in Giorn. gtor., 4S. (3) A. DE GuberNnatis, L. Ariosto, Roma, 1906; N. CAMPANINI, L'A. innamorato, in Miscellanea letteraria per nozze Crocioni-Ruscel- loni, Reggio nell'Emilia, 1908. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO Ci ispiratrice o valutandone l’arte (1). Chi scrive queste pagine le prese in esame per sceverare le autentiche da quelle d’incerta e falsa attribuzione, delineandone con la storia dei manoscritti e delle edizioni la fortuna e accrescendone notevolmente, col sussidio di codici e di stampe antiche, il nucleo genuino. Ma che cosa valga artisticamente questa lirica e quali rap- porti la leghino al poema non è stato ancora messo nel dovuto rilievo. Vero è che questa indagine ne presuppone un’altra: quando furono composti questi componimenti? Si deve prestar fede a chi li giudica fattura giovanile o a chi li considera poste- riori o, tutt'al più, dello stesso periodo in cui il poema ebbe la prima stesura ? La risposta non è facile, perchè del modesto gruzzolo pervenutoci ben pochi sono i componimenti la cui datazione sia storicamente certa o accertabile. Anche se fosse vera l’ipotesi prospettata dal Catalano che la distribuzione delle poesie nella edizione coppina, se rispondesse alle ultime intenzioni dell’autore, lascerebbe sospettare che l’Ariosto « nel «dare assetto alle sue rime si ispirasse o avesse intenzione «di ispirarsi a criteri puramente artistici » (2), essa non aiu- terebbe a risolvere la questione della cronologia. Senza dubbio, non è il caso di scartare l’opinione che l’Ariosto abbia poetato in volgare pur nella sua gioventù, prima cioè che la sua fantasia fosse interamente occupata dai carezze- voli fantasmi del Furioso. So che con questa asserzione non mi trovo d'accordo con due valentissimi ariostisti, come il Bertoni e il Catalano, che movendo dal Carducci sostengono risolutamente che la giovinezza ariostea fu tutta o prevalen- temente latina (3). Ma forse il dissenso è più nelle parole che (1) Ricordo Fermi, Luzio, Manchisi, Barone, ecce., che saranno citati a loro luogo. (2) Tita, I, 416. (3) CataLANO, Vita, I, 126 sgg.; BerTONI, Furioso, p. 297; in un recentissimo articolo Introduzione allo stiulio dell’ «Orlando Furioso », che leggo in Scuola e Cultura (IX, 3-4) mentre correggo le bozze, vedo che il Bertoni chiarisce il suo pensiero dicendo che «la gioventù ‘studiosa » dell'A. « fu naturalmente » latina e volgare (pp. 261-62). 18 G. FATINI nella sostanza; anch'io mi guardo bene dal negare alla gioventù di Ludovico un’educazione profondamente latina, ma non riesco a convincermi che quest’educazione non sia stata, ad un tempo, anche italiana. La temperie intellettuale, nella quale la mente dell'Ariosto si aprì alla cultura e si educò all'amore del bello, abbiamo visto, era italiana e latina ad un tempo, cioe sintonava a quello spirito conciliativo tra le due correnti, ormai quasi intieramente confuse, di cui da un pezzo gli otìri- vano l'esempio i migliori ingegni ferraresi, primi fra tutti il Boiardo, e gli stessi congiunti. Nell’indagare gli elementi costitutivi dell’arte ariostea non è fuor di luogo tener conto anche degli influssi che egli riceve nella stessa famiglia; nella quale dopo quel Bonifacio, fra- tello della «bella Lippa » cui Niccolò da Casola dedicò il poema l’Attila, congiungendone il nome con quello del Mar- chese d'Este — simbolo augurale di quello che sarà poi l'arte di messer Ludovico all'ombra degli Estensi — si erano avuti nel secolo XV cultori del latino e del volgare ad un tempo, alieni dal vedere opposizione fra le due lingue e le due lette- rature. Così Malatesta Ariosti, il padre del gentile Pandolfo, insieme con elegie di stampo ovidiano compose un epitalamio latino riducendolo poi in terzine e una rappresentazione allegorica per le feste della venuta di Borso in Reggio nel 1453 in prosa romana, inserendovi in volgare versi e passi di prosa (1). Francesco Ariosti Peregrino, fratello di Malatesta, accanto al componimento scenico in versi, l’Iside, che il pubblico degli spettatori accolse favorevolmente nel 1444, e ad un curioso e interessante opuscolo sulle sorgenti d’olio minerale di Mon- tegibbio, dedicato a Borso nel 1460, l’uno e l’altro scritti in latino, ha lasciato poesie d'argomento amoroso ed encomiastico (1) Sui letterati congiunti di Ludovico vedi, oltre il Bertoni e il Catalano con la relativa bibliografia, il CARDUCCI nella citata Giorentù di L. A.; ma vedi pure G. B. PESENTI, L'Alda ed altre poesie male attribuite a Malatesta Ariosto, in Athenaeum, II, 4. LE “RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 79 in ambedue le lingue, un dialogo de la Divina Provvidenza tra Teofilo Calcagnini e Teofilo Castello, diretto al Duca nel 1466 in italiano (est. it. 118); un Sermone di la venerabile suora Idea sopra la cerimoniale solennità di la Purificatione di Maria (it. 118), di cui il testo latino è rivolto ai frati, quello italiano alle monache di santa Chiara; descrisse nell’uno e nell’altro idioma con gustosa vivacità il viaggio e i festeggiamenti fatti in Roma a Borso nel 1471, quando andò a ricevere il titolo ducale dal Pontefice; illustrò la cappella alla Vergine costruita nel 1476 per Eleonora presso il Palazzo Ducale, indugiandosi sulla narrazione dei miracoli ottenuti -da cittadini ferraresi, prima in latino (est. lat. 309), poi in volgare, perchè potesse leggerla anche la Duchessa, col titolo quest'ultima di Origine e sito del novo Sacello dedicato ad honore ecc.; compose una devota et adhortatoria protestatio a Sisto IV (1469) e dette in latino relazione di un viaggio fatto a Mantova da Eleonora nel 1480 (est. lat. 499) con una lettera in volgare al Duca, in cui fa men- zione d’un altro scritto, perduto, in italiano, sui « fruetuosissimi «e tanto laudandi sponsalicii tra li illustri divi Isabella preclara «e lo Illustrissimo miser Francesco Gonzaga ». Francesco Ariosti dall’ingegno versatile e dalla cultura varia e solida è la figura, forse, più interessante della casa Ariosti, che fu illustrata nel secolo XV anche dal frate dell'Ordine fran- cescano Alessandro, autore d’'opere teologiche e giuridiche, fra le quali un Poenitentiale Interrogatorium e il dialogo morale, dedicato a Borso, De Nacra Peregrinatione ad sanctam Kate- rinam montis Synai. Probabilmente il giovane Ludovico più che ad altri parenti guardò con particolare simpatia a Malatesta, a Francesco, a quel Giacomo (m. 1470) che i documenti dell'archivio estense rivelano avido lettore di opere cavalleresche, e al nonno materno Gabriele Malaguzzi Valeri, alunno delle Muse (1); ma fra gli stessi congiunti viventi negli anni della sua giovinezza non (1) Guasco, Storia letteraria di Reggio, p. 14. 80 G. FATINI mancava chi con l’esempio poteva essergli di sprone all’amore delle lettere, come un Battista, che nel 1487 si fece onore con un carme inaugurale (est. latino 681, cc. 59-62) dello Studio; il padre, che si mostrava buon lettore del Petrarca e di cui si compiaceva citare versi; l'omonimo zio arciprete, che dettava rime volgari, se fondata è l’ipotesi del Catalano che gli appar- tenga il noto epicedio per Eleonora (1), e il cugino Pandolfo, che di lui poco più anziano gli era affettuoso compagno e con- sigliere. Perciò è naturale che egli intonandosi all’ambiente familiare e cittadino sentisse presto la spinta a provarsi nelle lettere; ma con scarsi resultati e nella lingua italiana, se dobbiamo dedurlo dalla povertà della sua produzione, probabilmente perduta, e nella lingua latina, se è vero che alla venuta di Gregorio Spo- letino a Ferrara a mala pena era in grado di intendere Fedro. D'altra parte, per negare un’educazione anche italiana nella giovinezza dell’Ariosto, la mancanza di scritti non è sufficiente prova, quando esistano tracce sicure di un’attività nel campo del volgare. Preso dalla novità delle rappresentazioni drammatiche, che, mentre costituivano l'ansia e l'orgoglio d'Ercole, destavano l'entusiasmo della città, l’Ariosto tra il 1486 e il 1493, portato al fantastico mitologico e romanzesco, compose la favola Tisbe (2), — cui alludono Gabriele e Virginio — e « altre cose «simili — serive il Pigna — ch’erano della scena ». Se la Tisbe era in versi e in cinque atti, è ovvio pensare che il giovane avesse acquistata una certa familiarità col volgare, se non altro come lettore e attore di produzioni teatrali. Noi non siamo alieni dall’ammettere che il Duca, nell’opera svolta per dar vita al teatro ferrarese, si servisse dell’Ariosto non soltanto come at- (1) Autografi e pretesi autogr. ariosteschi (p. 35), estr. dall’Archir. roman., IN, e Vita, I, 165; vedi però FaTINI, Fortuna, 90,6 H. Hac- verte, L'Arioste et la Poésie chevaleresque à Ferrare au début du XVI sidele, Paris, 1927, pp. 80-81, 342. (2) CataLANO, Vita, I, 124, 125. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 81 tore, ma anche come traduttore; l’obiezione del Catalano che Ercole avesse «in corte altri poeti di fama già assodata, «cul affidare l’incarico » non è così risolutiva da escluderlo. L'esempio del giovane amico di Ludovico, Ercole Strozzi, che pur vivendo in un'atmosfera paterna tutta sorrisa di luce classica, ha composto, naturalmente in volgare, una commedia, «he venne rappresentata nel 1493, confortato dalle notizie della Tisbe e di altre consimili « favole », rende assai probabile che fra le versioni di commedie latine in «rima vulgariter » (1), date nel periodo 1490-94, debba trovar posto anche qualcuna «elle versioni ariostee, come quelle dell’Eunuco e dell’ Andria terenziane, di cui fa parola il Giraldi (2). Se Ercole si compia- ceva di avere per attori gli stessi traduttori, come capitò ad Autonio Tebaldeo, che agì nell’Anfitrione da lui voltato in ita- liano (3), perchè escludere che l’attore Ludovico non sia stato anche un traduttore? Si aggiunga infine che la dispersione delle traduzioni dell’Ariosto si spiegherebbe più facilmente se riportata alla giovinezza anzichè alla maturità, quando il nome del Poeta le avrebbe meglio tutelate. Con la produzione drammatica, sfortunatamente perduta, altra prova dell’attività poetica giovanile dell’Ariosto è data dalle « baie » del periodo studentesco « scritte... in volgare — commenta opportunamente ‘il Catalano (4) — sul tipo dei «sonetti del Pistoia o del Berni o di quelli anonimi contro « Nicolò Ariosto e il Cosmico », con le quali l’Ariosto — continua a dire lo stesso critico — avrebbe celebrato «gli allegri inci- «denti della vita studentesca e gli avvenimenti cittadini ». Purtroppo anche di queste « baie » è rimasto solo il ricordo del figlio Virginio, se è da escludersi l’ipotesi prospettata da me e da qualche altro che appartengano all’Ariosto i 23 Carmina (1) CataLANO, Vita, I, 119, 120, 123, 125. (2) In Tragedie, Venezia, 1583, I, p. 133; e il Pigna; v. CATALANO, Vita, I, 587. (3) Archiv. roman., IV, 395. (4) CATALANO, Vita, I, 98-100. Giornale storico — Suppl. n° 25. 6 82 G. FATINI maledica contro il Cosmico. La baldanza sbrigliatamente giovanile dell’accusatore, che ha tutta l’aria di uno scolaro, la ribellione, un po’ studentesca, contro quel saccentone di dantista quale appariva il Cosmico, la taccia ignobile (s0- netto VII) che lo appaia con un Trotti, come in un sonetto di Ludovico (XXXIX) e l’accusa (son. XVI) di aver cambiato nome, che si ripete in un passo della satira VII (VI, 61-66), certe espressioni che ricorrono in altre rime dell’Ariosto, la tendenza dell’autore a colorire le idee con aneddoti e favole ed altro ancora contribuiscono, in mezzo a tanta oscurità di attribuzione, a rendere meno improbabile la paternità del giovane Ludovico, che forse nella sua spensieratezza giovanile colse volentieri l’occasione di colpire il rimatore mantovano per sferzare un colpo anche contro il Trotti, che, nella irriducibile inimicizia tra le due famiglie, doveva o si credeva avere avuta parte nel feroce attacco poetico contro il padre. In tal casoi Carmina maledica sarebbero un saggio delle « baie » ariostee (1). Come altro saggio d’attività poetica non addurrò l’epicedio per Eleonora d’Aragona (1493), che il Catalano sostiene fattura . dell'omonimo zio del Poeta, per quanto in quella prima terzina Rime disposte a lamentarvi sempre, accompagnati il miserabil cuore in altro stil ch'in amorose tempre io senta meglio la voce d’un giovane abituato a cantar d'amore che non quella d'un vecchio sessantaduenne, e arciprete della Cattedrale ferrarese, del quale, se rimatore, qualche altra poesia sarebbe pervenuta a noi più facilmente che non quella d’un giovane diciannovenne, come il nipote. Se calligrafica mente l’epicedio appartiene allo zio, questi non potrebbe averlo ricopiato e corretto per tenerlo come ricordo dell’omaggio poe tico offerto dal nipote alla memoria della compianta Duchessa! (1) Perla questione v. FATINI, Fortuna, 94-101; un elemento in favore potrebbe essere la identificazione di ser Nicoletto della sat. VII, 43 nel Cosmico, proposta dal Bertani in Giorn. stor. 102, pp. 25-26. LB “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 83 Lasciamo, ripeto, questa poesia fra i componimenti dubbi; ma c’è la testimonianza dello stesso Ludovico, con la duplice dichiarazione che nel 1493-94 il nutrimento ricevuto fino a quell’epoca dallo studio del latino era scarso e poco proficuo (sat. VII [VI, 163 sgg.]) e che qualche tempo dopo era in grado di poetare nelle due lingue (V-I[V], 115-129): Già mi fàr dolci inviti a empir le carte li luoghi ameni, di che il nostro Reggio, il natio nido mio, n’ha la sua parte....... Cercando or questo et or quel loco opaco, quivi in più d’una lingua e in più d’un stile rivi traea sin dal gorgoneo laco. Quest’ultimi versi, che ci riportano ad un periodo anteriore alla morte del padre (1500) e posteriore all'inizio della scuola dello Spoletino (1493-94), acquistano un peso affermativo anche maggiore se ravvicinati alle dichiarazioni di quei critici del Cinquecento che parlano in coro di rime giovanili dell’Ariosto: Marco Pio, che il 10 ottobre 1532 si giustificava col Della Rovere per le difficoltà che aveva incontrate nel raccogliere poche rime, perchè l'autore se ne vergognava essendo «cose «già più tempo composte... né poi più mai riviste »; il Pigna, che nel 1554 asseriva non essere state le poesie italiane pub- blicate dall’Ariosto « per esservi dentro molte cose ch'egli fece «ne suoi primi anni », aggiungendo che prima di dedicarsi al Furioso egli aveva tradotti romanzi francesi e spagnoli (1); ll Giolito, che nell’edizione del 1557 le giudicò « piacevoli e «giovanili »; il Sansovino, che nello stesso titolo della rac- colta da lui curata (1567)le disse «scritte nella gioventù »; il Garofalo, che affermò non solo avere Ludovico composto «un libro di rime volgari nella sua gioventù », ma anche essersi guadagnato un certo nome prima del suo ingresso nella Corte di Ippolito « per molti suoi versi latini ed alcune rime amorose ». - e (1) CataLANO, Vita. I, 271 n.; per Vatfermazione del Pigna vedi anche SaLza, Studi, pp. 28-29. 84 G. FATINI Si aggiunga il frammento dell’Obizzeide, che penso anteriore anch'esso alla morte di Niccolò; e il tentativo fatto dal Bembo per dissuadere l’amico dal perseguire la via del volgare — dedi- candosi intieramente al latino, ove, a suo modo di vedere, sarebbe riuscito meglio, — tentativo che implicitamente esclude l’opi- nione del Catalano (1) che l’Ariosto si sia convertito all'italiano verso il 1505 per l’influsso delle teorie bembine, mentre pre- suppone un’attività nel campo volgare pari almeno a quella nel latino e tale del cui valore era consapevole lo stesso Ludo- vico, se rispose che egli preferiva essere primo tra i poeti ita- liani che secondo tra i latini. Da tutti questi elementi (i due passi delle Satire, l’Obizzeide, le notizie della Tisbe e delle « baie »; le affermazioni dei vecchi editori e biografi, il tentativo del Bembo) riuniti e vagliati singolarmente e in rapporto fra loro, deriva la necessità di concludere che l’educazione giovanile dell’ Ariosto non fu nè intieramente nè prevalentemente latina, ma procedè di pari passo nelle due lingue, in un primo periodo parrebbe con più rapidi frutti nel volgare, in un secondo, dopo le lezioni di Gregorio Spoletino, con una più intensa e feconda applicazione umanistica. Che non importa rinnegamento del passato nè abbandono della poesia italiana, perchè lo Spoletino, per quanto col fascino dell’arte classica dominasse e rinnovasse la fantasia dei suoi scolari (2), innamorandoli del bello antico, non poteva distruggere in un giovane ventenne quegli spiriti che l’ambiente cittadino e familiare aveva già mossi e sviluppati. Del resto, lo stesso Carducci, in uno scritto che ha veduto or ora la luce (3), frammento d'una biografia ariostea lasciata interrotta, moditica, basandosi su nuovi elementi, le sue vecchie conclusioni. L' Ariosto «in principio — serive — fu, come il (1) CaraLano, Autografi, p. 35, e Vita, I. 128. (2) G. B. PicottI, La giortnezza di Leone X, Milano, Hoepli, 1927, p. 22. (3) Primi svaghi e studi dell'A., in Nuova Antologia del 1° gen- naio 1933, p. 12. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 85 « Boiardo, lirico latino e volgare ». Nè poteva essere altrimenti: così portava l’atmosfera culturale della Corte e della città, la quale atmosfera, nel suo orientamento risolutamente rivolto nell'ultimo ventennio del secolo verso l'italiano, era temperata dall’influsso dell’alta cultura umanistica e universitaria e dalla forza della tradizione, per cui la riputazione letteraria sì cre- deva raggiungibile più facilmente poetando in latino che in volgare. Così le forme e gli spiriti latini si confondono, ini- ziando un’intima fusione, con le forme e gli spiriti che vengono dalla nostra letteratura e dalla realtà: e l’Ariosto canta i suoi amori e le sue aspirazioni in ambedue le lingue. Il tempo e la trascuratezza dell’autore hanno disperso quasi tutta la produzione italiana giovanile, che il fulgore del Furioso aveva relegata nella dimenticanza, la quale spesso vuol dire dispersione; mentre il caso o l’affetto per quei carmi latini, che non furono condannati all’oscurità da altri venuti più tardi ma non più luminosi, ne hanno favorito la conser- vazione. Ma gli unie gli altri rappresentano, nella loro unità spirituale, il primo passo dell’arte ariostea: la perfezione del Furioso, non dico la perfezione puramente formale, s'intenderà meglio quando si ammetta un lungo noviziato nelle due lingue e nelle due letterature, dal cui solo connubio l’artista moderno può sperare di avvicinarsi alla grandezza degli antichi scrittori. - + + Né volgar prosa né rima ha paragon con prose antique e versi, dichiarerà più tardi lo stesso Ariosto nel prologo della Cas- saria; ma l’esperienza lo consiglierà anche a soggiungere che gl’ingegui non son però diversi da quel che fùr; ch'ancor per quello artista fansi, per cui nel tempo indietro féèrsi. 86 G. FATINI * * * Nel gruppo delle liriche rimaste è possibile rintracciare quelle giovanili? Dai 57 componimenti conservatici nei due codici ferraresi 64 e 365 e dai 62 (astrazion fatta dai fram- menti in ottave, che sono o dovevano essere piuttosto fram- menti del poema) della edizione coppina il gruppo aumentò con la moderna edizione del Polidori a 84 e con la mia laterziana a 140; ma questo nucleo va ridotto di quei componimenti spuri che vi si sono inseriti per arbitraria attribuzione, e di quelli che non presentano elementi di sicura autenticità; sicchè dai 61 del Coppa (anche questo editore dette ospitalità ad una canzone che è sicuramente del Trissino) si passa a 84 dell'edizione laterziana, 39 essendo dubbi e 14 falsamente attribuiti. Non è il caso di prendere in esame neppure i dubbi, fra i quali accanto ai 23 sonetti contro il Cosmico non esito a porre, oggi, il ricordato ternario in morte di Eleonora d’Ara- gona. Dei rimanenti 86 il Polidori (1) giudica giovanile il ma- drigale XI, il Carducci l’egloga II, il Salza (2) i capitoli XXIII, XXVI, XXVII, ai quali io non sarei alieno dall’aggiungere 1 capp. XVIII-XXII, XXIV-XXV, che hanno tutti i carat- teri di esercitazioni poetiche d’un giovane indulgente alla moda petrarchesca. Però anche di questi componimenti manca ogni elemento cronologico che possa avvalorare l’opinione che siano giovanili. Per conseguenza, nella impossibilità di una guida cronologica, per studiare e valutare la lirica italiana ariostea, occorre battere altra via affidandosi all’argomento. Gli 86 componimenti, la cui autenticità non è infirmata da nessun serio elemento, si possono suddividere in due gruppi: amoroso, il più cospicuo, ed encomiastico e storico, che com- prende due canzoni, otto sonetti, due capitoli e due egloghe. (1) Opere minori in verso e în prosa di L. A. ordinate e annotate da F. L. PoLIporI, Firenze, Le Monnier, 1857. pp. 314, 444. (2) Studi, pp. 39-41. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 87 2. — POESIA STORICA ED ENCOMIASTICA Per gli Estensi. -— Per i Medici. — Sonetti encomiastici varî. — Contro Alfonso Trotti. — In morte di Pandolto Ariosti. Abituati a leggere nel Furioso tanti elogi, non sempre meri- tati, ma elargiti con eccessiva generosità non solo ai Prin- cipi e ai personaggi più in vista del tempo, sì bene pure ad una folla di oscurissime figure, ci sorprende di non trovare nella lirica italiana di Ludovico echi di avvenimenti o ricordi di persone che ai loro giorni si ebbero larga messe di rime» L’Ariosto lirico non è così facile alla lode o al complimento come l’Ariosto cavalleresco: se nei carmi latini l’eco della storia talvolta s’insinua nel canto della giovinezza sorrisa o turbata dall'amore e l'elogio agli Estensi, agli Aragonesi, al Gonzaga, agli amici assume spesso il carattere epigrafico 0 epigrammatico, la lirica italiana egli preferisce serbare allo sfogo, spontaneo o meno, del suo cuore innamorato, tenendolo quasi sempre chiuso alle impressioni della realtà storica, per le quali invece, come sorgente inesauribile d’arte e di bellezza, egli apre signorilmente le stanze del poema. Per gli Estensi. Agli Estensi, che hanno un posto d'onore nel poema, il gio- vane cortigiano di Ercole I e d’Ippolito dedicò alcuni carmi latini, come quei due (I, V) che forse rappresentano frammenti dell’orazione inaugurale dello Studio da lui detta nel 1495 e nei quali non poteva mancare, come tema obbligato, l’esal- tazione di Ercole quale restauratore della pace e protettore delle arti, l’epitalamio (LIII) per Alfonso e Lucrezia, novelli sposi (1502), cantati con tanto entusiasmo da un nugolo di poeti, tre epigrammi sul nome Este (LVI) e su Ippolito guer- 88 G. FATINI riero ed ecclesiastico (LVII e LXIV). In italiano non abbiamo che un frammento in terzine (cap.II), un’egloga (I) e indiret- tamente il son. XXXVI. Sorge il dubbio che anche questo sonetto sia nato per com- piacere gli Estensi, e particolarmente il cardinale Ippolito, forse durante l’incoronazione di Giulio II, alla quale pare abbia assistito, fra i cortigiani che accompagnarono il Cardinale a Roma per il conclave (novembre 1503), l Ariosto, che da pochi giorni era entrato a far parte della sua corte (1). ‘Quell’elogio a freddo non fu il solo che Giulio II ebbe nella circostanza della sua elezione, ma al pari degli altri manca di sincerità nella nullaggine dell’adulazione, che si estende anche ai parenti del nuovo Pontefice: quel lento incedere pe- trarchesco vorrebbe essere solenne, ma in realtà è tronfio © stentato. ì L'Ariosto dimenticò presto questo peccatuzzo poetico (il primo verso sì risente forse casualmente, nel Furioso, XLI, 2: «L'’arbor ch’al tempo rio foglia non perde »), per giudicare severamente il Papa nella sua dura lotta contro gli Estensi (Furioso, XIV, 4; XXXIII, 38-41). Di questa durezza seppe qualche cosa anche lui, che più d'una volta corse a Roma per difendere Ippolito e Alfonso e rischiò di subire i tristi effetti dell’incontenibile ira papale. In quel passo della satira 1 (11, 151-3) che rievoca «la grande ira di Secondo » e più nella lettera al principe Lodovico Gonzaga, scritta da Firenze il 1° ottobre 1512, dopo l'avventurosa fuga di Alfonso e sua, tra i ricordi virgiliani che rompono il periodo come lunghi sospiri di liberazione, c'è un accento lirico, che conserva ancora il tremito della paura. «... De’ nostri periculi non posso ancora parlare: animu «meminisse horret, Inctuque refugit... Quis iam locus, quae regio «in terris nostri non plena laboris? Da parte mia non è quietà (1) Caragano, Vite, I, 310; su questa poesiola vedi FattINI, Fo tuna, 125-26, LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 89 « ancora la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da le- « vrieri, da’ quali Domine ne scampi. Ho passata la notte in « una casetta da soccorso, vicin di Firenze, col nobile masche- «rato, l'orecchio all'erta e il cuore in soprassalto ». Questa è lirica (1), anche se mancano i versi e le strofe. Più strettamente legati agli Estensi sono il frammento del- l’Obizzeide (cap. II), di cui mi occupo, più innanzi, nello studio su la genesi del Furioso, e l'egloga I. L'avvenimento storico, che ha dato motivo all’egloga — la congiura di don Giulio e don Ferrante d’Este contro i fra- telli duca Alfonso e card. Ippolito — scoperta nel maggio 1506, è nota nei più minuti particolari (2), e l’egloga è stata ampia- mente illustrata dal lato storico, dando luogo a discordi apprez- zamenti morali sull'autore, che dai più s'è guadagnata la taccia di bassa cortigianeria (3) e da qualcuno una calorosa difesa, come genuino interprete deì sentimenti di terrore e insieme di esultanza provati dal popolo ferrarese alla notizia che la trama era stata sventata. Senza entrare in tanti particolari io credo che la questione Sì possa risolvere inserendo nel quadro dello spirito pubblico commosso ed eccitato la particolare condizione dell’Ariosto, addetto alla Corte del Cardinale e perciò più di altri indiret- (1) Vedi la lettera nelle mie Opere minori di L. A., Firenze, Sansoni, 1915, pp. 29-31. Per le ambascerie dell'A. a Giulio II vedi CATALANO, Vita, I, 310 sgg. (2) Se ne sono occupati N. FERMI, in Ateneo Veneto, XXV (1902), pp. 290-327; A. Luzio, in Atti e Memorie della R. Accademia Virgi- liana di Mantova, N. S., V, p. 1 (1912), lo scrivente in Opere minori, pp. 313 sgg., e R. BaccueLLi, La congiura di Don Giulio d’ Este, Mi- lano, Treves, 1931, ove difende calorosamente VA. dalla taceia di vile adulazione: a questa difesa, ino massima, acconsento anch'io, modificando il gindizio espresso nelle Opere minori, pp. 313-14. (3) GARDNER, op. cil., p. 49; BERTONI, Furioso, p. 42; FERMI, op. cit.; il Panizzi (The life of Ariosto, London, 1834) dalla volgare adu- lazione, dal silenzio su Ippolito e dalle ignobili ingiurie contro Giulio d’Este è indotto a negarne Vantenticità; su la quale però vedi FATINI, Fortuna, 110. 90 G. FATINI tamente interessato al fallimento di quella congiura, di cui sarebbe stato, come tutti i cortigiani, una vittima. Non è il caso di dare eccessivo peso, nella valutazione morale dello scritto, alla diversità dei tempi, perchè anche oggi, se, alla notizia di consimili trame felicemente sventate, la commozione della folla esprimesse dal suo seno il cantore che interpretasse il senso di sgomento e di sollievo insieme provati pel pericolo corso dalle vittime designate e con esse dalla tranquillità della stessa nazione, nessuno, solo per questo, avrebbe diritto di tacciarlo di vile adulazione. L’Ariosto ‘era un fedele suddito di Alfonso, legittimo sovrano del ducato, che assicurava al popolo ordine e pace; non solo, ma viveva nella Corte di Ippo- lito, che la vittoria dei congiurati avrebbe certamente messa in tragico scompiglio e forse anche insanguinata. Perciò egli palesò nel lungo ternario il senso di ribrezzo e di disprezzo che tutte le persone d’ordine sentirono vivamente e in particolare modo lui come familiare d’Ippolito; e nella frenetica esultanza dei cittadini di ogni ceto, che per quattro giorni, abbandonata ogni occupazione per le vie e per le piazze, in chiesa e davanti al Castello, manifestarono clamorosamente la loro gioia (1) per la salvezza di Alfonso e dello Stato, egli gettò giù l’egloga, forse con la segreta intenzione di farla rappresentare. Non è difficile che dallo stesso Cardinale o dalla Corte di Alfonso, Ludovico, al pari degli altri cortigiani, apprendesse, giorno per giorno, i particolari della preparazione che il Duca e il Cardi- nale avevano interesse a diffondere, magari esagerando, perché il popolo si rendesse conto della gravità della congiura, si orientasse con più viva simpatia verso di loro e si disponesse ad accogliere favorevolmente i gravissimi provvedimenti che ne sarebbero seguiti. Questo spiega la piena conformità tra gli atti del processo, che pur non erano pubblici, e le impressioni e le notizie che si sorprendono sotto il velame del simbolismo pastorale dell'egloga. Per spiegare questa conformità non è ne- (1) BaccHeLLi, op. cit., IT, pp. 238-39. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 91 cessario ricorrere all’ipotesi che il Cardinale desse incarico al suo cortigiano d’illuminare il pubblico con la suggestiva luce della poesia; egli si guardò bene dal cadere in questa debolezza, che avrebbe potuto comprometterlo davanti all’opinione pub- blica, che conosceva i precedenti dell’odio di don Giulio contro il fratello; politico finissimo, si tenne nell’ombra e, come fece scomparire dalle carte processuali ogni allusione che lo chia- masse in causa, anche quando avrebbe ridondato a suo onore — ad es, nel caso del merito della scoperta tutto suo (vedi Furioso, XLVI, 95) —, così si adoperò con tutti i mezzi perchè l’attenzione del pubblico convergesse tutta su Alfonso e in parte su Lucrezia. Ma, ammesso pure che l’Ariosto non abbia avuto l’incarico di scrivere l’egloga — si obietta da alcuni —, egli però seri- vendola commise l’inescusabile debolezza di aver falsato, esa- gerando o tacendo, la verità. Anche qui sì perde di vista la realtà, perchè il Poeta si è ispirato a quello che a lui resultava, conprese le voci indegne sorte e diffuse in quei giorni su cia- scuno dei congiurati, e che aveva stretta relazione con le loro intenzioni; così ha taciuto i precedenti dell’odio di Giulio per non parlare di Ippolito (1), e per non assumere la parte di difensore che va in cerca di attenuanti in favore dei due fra- telli cospiratori: parte sconveniente e inopportuna per chiunque avesse scritto solo col tine di dare sfogo ai sentimenti di orrore e di sgomento provati, ma particolarmente per lui, che tra Giulio e Ippolito non aveva modo di scegliere, in una terribile circostanza in cui la scelta o l’esitazione poteva apparire una implicita complicità o almeno un atto di simpatia per l'anarchia paventata. (1) Questo silenzio, che pare strano a qualcuno, ha fatto credere all’Hauvette che il componimento sia stato composto per la Corte ducale in un tempo in cui il Poeta nutrì la speranza di poter lasciare l’ingrato e faticoso servizio di Ippolito per quello più riposato di Alfonso (Votes sur lu jeunesse de VA., in Etudes italiennes, LV (1912), pp. 23-25, estratto); v. pure CATALANO, Vita, I, 242. 92 G. FATINI E allora perchè tacque? Come — dicono gli accusatori — ha taciuto per bassa cortigianeria ogni allusione al Cardinale. così avrebbe dovute tacere tutto, cioè non scrivere. Non con- fondiamo la bassa cortigianeria con quel senso di doveroso servire che lungi dall’imporre di esaltare i delitti dei Signori. se mai, consiglia di tacerli e di nasconderli; ora l’Ariosto si guarda dal cadere nell’eccesso dei veri adulatori, che, tacendo i delitti, inventano virtù inesistenti; e scrive esprimendo quello che il cuore d’un fedele suddito gli detta. Non dunque per il fine di ingraziarsi Alfonso ed Ippolito, mai per il bisogno di unirsi a quanti, tremando al pensiero del peri- colo corso dai Duchi, — ed era tutto un popolo — non potevane ammettere nessuna indulgenza per sì grave « peccato, che — dice Bonaventura Pistofilo (1) — non potea succedere senza «la morte e rovina di molti altri »;} ciò è tanto vero che. assicurati i colpevoli alla giustizia (mancava solo il prete gua- secone, che fu tradotto a Ferrara ai primi di gennaio 1507) e prima che venissero eseguite le condanne (12 settembre), l'Ariostu rinunziò non solo a rappresentare l’egloga, ma anche a dif- fonderla con la stampa; e quando nel poema si trovò a fare una rapida rievocazione della congiura, dette libero corso a quel sentimento di umana pietà che, inopportuno nel momento della scoperta, era naturalissimo quando la giustizia aveva fatto il suo corso. Certo questo fine politico non giova all’arte; ma non impedisce all'autore di dare un’egloga, che, per quanto mal giudicata per riflesso di considerazioni morali, non è inferiore artisticamente a tante altre del suo tempo, comprese quelle del Boiardo. L'egloga era un componimento pastorale di moda anche è Ferrara, dove, fiorita in latino e in volgare fino dai tempi di Leonello, incontrò speciale favore sotto Ercole per impulso del fervido risveglio del teatro, che la faceva gradire su le scene non meno dei tentativi drammatici. Nata in un’atmo- (1) Riferito dal Luzio in op. cit.. p. 20 n. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 93 sfera fittizia per commentare con simbolismo pastorale avve- nimenti pubblici, essa nella finzione allegorica già perdeva quella forza di calore poetico che poteva sprigionarsi dal fatto storico: un genere dunque falso e, di conseguenza, freddo. A tale carattere l’Ariosto non poteva sottrarsi, come non se n'era sottratto il Boiardo; perciò l’egloga ariostea ha un valore artistico piuttosto mediocre, sia perchè i personaggi non assu- mono una propria personalità fantastica, sia perchè l’elemento narrativo si muove, quasi sempre, con un'andatura pedestre e scolorita. Una certa vivezza non manca nella descrizione introduttiva, pur nell’enfasi delle domande, abituali all’inizio di tali com- ponimenti: Dove vai, Melibeo, dove sì ratto, or che da’ paschi erbosi alle fresche onde col gregge anelo ogni pastor s’è tratto;. or che non pur crolar vedi una fronde, or che ’1 verde ramarro all'ombra molle de la spinosa sepe si nasconde ? Non odi che risuona il piano e il colle del canto de la stridnla cicada ? non senti che la terra e l'aria bolle? A questa viva descrizione d’un afoso meriggio, ritratta con una pennellata petrarchesca (Canzon., XXIV, 9) e virgiliana (Bucol., II, 13, Georgiche, III, 328), fa riscontro un’ottava del Furioso, che nella edizione del 1516 e però nella lezione più vicina alla composizione dell’egloga suonava così (VII, 20): Il Sol percuote in la sponda del colle e del calor che si reflette adietro, in modo l’aria e l’arena ne bolle, che saria troppo a far liquido il vetro. Stassi cheto ogni augello all'ombra molle; sol la cicada col noioso metro fra i densi rami del fronzuto stelo e valli e monti assorda e il mare e il cielo. 94 G. FATINI Segue nella consueta forma la risposta del pastore, che spie- gando il motivo della sua fretta, quello della confisca dei beni di don Ferrante — il che limita la data della composizione ai primi di agosto 1506 o poco dopo — allude alla congiura, toc- candone con accenti di paurosa commozione, che riescono ad imprimere un certo movimento lirico alle pedestri terzine: Così, s'al pensier l’opra succedea, Fereo non a lui solo e mandre e ville, ma, quel ch’è più, la vita tor volea. E cadean con Alfenio più di mille, e davamo ancor noì forse in le reti, se Fereo le tendea ben come ordille. Stimolata nel compagno la curiosità di conoscere a pieno la trama, Melibeo s’indugia sul ritratto di Iola, lo sciagurato Giulio: un ritratto odioso, suggerito dalla paura che egli, rifugiatosi presso la sorella Marchesana di Mantova, rimanesse impunito. Il disprezzo per l’uomo, che dopo la delazione di don Ferrante (Fereo) appariva come l’istigatore del delitto, Sì riverbera nell’asprezza dei versi, che paiono colpi di ascia anziché tratti di penna: 3: all mal di volpe nascer non viddi pantera né leo. Egli ha cui simigliar de le sue colpe che la malignità paterna ha inclusa ne l’anima, ne l’ossa e ne le polpe. Quest’ultimo verso, martellante con voluta lentezza su la pessima indole di don Giulio, collegata con l’ignobile nascita che la voce popolare aveva messa in giro, rivela l’ansia che il Gonzaga e Isabella s'inducessero a consegnare il congiunto (il che avvenne il 9 settembre) come indegno della loro prote zione, anche per la bassezza dei natali, che doveva allonta- narlo dal loro cuore. Prosaici sono i ritratti degli altri congiurati, che all’Ariosto suggeriscono solo parole odiose, in alcune delle quali si avverte LE “ RIME, DI LUDUVICO ARIOSTO 95 il disprezzo per la stupidità del loro comportamento incerto e puerile e in altre il livore della paura sprizza con una certa energia, come nel ritratto di quel prete indegno, buffone, cantore e mezzano, che partecipò alla trama solo con la voluttà e la leggerezza dell’incosciente, che nel delitto vede la possi- bilità di dare sfogo ad un’indole intrigante e corrotta: Spero veder la sua putida carne pascer i lupi, e l’importuni augelli gracchiarli intorno, e scherno e stracio farne. Quest’accento di crudo compiacimento fa presentire il be- stiale strazio, che subirà lo sciagurato prima di morire strozzato nella gabbia, in cui fu rinchiuso al suo arrivo da Roma, dove era riuscito a riparare: « Il giorno de la Epiphania — scrive a Isabella Bernardino de’ Prosperi (1) — per tempo il sagu- «rato de Iam se trovoe in gabia cum uno grixo bianco in dosso «non cinto, dove è toco da la borra senza alcuno obstaculo, «da g'è porto, ma se crede che a tanta fredura non ge durerà «molto... ». Infatti fu trovato morto il 13 gennaio e « fu trasci- «nato nudo, legato con li piedi ad una corda da carretta, e «impiccato per li piedi di là del Po... ». Più rapida e vivace la descrizione della scoperta, ravvivata dall’immagine del « sorco » e del « tarlo », che nascoro rodendo fa sentirse da chi non avea cura di trovarlo.__ A Ferrara ormai era noto che don Ferrante con la sua con- fessione aveva trascinato tutti i colpevoli alla rovina; l’ Ariosto v'insiste con un tono di scherno, tanto gli riesce ripugnante l'atteggiamento di quest'uomo ambizioso, che, entrato nella cospirazione senza avere motivi di contrasto, almeno palesi, col Duca, appena viene scoperto, non esita ad aggravare la posi- zione degli altri per salvare sè stesso. (1) Riferito dal Luzio in op. cit., p. 25, e BACCHELLI, op. cit., 11, p. 275. 96 G. FATINI Non esagerato, ma arido e freddo è l'elogio di Alfonso: l'affetto del cortigiano, se ha un tremito in questa terzina, che ritrae lo sgomento per il pericolo corso: veduto aresti romper tregue e paci, surger d'un fuoco un altro e di quel diece, uanzi d’ogni scintilla mille faci, non suggerisce che una declamazione elogiativa, storicamente non del tutto immeritata, che trovò eco pure nel Furioso (III, 51-52, XVIII, 1-2), e un invito a chiedere una severa punizione: Quanto è miglior (Alfonso) tanto più grave eccesso e meritevol dì maggior supplicio chi ha cercato occiderlo ha commesso. Nessuna pietà ma inesorabile condanna, quella che alla fine colpì tutti indistintamente. Qualcuno ha trovato contra- dizione fra questi versi e quelli del Furioso (III, 60-62): . Chi son li dua sì tristi che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti? Ma qui è il Poeta che, libero dall’incubo della terribile sco- perta, dopo avere assistito alla dura punizione inflitta a tutti i cospiratori, pensa alla pena che per sempre peserà sui fra- telli condannati a perpetua prigionia. Il cuore, che, prima della condanna, il terrore, l'attaccamento ai Duchi e il senso politico avevanò fatto tacere, riprende il sopravvento e invoca pietà per quei disgraziati. Non contradizione dunque, ma naturale manifestazione d’animo gentile di chi aveva scritta la poesia non per meschino intendimento adulatorio, come avrebbe fatto un servile cortigiano che l'avesse dettata allo scopo di catti- varsi meglio la simpatia dei Duchi. Gli stessi Alfonso e Ippolito non potevano avvertirvi alcuna contradizione, perchè l’Ariosto non trova attenuanti alla colpa, se non nella generica afler- mazione che Giulio e Ferrante erano vittime di « lungo instigar « d'uomini rei », addotta per diminuire l'onta che ne veniva LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 97 alla famiglia Estense più che per scusare la gravità del loro delitto: O bona prole, o degna d’Ercol buono, non vinca il lor fallir vostra bontade; di vostro sangue i miseri pur sono; qui ceda la iustizia alla pietade. Sono quattro versi d’intensa pietà umana, la cui spontanea schiettezza non è affatto turbata da una inesistente ironia, che a torto qualcuno vuol sentire nei versi che seguono, i quali nasconderebbero chi sa mai quali accuse contro il Cardinale e il Duca. Indi soggiunse con più basso suono — Di ciò dirti più inanzi non accade. Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia ch’amareggiare al fin non te la voglia. Questi chiudono bruscamente il passo, perchè il poeta sen- tiva l’inopportunità anche artistica di dilungarsi, tra tanto splendore della Casa estense, su quella fosca pagina. Più mosso è il tono del richiamo laudativo alla duchessa Lucrezia, che si presenta con tocco delicato come tortora in ramo renza foglie, che, poi ch'è priva del fido consorte, sempre più cerca inasperar le doglie, una gentile comparazione che ritorna, delicata, nel Furioso {XLV, 39). Pare che al ricordo della « casta, saggia, bella, cortese e pel- legrina » Duchessa la fantasia del Poeta si commova e riveda trepidante il giorno in cui entrò, sposa attesa, a Ferrara: Godease la lucertola già al sole, e’ pastorelli in le tepide rive ivan cercando le prime viole; quando in manere accortamente schive giunse Licoria in mezo onesta schiera di bellissime donne, anzi pur dive; Giornale storico — Suppl. n° 25. . 7 98 G. FATINI Bella su tutte le helle, quale è il peltro all’argento, il rame all’oro, qual campestre papavero alla rosa, qual scialbo salce al sempre verde alloro; tale era ogn’altra alla novella sposa, gli occhi di tutti in lei stavano intenti per mirarla obliando ogn’altra cosa. Quale largo respiro di devota ammirazione in quest'ultima verso ! L'immagine del peltro con la sua eco virgiliana (Bucol., V. 16-18) gli piacque e la ripetè quasi immutata (Furioso, XI. 70, ediz. 1516): Qual il stagno a l’ariento, il rame a loro, il campestre papavero a la rosa, il scialbo salce al sempre verde alloro, dipinto vetro a gemma preziosa; tal a costei, ch'ancor non nata onoro, sarà ciascuna insino a qui famosa di beltà, di grande animo e prudenzia e d'ogni altra lodevole eccellenzia. L'elogio di Lucrezia, cui fa riscontro con quello posteriore del poema (XLII, 83) l’altro dettato dal suo ingresso trionfale in Ferrara (carmina LIII), è comune ai poeti estensi del tempo. venendo dall'anima del popolo ferrarese, il quale, affezionato ormai alla pia e buona Duchessa, sussultò di terrore alla sco- perta della congiura, di cui essa sarebbe stata la vittima più innocente: e l’Ariosto, spinto forse dal trattamento poco libe- rale di Ippolito, s'indugia ad esaltare in lei con accento 8g0F- gantegli dall’animo “la virtù che dona e spende, in che fulge ella sì che d’ogn’intorno i raggi vibra e i prossimi n'accende. Non bella dunque Vegloga, sia per gli intrinseci difetti del componimento, sia per la scarsa trastigurazione che l'argomento ha subito nella fantasia dell'autore; ma ha tratti in cui egli LE “* RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 99 felicemente trasfonde con espressioni e immagini adeguate la commozione mista di sdegno e di paura, di scherno e di pietà, della folla attaccata ad Alfonso e a Lucrezia. Per i Medici. Meno avara fu la Musa italiana dell’Ariosto verso i Medici, che gli ispirarono due canzoni (IV, V), un capitolo (III), un’egloga (II) e indirettamente un sonetto (XXXVIII). Scrivendo le due canzoni il Poeta ebbe il desiderio di catti- varsi la benevolenza di Leone X in un momento di più acre malumore per la servitù estense ? O secondò il bisogno sincera- mente sentito di deporre un fiore poetico su la lacrimata tomba dell’uomo, che egli aveva conosciuto cortese, leale e colto nelle gaie discussioni urbinati del 1507 e nella signorile ospitalità tiorentina del 15131 Difficile la risposta: vero è che l’Ariosto cantò la morte di Giuliano de’ Medici, ricorrendo alla finzione cara ai petrarchisti di far parlare, in una canzone, Filiberta di Savoia allo spirito del rapito consorte, nell'altra di far apparire lo spirito di Giuliano a confortare del suo dolore la desolata vedova. La imitazione dei modelli (anche il Bembo imitatore era ormai Imitato) non si arresta alla finzione: frasi, movenze, concetti e soprattutto quell’idealismo neoplatonico, in cui svanisce ogni desiderio terreno, egli ha mutuato senza riguardo al Pe- trarca e al Bembo, rielaborando più o meno artificiosamente 1 modelli dall'inizio alla tine (1). Però sotto la scorza petrarcheggiante che riveste le due poesie cireola un sentimento schietto e sincero, anche se questo non sempre trova un aderente espressione poetica. Si capisce che, qualunque sia la causa che lo decise a scrivere, egli rimase (1) Per le due canzoni vedi FATINI, Fortuna, 66-68 e le mie Opere minori, pp. 275-91; vedi pure M. MaxcHisi, Dell’autenticità di una canzone dell’A., ecc., Città di Castello, 1916. al 100 G. FATINI profondamente colpito da quella morte che all’uomo, amato universalmente per la mitezza d’animo e per la fine educazione, troncava repentinamente lo splendido avvenire, a cui sembrava chiamato dallo zio pontefice e dal favore popolare preconizzato, e alla diciottenne vedova apriva un domani oscuro e triste, tanto che ella non esitò a rifugiarsi in una vita di pietà e di silenzio. Forse fu il pensiero della penosa condizione in cui Filiberta cadde da tanto splendore che trasformò in canto il turbamento provato da messer Ludovico all’annunzio della morte di Giuliano. Quel tono di elevata rassegnazione che domina in ambedue le canzoni, al di sopra dell’andatura petrar- chesca, meglio che alle impressioni immediate della ferale notizia si addice ad un periodo di poco posteriore, quando alla viva commozione era successa la mesta consapevolezza della fugacità delle cose terrene, che induce ad una meditata rasse- gnazione: sempre prima però del 1518, una data sostenuta dal Polidori (1), nel qual anno l'animo del Poeta, contrariato dal- l'atteggiamento sfavorevole assunto dal Papa verso Alfonso, non era più fiduciosamente disposto verso di lui. Filiberta prega Giuliano perchè dall’alto dei cieli, dove la sua aninia è raccolta tra gli spiriti brucianti di carità cristiana, rivolga il pensiero a me, che del tuo ben non già sospiro, cioè che non vivo più in ansia per la beatitudine, che ormai hai già conseguita, ma di me ch’'ancor spiro, poi che al dolor che ne la mente siede (nella mente, cioè nella memoria agitata da tanti ricordì) sopra ogn’altro erudel non si concede di metter fine all’angosciosa vita; gli occhi, che gia mi fùr benigni tanto, (1) Opere minori, 1, p. 289 n. LE © RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 101 volgi alli miei, ch’al pianto apron sì larga e sì continua uscita; vedi come mutati son da quelli che ti solean parer già così belli. Il Poeta non è obbligato alla verità storica; anche l’Ariosto sapeva che il matrimonio, combinato da Leone X allo scopo di imparentare la sua Casa di mercanti ad una delle più antiche dinastie europee, non era stato molto felice, ma la sua fan- tasia, accesa dai sentimenti che un grande avvenimento, anche al di fuori della realtà storica dei personaggi, può suscitare nella folla e nell’individuo, circonfonde le due figure di Giu- liano e di Filiberta d’una luce poetica, che s’intona al mondo platonico e petrarchesco in cui le fa muovere. Per questo investendosi d’una sincerità tutta sua particolare imprime alla parola di Filiberta una nota di placida e sovrumana com- mozione, che lascia intravedere l’intimo desiderio di staccarsi da questa terra, per congiungersi al marito, nel regno della beatitudine celeste. Il cambiamento fisico, che ella ha subìto con la perdita del consorte, è indice dello strazio interno che solo l’aspirazione al cielo modera e tiene compresso: Lassa! che al tuo partir partì veloce da le guance, da li oechi e da le chiome quella a cui davi il nome tu di beltà ed io n’andava altera, ché mel credea, poi ch'in tal pregio t’era. Anche il cantore di Laura (Cancon., CCLXVIII) grida con una semplicità commovente ogni mia gioia, per lo suo dipartire, in pianto è volta, ogni dolcezza di mia vita è tolta. Ma l’Ariosto, avvinto alla bellezza terrena come genuino figlio del Rinascimento, posa lo sguardo sugli effetti fisici, che rivelano le conseguenze d’un forte dolore, senza curarsi 102 G. FATINI di adeguare la poesia alla verità: chè Filiberta era tutt'altro che bella: «dona grande — la dipinge con tocchi realistici il Sanudo (1) —, palida, magrissima, gobissima, con un naso: «longo a grizo molto; dil resto la è bella donna ». Ma di questa ideale bellezza perduta la Sabauda non si rammarica, ora che le è venuto meno l’uomo, al quale l’aveva consacrata. Onde la vita le ri è fatta impossibile — protesta con tono d’enfasi, in cui, nonostante l’eco petrarchesca e bembina, trema un palpito di sincerità: Come è ch'io viva, quando mi rimembra eh'empio sepolero e invidiosa polve contamina e dissolve le delicate alabastrine membra ? Lo sfogo si attenua nel rammarico di non averlo potuto seguire ein una accorata rievocazione delle sue doti spirituali e morali, tra le quali «la cortesia e il valor », che tante speranze sul suo avvenire avevano suscitate. Con ardimento non comune Fili- berta dimentica sé stessa e al ricordo dì queste speranze accesa di romano orgoglio, cede la parola a Roma, che la morte del Medici ha gettata nel più tetro squallore. Questa figurazione. suggerita da un tratto di retorica esaltazione, che nella sua gof- faggine offenderebbe la realtà, anche poetica, parrebbe una nota stonata. Non è così: il popolo romano, che nel settembre 1513 aveva salutato entusiasticamente la nomina di Giuliano e di Lorenzo de’ Medici a patrizi romani, assistendo a sontuose feste sul Campidoglio, e nel marzo 1515 aveva celebrata con un mese di divertimenti, che costarono a Leone X la somma di centocinquanta mila ducati d’oro (2), la venuta dei due sposì, uno dei quali rappresentava la magnificenza del Papato mediceo e Valtra la vetustà d’una secolare dinastia, rimase profonda- mente colpito dalla tragica fatalità che colpiva Giuliano, pa trizio romano e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, nel mo- (1) Riterito nelle mie Opere minori, p. 277. (2) Vedi L. PASTOR, Storia dei Papi, IV, pp. 392-93. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 103 mento del suo massimo splendore. Nella fantasia del Poeta il. ricordo oraziano e virgiliano della morte di Cesare, intessuto di reminiscenze petrarchesche, suggerisce una calda rappre- sentazione di Roma, piombata dalla sciagura in tanta rovina: — Or questa di mia progenie e l’ultima ruina. -— Tutto il popolo partecipa al suo pianto: E fu sentito in Vuna e Valtra riva pianger donne e donzelle e figlie e matri, e da’ purpurei patri alla più bassa plebe il popul tutto; e dire: -- 0 patria, questo dì fra ll atri d'Alia e di Canne a’ posteri si scriva; quei giorni che captiva restasti e che ’1 tuo imperio fu distrutto, né più di questo son degni di lutto. -— Il desiderio, signor mio, e il ricordo, che di te in tutti gli animi è rimaso, non trarrà già all'occaso . sì presto il violento fato ingordo; né potrà far che, mentre voce e lingua fornun parole. il tuo nome si estingua. Nell'ettervescenza esaltatrice di questo passo scorre quel sentimento «li sincero rimpianto che nelle condizioni d'incer- tezza in cui si trovava Roma, col Papato non tranquillo. con l’Italia straziata da guerre e minacciata dal Turco, sgorga direttamente dal cuore del Posta, come fosse il cuore del popolo ansioso di affidarsi per la sua tranquillità a chiunque avesse mostrato di comprenderne lo spirito e i bisogni: dal cuore del Poeta, che aveva già fatta sentire la sua voce amorosa e forte contro gli stranieri, i mercenari, gli Italiani stessi imbelli e discordi. Nella canzone di risposta, che è in stretto rapporto con il contenuto della precedente, il tono pacato è anche più sensibile: dal saluto affabile di Giuliano, che invita la consorte, nell’at- 104 G. FATINI tesa di riunirsi a lui in cielo, a gioire della felicità che Dio gli ha elargita, al consiglio di proseguire nella sua vita onesta e pia, preparandosi alle gioie eterne, senza sgomentarsi dell’aspra via che le resta da percorrere, un senso di affettuoso trasporto, immune da terrene passioni, solleva queste strofe in una sfera di dignitoso rimpianto e di composto dolore. Il Poeta nella idealizzazione dell’amore tra i due spiriti, che avvolge di tranquilla luminosità le due canzoni, tocca con squisito riserbo l’elogio morale di Filiberta additandola come esempio di donna che, fra regal delizie, in verd’etade, a questo d’ogni mal seculo infetto, giunt’esser può d’un nodo saldo e stretto con summa castità summa beltade. Riecheggia nell’elogio l'elogio di Isabella che muore per Zerbino (XXIX, 26), come nel rimpianto il lamento di Orlando per la morte di Brandimarte (XLIII, 170-171), ma con una sovrabbondanza d’enfatiche parole, che risuonano placida mente nell’ampio giro delle strofe, quasi il Poeta voglia nella lenta armonia dei versi e delle espressioni stemperare l'in- timo affanno. Anche in questa poesia il Canzoniere e la nota canzone bem- bina « Alma cortese, che del mondo errante » prestano imma- gini e colori; l’arte squisita dell’Ariosto li sa spargere delica- tamente nel quadro che la fantasia gli delinea sul mondo degli affetti umani, che si purificano nell’orizzonte dell’ideale celeste: La nera gonna, il mesto oscuro velo, il letto vedovil, Vesserti priva di dolci risi, e schiva fatta di giochi e d’ogni lieta vista, non ti spiacciano sì che ancor captiva vada del mondo, e il fervor torni in gelo, c'hai di salir al cielo, sì che fermar ti veggia pigra e trista. LE * RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 105 Quanta dolcezza in questo virgiliano cenno della solitudine d’affetti in cui Filiberta è rimasta! Ciò nondimeno, tutto il suo pensiero sarà rivolto al cielo. Così petrarchescamente canta il Poeta, finchè lo spettacolo della mondana corruzione non dà un timbro più forte alla sua voce, perchè Filiberta non arretri nella via della virtù. Giuliano non dubita della sua fede, che sarà per lei un titolo più saldo e nobile di quello che le deriva dall’appartenere ad un’antica Casa di sovrani, che fra Parme d’Italia e la robusta, spesso a’ vicini ingiusta, feroce Gallia, hanno tant’'anni e tanti tenuto sotto il lor giogo costanti con li Alobrogi i populi de 1’ Alpe. Singolare questo tratto di riprensione dei Francesi, che s’in- sinua nella lode dei Sabaudi, aprendo la via ad un caldo e schietto elogio dell’opera illuminata del Magnifico, . le cui mediche fronde spesso alle piaghe, donde Italia morì poi, furon ristauro; che fece all’Indo e al Mauro sentir l’odor de’ suoi rami soavi; onde pendean le chiavi che tenean chiuso il tempio de le guerre, che poi fu aperto, e non è più chi ’l serre. L'’Ariosto pare che colga il pretesto di quest’elogio per ri- petere il suo orrore per le guerre che funestavano l’Italia dal 1494, rimpiangendo con sentita nostalgia la tranquillità del periodo anteriore alla discesa di Carlo VIII e palesando il suo attaccamento all'Italia e alla pace, pur con l’approva- zione dell’opera del Papa mediceo, che fa PAsia e lantica Babilonia tremar, sempre che rugge; e che già l’Afro in l’Etiopia aprica col gregge e con la pallida famiglia 106 | G. FATINI di passar si consiglia: e forse Arabia e tutto Egitto fugge verso ove il Nilo al gran cader remugge. Speranze vane, anche se radicate nel cuore dei contemporanei, atterriti dal vittorioso avanzarsi dei Turchi, contro i quali Leone X vagheggiava una nuova crociata. Così la fantasia del Poeta, abbandonando il placido tono della concezione petrarchesca che ha per meta il cielo, si riaccende, nel ricordo della tranquillità perduta, di attaccamento alla terra, cioè all'Italia. Il novello patrizio romano e gonfaloniere della Santa Chiesa ritorna per un attimo a vibrare di commossa umanità, che si concreta in un sentimento d’italianità, riprendendo il grido di Roma dell’ultima parte della canzone precedente e con- fondendolo con quello dell’Italia e del mondo cristiano. Per un attimo dico, perchè tutti questi sentimenti umabi cedono davanti all'unico desiderio di Filiberta, che è raccolto nel cielo, onde Giuliano con tratto gentile, suggerito da viva amicizia, affida i suoi affettuosi consigli al « cortese signor che «onora e illustra — Bibiena », al Dovizi, che assistè in Fiesole l’amico agonizzante e che deve essere stato il più fedele con- sigliere di Filiberta in quell'ora di supremo sconforto. Non originali dunque le due canzoni, ma nel continuo e affettuoso ricambio di gentili sentimenti, esposti con espres- sioni elevate e delicate immagini, emanano un eftluvio di sincera commozione, che le mette al di sopra di tutte le poesie storiche (eccettuato il sonetto per la morte del cugino) scritte dall'Ariosto. Col sonetto XXXVIII apriamo una parentesi (1), che ha relazione solo indiretta coi Medici. Dopo la spogliazione del ducato d'Urbino, commessa da Leone X ai danni di Fran- (1) Sul sonetto vedi Farini, Forfwna, 107.09; per il fatto CATA- LAVO, Vita, I, 267; per il commento le mie Opere minori, pp. 307-0%. "” ui LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 10% cesco Maria della Rovere, per investirne il nipote Lorenzo, sorsero animate discussioni anche nel campo militare circa la responsabilità di quella usurpazione. Fra altro si disse tra i soldati, che nel 1517 militavano nell'esercito spagnolo del Napoletano, che il Della Rovere era stato tradito dagli Spa- gnoli: scelti fra le due parti due soldati per sostenere l’uno l'accusa, l’altro la difesa, il campione della parte italiana, il ferrarese Rosso della Malvasia, uccise in duello il campione avversario Francesco Caera; il ferrarese, ritornato in patria, fu festeggiato anche dall'Ariosto, che gli dedicò un sonetto caudato. Il Poeta, che forse nella satira III (88-93) ha un'implicità allusione a quella triste pagina del nepotismo mediceo, esulta della vittoria, ma nell’enfatica apoteosi del vincitore cade nell’eccesso di simboleggiare nell’eroe ferrarese il difensore d'Italia, che fra ferri ignudo e sol di cor armato, con l’altero inimico a fiera fronte, quanto è 'l valor d'Italia ha dimostrato. L'orgoglio cittadino, che per la circostanza si slarga in nazio- nale, infonde una certa vivacità descrittiva al breve componi- mento, specialmente nelle linee del ritratto, che non è brutto; ma nell'insieme il sonetto non si solleva dall'umile sfera di simili omaggi poetici al valore individuale: troppo angusta è la visione o troppo generica l’ispirazione, perchè in questa 0 da quella sprizzi e si diffonda la scintilla animatrice della poesia. * * * Col capitolo III ritorniamo direttamente ai Medici; tutti i commentatori s'accordano nel riferirlo alla malattia che il 4 maggio 1519 trasse alla tomba Lorenzo duca d’Urbino, ni- pote di Leone X e di Giuliano. Il Catalano lo erede seritto fra il febbraio e l’aprile del 1519, nell'intervallo cioè tra la 108 G. FATINI visita (26 febbraio) fatta dall’Ariosto a Firenze per compiacersi. a nome di Alfonso, di aver vinto il male, che nel gennaio lo aveva gravemente colpito, e l’altra della fine di aprile, che, portando Ludovico a compiere il delicato incarico di condolersi con Lorenzo della morte della moglie avvenuta il 30 aprile. lo mise impensatamente davanti allo stesso Duca estinto, a cinque giorni di distanza da Maddalena de la Tour (1). Questa data però urta con l’allusione alla figlia Caterina — la futura regina di Francia — che tutti leggono nel verso 37 Verdeggia un ramo sol con poca foglia, nata il 13 aprile e causa della morte della madre. D'altronde, non è ammissibile assegnare al capitolo una data posteriore, perchè è da escludersi che dopo il 13 aprile giungesse a Ferrara notizia dell'aggravamento del male che il 4 maggio uccise Lorenzo; qualche indizio sarebbe apparso con l’incarico uff- ciale dato proprio in quei giorni all’Ariosto per la morte di Maddalena o almeno nei documenti riguardanti questa visita. Si potrebbe pensare che l’allusione si riferisca all’altro figlio Alessandro, se l’illegittimità dei natali non sconvenisse 2l richiamo, ovvero ad Ippolito, l’unico figlio di Giuliano, s€ questi potesse ritrovarsi nel simbolo del «lauro», contro l’interpretazione comune, che nel caso presente è anche la più fondata. | A me pare che tutte queste difficoltà scompaiano, sol che sì legga attentamente il passo e si consideri il v. 37 come un'am- plificazione del concetto espresso nei versi immediatamente precedenti (35-36). Siamo nel febbraio del 1519, dopo che il male, da cui Lorenzo era stato ripreso con maggiore gravità nel gennaio, pare superato; ma il «verno» e il « ghiaccio rio». cioè i rigori invernali minacciano di abbattere il malato già stremato di forze, cioè ridotto — dice con una immagine (1) Per le due visite fiorentine vedi CataLANO, Vita, I, 500-502. = —= i i n I LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 109 fredda e forzata, perchè troppo sminuzzata nei particolari — da robusto e florido albero a povero e debole stelo: - + + + +. de la bella foglia nudo gli resta e senza onor il stelo. Verdeggia un ramo sol con poca foglia. cioè l’albero è ormai sfrondato, con un solo ramo, e anch'esso, senza forze, rischia di essere abbattuto dal freddo invernale, avendo poca speranza di superare la rigidità della stagione, «che ancor non cessa », che si prolunga, cioè, più del solito. L’Ariosto fu mandato a Firenze il 21 febbraio, quando Alfonso, di ritorno dalla Francia, venne a sapere della ricaduta di Lo- renzo; egli non potè vedere il malato, che probabilmente a causa della stagione aveva bisogno del massimo riguardo; in Firenze stessa 0 appena ritornato a Ferrara, sotto l’impressione della minaccia che ancora incombeva su la vita di lui, compose il capitolo, forse per compiacere Alfonso, desideroso di conser- varsì l’amicizia di Lorenzo e con essa vincere l'ostilità del Papa, anzichè per seguire l’impulso d’un turbamento interiore. Il Poeta immagina che Firenze parli del suo « Lauro », che con amorosa pazienza da « ramuscel » ha fatto divenire « solida «pianta e dura » e che Venere con le Grazie e Diana con le Ninfe hanno aiutato a crescere vigoroso e benedetto dal popolo fiorentino, lieto di trovare all'ombra delle sue benefiche frondi le gioie della pace. Pur troppo una tiera tempesta ha talmente indebolita la pianta, che Firenze teme di vederla inesorabil- mente abbattuta. Solo Apollo e tutte le divinità, se ascolteranno la invocazione della città infelice, potranno salvarlo. Falso il colorito pastorale di tutta la rappresentazione, che simuove fra gli stiracchiamenti d'un lungo e talora anche barocco simbolismo. Fredda è l’invocazione a Febo e alle altre divi- nità, perchè «nuova fronde il Lauro... ripona »; e prosaica, stentata, dura, la chiusa nella sua apparente semplicità: soccorran tutti ijdéèi, tutte le dee, che de H arbori han cura, l’arbor mio; però che gli è fatal: se viver dee, vivo io, se dee morir, seco moro lo. 110 G. FATINI A mala pena un alito di sincero sentimento si può sorpren- dere in questa terzina, che venendo dopo una serie di enfatiche domande esprime un senso di trepidazione: Verdeggia un ramo sol con poca foglia, e fra téma e speranza sto suspesa se mi lo lasci il verno o mi lo toglia. Ma anche questi versi parlano al cuore più col tono descrittivo Che col calore del sentimento. Gli è che la fantasia dell'Ariosto. nella quale riecheggia, lievemente modificato, qualche bel passo del Furioso (VI, 73-75, XVII, 57), è rimasta estranea, forse per riflesso del cuore, alla minaccia di quella sventura, che i compiacenti amici dei Medici dicevano cittadina; probabil- mente un palpito di simpatia egli non provò mai per quell’in- grato profittatore della spogliazione urbinate, come la provò invece per Giuliano. L’Ariosto, sollecitato da qualche motivo esteriore a ritrarre nel ternario il vivo turbamento dei Fio- rentini per la temuta morte, non seppe uscir fuori da una fredda serie di terzine, in cui la personificazione, appesantita da un lungo corteggio mitologico pastorale, resta puro concetto e il fantasma poetico è sostituito da uno sforzo elogiativo, che non aveva neppure il pregio della novità. Si senta l’elogio che Veronica Gambara diresse in un’ottava a Leone X (Rime, 1553): Dico di voi, o de l’altera pianta felice ramo del ben nato Lauro, in cui mirando sol sì vede quanta virtù risplende dal mar Indo al Mauro, e sotto l'ombra gloriosa e santa non Simpara apprezzar la gemma o l’auro, ma le grandezze ornar con la virtute, cosa da far tutte le linene mute. Quanto più vibranti di sentimento quelle terzine della satira V (IV, 93-108) che Leone X (1) ispirò al Poeta! Ma in esse freme disprezzo e sarcasmo, non simpatia, nè commozione. (1) L’identificazione del Bertani (in Giorn. stor., 102, 15-24) è pre- feribile al Ginlio de’ Medici proposto dal Catalano (Vite, I. 502-31. LE “ RIME, DI LUDUVIUU ARIUSTU 111 Ai Medici l’Ariosto lirico pare che si riferisca anche con l’egloga storica II, la quale, se per la fonte da cui fu tratta e per l'argomento suggerito dalla morte di un « pastor fiorentino » merita di essere compresa fra le poesie autentiche (1), per il velame allegorico che l’avvolge non si presenta molto chiara. Indeterminato nelle allusioni nascoste nel simbolismo pasto- rale, il «fiorentin pastore » compianto in quei versi pare che sia da identificarsi con Giovanni dalle Bande Nere, la cui scomparsa in Mantova, in seguito alle ferite di Governolo (30 novembre 1526), toglieva alla Lega — di cui era capo quel Federigo Gonzaga, del quale il condottiero era stato padrino — il più sicuro presidio contro gli imperiali che si approssimavano. Mentre il « Dafni» della prima terzina può rappresentare il governo mediceo, che riusciva ancora a dominare lo Stato fiorentino (col nome di « Rimaggio » si designano in provincia di Firenze due fiumiciattoli della val di Bisenzio e della val di Sieve), con «la tua prole bella e rada » del v. 48 si può allu- dere all'unico tiglio del capitano, che fu poi Cosimo I; e con lo sgomento di « Sarchio » pastore mantovano (dal Sarca, il fiume influente del lago di Garda) e di « Manto » la città, allo sgomento di quanti in quel vasto territorio settentrionale dalla sciagurata morte del Medici s'aspettavano, come pur troppo avvenne, l’inizio d’una serie di calamità, che culminarono nel Sacco di Roma. L'elogio del condottiero non disdice all’Ariosto, che con pochi altri spiriti superiori deve avere intuito l’irreparabile ruina, che all’Italia e prima di tutto al territorio mantovano stava per apportare quella morte con un imbelle Gonzagày che non avrebbe avuto nè la forza nè l'accortezza di presero varlo dalla violenza dei lanzichenecchi. I Poeta nel poem non fa mai parola di Giovanni, pur ricordando il «grati dia volo » (XXV, 14), uno dei cannoni di Alfonso che portava il nomignolo, col quale il condottiero era chiamato dai suoi sol- (1) Su di essa vedi Fativi. Fortuna, 128-30. 112 G. FATINI dati; sapeva che il duca Alfonso dava man forte proprio agli imperiali; ma nè l’una nè l’altra di queste circostanze valgono a distruggere gli elementi che militano a favore dell’autenticità, la prima perchè il silenzio su di un personaggio o su di un fatto storico in un ampio poema come il Furioso non importa di conseguenza una implicita manifestazione nè di simpatia nè di antipatia; l’altra perchè negli scritti che particolarmente non dovevano essere dati al pubblico — le Satire insegnino — l’Ariosto ha detto senza veli il suo pensiero, anche quando colpiva gli Estensi. Se il silenzio serbato nel Furioso su Gio- vanni dalle Bande Nere dovesse offrire un elemento di dubbio su la paternità dell’egloga, gli stessi dubbi non dovrebbero mancare per le due canzoni deploratorie della morte di Giuliano e per il capitolo dedicato a Lorenzo duca d’Urbino, l'uno e l’altro dimenticati nel poema. I dubbi dunque che l’allegoria oppone per la piena intelligenza della poesia, mentre non pos- sono infirmarne seriamente l’autenticità, non contrastano l’in- terpretazione che il lamento si riferisca a Giovanni dalle Bande Nere. L'egloga s'inizia con un quadretto bucolico, soffuso di tene- rezza nel ricordo dantesco di Filli, che siede sull'erba « sce- «gliendo fior da tior »; il pastore Sarchio, atterrito per la sciagura piombata su la nazione, apre l'amarezza del suo animo rivolgendosi a Dameta «il fiorentin pastor », con un senso di paura, che risuona nell’asprezza dei versi rievocanti il compianto degli uomini e della natura sbigottiti per la sua morte: . Almo Dameta, quai lamenti per questi ombrosi faggi oditi forno qual tra le selve lo spirar de’ venti. quando i rapidi fiumi raffrenèrno l'usato corso, e preser varie forme le ninfe, ella te amiche erano intorno! La classica reminiscenza di Orazio e Virgilio, già comparsa nel compianto di Giuliano, non raffredda il sentimento, il quale però si rivela caldo nella descrizione dello strazio di Manto, LR “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 113 la ninfa che con la morte del « pastore » vede desolato il suo popolo, abbandonati gli altari, distrutte le campagne. La forza della disperazione le suggerisce dure parole contro la Natura profumata di cedri, di gigli, di amaranti, di giacinti, di acanti, di viole, che sembra irrida con la sua ridente gaiezza a tanta calamità: Moiano i cedri in ogni piaggia amena, che ’) chiar Benaco d’ogn’intorno cinge, e disperga l’odor che l’aura mena. E tutti i gigli che ’1 terren dipinge moiano in erba, e secchi l’amaranto con quel che nel suo fior il nome pinge. Accenti retorici modulati su l’arpa petrarchesca non man- cano, ma nè questi nè l’intonazione arcadica soffocano la sin- cerità dello sfogo, che si esala prima in un invito patetico alle «afflitte pecorelle », perchè si raccolgano intorno alla tomba, su cui l’ombra dei «ipressi sempre nuova non venga mai 4 mancare, poi in un’accorata preghiera allo spirito del defunto perchè « raconsoli » i suoi e vegli sul «grege nostro umil ed irto »; chè egli sarà sempre lodato e ricordato: Sempre le lodi tue, sempre gli onori, se verno fia al sol, s’estate all’ombre, risuonin le zampogne de’ pastori; né tempo fia che ’l tuo bel nome adombre. È un elogio semplice e schietto, degno e dell’autore e del personaggio compianto. Sonetti encomiastici variì. Ai sonetti XXXVI e XXXVIII, già esaminati, per l'argo- mento elogiativo se ne aggiungono altri tre, XLI, VI, VII. Miserello è il XLT, che il primo editore intitolò « Alla Signora € Vittoria Colonna », può darsi indotto dall'espressione petrar- chesca (Trionfo della Morte, 1-3) «di valore - ferma colonna ». Giornale storico — Suppl. n° 25, 8 114 G. FATINI Se penso alle sette ottave che alla Marchesana di Pescara l’Ariosto ha consacrate nel poema (XXXVII, 16-22), così elevate e così espressive, e ricordo che quell’elogio si chiude con la promessa che «a maggior ozio » si proverà perchè ogni laude di lei sia da me espressa, mi viene il dubbio che questo sonetto, stillato con le solite frasi del vocabolario petrarchesco, nella circostanza della morte dell'uomo amato, non si riferisca alla Colonna. Se a lei sì addice che per bocca del Poeta pianga il Davalos, morto nel 1525 a trentasei anni, «anzi il cangiar del pelo », quell’espressione augurale rivolta ai « vostri e’ suoi bei rami », che forse alludono a qualche figlio (1), non si concilia con la circostanza che il Pescara non ebbe prole da Vittoria. Che il sonetto si debba riferire ad altra gentildonna, a Filiberta di Savoia, per esempio! O ad altra signora? Anche l’insignificante elogio del Davalos, che l’Ariosto ricordò nel Furioso, XXVI, 52-53, mi lascia per plesso. Pur non avendo una data, resta nel campo encomiastico il sonetto VI, che è un garbato complimento ad una gentile don- zella dal manto adorno d’un giglio e d’amaranto. Siamo nel campo del simbolismo floreale, tanto caro ai rimatori del Cinquecento; il Poeta vuole spiegare il signifi- cato di quell'« impresa » per elogiare una donna pura e fedele. Il Salza però sospetta (2) che sia rivolto ad una gentildonna che andava monaca; non l’eseludo, ma possono essere nel vero anche i vecchi commentatori, che in quei fiori leggono una risposta di donna a qualcuno che aveva malignato su la purità e la fermezza di lei. In tal caso si potrebbe pensare a Giulia (1) Non escludo che significhino genericamente le famiglie Davalus e Colonna; su l'autenticità vedi FATINI, Fortuna, 128-30 e per il com. mento le mie Opere minori. pp. 308-09, (2) Studi, pp. 175-76; per il commento vedi le mie Opere minori. pp. 305-306. LE “ RIMR,, DI LUDOVICO ARIOSTO 115 Gonzaga, lodata nel Furioso (XLVI, 8) per la sua singolare bellezza, la quale aveva scelto l’amaranto, come impresa, a simbolo della sua castità. Qualunque sia l’esatta interpretazione, i versi hanno un'anda- tura nobile e disinvolta, specialmente nelle due quartine: Non senza causa il giglio e l’amaranto, l’uno di fede e l’altro fior d’amore, del bel leggiadro lor vago colore, vergine illustre, v’orna il sacro manto. Candido e puro l’un mostra altro tanto in voi candore e purità di core; all'animo sublime l’altro fiore di constanzia real dà il pregio e il vanto..... Il simbolo del ginebro del sonetto VII ha indotto alcuni critici a cercare nel segreto degli amori ariostei, con l'appoggio di una canzone pseudo-ariostea, una donna di nome Ginevra(1): il Sansovino, seguìto da altri, mise innanzi una Ginevra de’ Lapi, fiorentina, intrecciandovi un romanzo d'amore, che avrebbe ispirate la maggior parte delle rime di messer Ludovico; il Campanini una Rangoni, sposa di Giangaleazzo da Correggio, ed altri, altre. 1 Ma l’uso di nascondere nel « ginebro » il nome di una donna era così comune tra i petrarchisti anche nel campo encomiastico che non occorre davvero spiegarlo con un nuovo amore del- l'Ariosto. 5 D'altronde, nei 14 versi non trovasi una espressione che giu- stifichi una interpretazione amorosa; tutto il sonetto è una ansiosa aspirazione all'arte, la cui meta l'Ariosto si augura di Poter toccare o con l’aiuto del cielo o col lungo studio — chi non ricorda le «longhe vigilie » del Furioso? — 0 con la ispira- (1) Su questa canzone apocrifi vedi SALZA, Sledi, pp. 101-37, FATINI, Fortuna, 110-14; per il commento e la bibliografia del sonetto v. le mie Opere minori, pp. 304-05, 6 Paini, l'ortuna, 56-60; per la Ginevra di Veronica Gambara, CaraLano, Vite. I, 395 n. 116 G. FATINI zione di sentimenti profondamente sentiti; in ogni caso, toc- cata la meta, sarà pienamente soddisfatto se il riconoscimento poetico gli verrà, prima che da altri, dalla donna simboleggiata nel ginebro: E se benigno influsso di pianeta, lunghe vigilie od amorosi sproni son per condurmi ad onorata meta; non voglio, e Febo e Bacco mi perdoni, che lor frondi mì mostrino poeta, ma ch'un genebro sia che mi coroni. Ma chi sarà questa Ginevra . che mi prescrive termine e leggi a’ travagliati spirti, che detta cioè la via e indica la meta al Poeta travagliato dal. l’ansia dell’arte, donde nessuna forza potrà mai staccarlo! Nel Furioso, XLVI,3, 4,5, l’Ariosto ricorda l’una dopo l'altra Ginevra da Correggio, figlia di Gilberto e di Veronica Gambara, che sposò uno Strozzi di Ferrara; la Rangoni del Campanini; la Malatesta, che fu moglie di un Obizzi ferrarese ed ebbe omaggi poetici dal Molza e da Bernardo Tasso sotto l’immagine del ginebro. Quale delle tre sarà celebrata nel sonetto? O a nes suna di esse spetta quest’onore ? Certo, l’immagine si presenta vigorosa e solenne fin dalla prima quartina, che con poche pennellate accende la curiosità del lettore a passare dal simbolismo nella realtà: Un arbuscel, ch’in le solinghe rive all'aria spiega i rami orridi ed irti, e d’odor vince i pin, gli abeti e i mirti, e lieto e verde al caldo e al giaccio vive; il nome ha di colei che mi prescrive..... LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 117 Contro Alfonso Trotti. Vecchia e ininterrotta l’inimicizia tra le due famiglie Ariosto e Trotti, tanto che l’eco più volte ne passò anche nelle cronache quattrocentesche di Ferrara, Ludovico, d’animo mite e alieno da intemperanza e malvolere che attizzassero quella inimicizia, non potè reprimere il suo sdegno contro il potente Alfonso Trotti, quando nella causa intentata dopo il 1519 alla Camera ducale per la tenuta dell’« Arioste », ingiustamente tolta a lui e ai fratelli, legittimi eredi del cugino Rinaldo, riscontrò nel vecchio nemico della sua casa, che era il fattore della Corte, il più tenace e subdolo oppositore al riconoscimento dei loro diritti (1). Releghiamo pure tra le favole la diceria che il Poeta si sia vendicato del Trotti raffigurandolo nella ignobile figura di Martano (Furioso, XVII, 86 sgg.); ma dobbiamo am- mettere come cosa naturale che oltre agli sfoghi dei fratelli che dovevano porre in cattiva luce il Trotti, per gli intrighi coi quali impediva che fosse resa loro giustizia, l' Ariosto in un momento di vivo malumore, ricordandosi delle «baie » scagliate molti anni prima a dileggio di qualche importuno 0 av- versario, abbia gettato giù, d’un fiato, i due sonetti maledici (2) (XXXIX, XL). I quali così non sono la ‘causa dell’odio del Trotti contro l’Ariosto, come i più pensano, dimenticando che di vecchia data e su altre basi si reggeva quella inimicizia, ma una spontanea ritorsione all’iniquo trattamento che egli (1) Su la lunga causa che tormentò il Poeta senza che morendo avesse il conforto di vederla risoluta, vedi CATALANO, Vita, I, 503 sgg. (2) Per l’autenticità vedi FATINI, Fortuna, 90-94, con la relativa bibliografia; il CATALANO (Vita, I, 511, n. 1), poichè il foglio che riporta i due sonetti non è autografo, dubita ancora della paternità ariostea; ma perchè, allora, non dubitare di tutte le poesie non autografe, almeno di quelle che non si trovano nella edizione coppina ? Per me l’odio del Trotti è un forte elemento di conferma, probabilmente come causa dello sfogo poetico anzichè come conseguenza. 118 G. FATENI credeva di subire per colpa principale del Trotti. Se per le brutte allusioni le due poesie si accompagnano ai sonetti maledici In Cosmicum, per lo spirito sarcastico non la cedono nè alle «baie » del Pistoia, nè a quelle contro Niccolò Ariosto. Di forma più elevata, che schiva quasi sempre l’espressione plebea, esse colpiscono a pieno l’odiato avversario, del quale il primo sonetto delinea un repugnante ritratto morale a colpi di brusche pennellate: Magnifico fattor, Alfonso Trotto, tu sei per certo di grand’intelletto; in ciò che tu ti metti esci perfetto, ed i maestri ti lasci di sotto. Da Cosmico imparasti d’esser giotto di monache e non creder sopra il tetto, l’abominoso incesto, e quel difetto pel qual fu arsa la città di Lotto. La passione vince la poesia e forse altera anche la verità, ma nel numero di siffatti componimenti per il tono sarcastico con cui sono blandite le doti del Trotti, mettendolo alla gogna, non sono tra i meno espressivi. In morte di Pandolfo Ariosti. (Son. XXXVII). Il mio parente, amico, fratello, anzi l’anima mia, non mezza non, ma intiera, senza eh’aleuna parte me ne avanzi, morì, Parlolfo, poco dopo. Ah fera scossa ch’avesti allor, stirpe Ariosta, di el'egli un ramo, e forse il più bello, era! Con questo accento vibrante di commozione l’Ariosto rievo- cava il cugino a parecchi anni di distanza dalla morte (sat. VII VI, 220-225); meno appassionato è senza dubbio il rimpianto del sonetto, scritto sotto l'impressione immediata della sua dipartita (verso il 1507), perchè fin dalla mossa iniziale il LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 119 convenzionalismo petrarchesco attenua la freschezza e l’im- peto del dolore: Lassi, piangiamo, oimè! ché l’empia Morte n’ha crudelmente svelta una più santa, una più amica, una più dolce pianta che mai nascesse, ahi nostra trista sorte! L’immagine della pianta con quei tre aggettivi « santa, «amica, dolce » sì appesantisce di un che di artificioso, che fortunatamente, sotto l’amarezza del cuore, diventa più agile nei versi seguenti, la cui eco più tardi risuonerà maggiormente affettuosa nel passo della satira. Ahi! del ciel dure leggi, inique e torte, per cui sì verde in sul fiorir sì schianta sì gentil ramo... Quel «si schianta » fa sentire come uno strappo violento nell'anima del Poeta! Per costui m'’era ’1 viver fatto amico, per costui sol temeo l’aspra tua guerra; or che tolto me l'hai, che puo’ tu farme ? La parola è rivolta alla Morte; i due versi, nella loro enfa- tica prosopopea, rallentano la piena del cordoglio, che fatico- samente si apre un varco; ciò nondimeno, rivelano un sincero scoramento, che sì riverbera dall'asprezza delle parole. Qual mondo di confidenze si racchiude in quella frase petrarchesca (Canzon.. CLVIII) « segretario antico »! Sogni d'amore, spe- ranze di cortigiano, aspirazioni d’artista, tutto rivive per un attimo nella fantasia commossa dell’Ariosto, con l'amarezza che tutto si dileguò inesorabilmente alla dipartita del cu- gino (1). (1) Su l’autenticità vedi FarINI, Fortuna, 115-17; per il commento le mie Opere minori, pp. 306-07; per le notizie su Pandolfo, CATALANO, Vita, I, 144 sgg. 120 G. FATINI 3. — RIME D’AMORE Gli amori dell’Ariosto e le sue Rime. — Il disegno d’un Canzoniere per la Benucci. — Il petrarchismo dell’Ariosto. — Canti d'amore e repulse di Madonna. — Rime d’ansiosa attesa dopo l’incontro fiorentino. — Ombre e luci dopo la vittoria d'Amore. — Per una malattia e per la lontananza dell’amata. — Conclusione. Se con speranza di mercé perduti ho i miglior anni in vergar tanti fogli, e vergando dipingervi i cordogli che per mirar alte bellezze ho avuti; e se fin qui non li so far sì arguti che l’opra lor cor ad amarmi invogli, non ho da attender più che ne germogli nuovo valor che in questa età m’aiuti (XXXI). Tramontata la giovinezza, il Poeta raccoglie lo sguardo su di un mucchietto di poesie dedicate alle donne, che hanno fatto vibrare d’amore il suo cuore, ma l’occhio vi legge solo amarezza, perchè ai canti sgorgati nei suoi anni migliori, con l’anima bisognosa d'affetto, nessuna voce di donna ha risposto con la gioia della piena corrispondenza. È vero che la colpa — aggiunge con malizioso risolino — è sua, cioè dei versi che egli non ha saputo fare « sì arguti » da piegare l'animo fem- minile ad amarlo. Ora, poi, che non brilla più di attrattive gio- vanili, che cosa ha da sperare ? Dunque, è meglio il tacer, donne, che ’l dire, poi che de’ versi miei non piglio altr’uso, che dilettar altrui del mio martire. Sotto il velame del trito motivo petrarchesco non è diffi- cile intendere che l’Ariosto ha offerto a più di una donna fre- LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 121 quenti omaggi poetici senza trovare nell’amore quel pieno appagamento dei sensi e dello spirito che egli avidamente bra- mava. Colpa del « destin crudele » — dirà nel Furioso (XXVII, 123) — che gli ha impedito fra tante donne vagheggiate e can- tate di imbattersi in «una fedele »; ma colpa anche e soprattutto della sua indole, che tra la istintiva diffidenza della donna e la repugnanza al legame matrimoniale per geloso attaccamento alla libertà lo trasse a vezzeggiare fra le facili bellezze di cui Ferrara era ricca, con grave disappunto di Ercole, che invano emanava editti severi, e con ingenuo rammarico del buon Caleffini, il quale nella sua Cronica amaramente annotava che nessuno in Ferrara si curava di tòr moglie e le ragazze rimane- vano zitelle (1). Così in un’alternativa di gioconda letizia e di accorati abban- doni, libando il nettare dell’amore dai vari fiori che il giardino ferrarese gli offriva, il Poeta, bisognoso di un cuore femminile che lo intendesse e appagasse, sentiva il vuoto e la vanità di quelle effimere conquiste, e gli sfoghi poetici, pur movendo da quelli del Petrarca, s’intonavano a quella malinconia, donde non ricavava altro frutto che dilettar altrui del mio martire. Tanto è vero che, appena il sorriso di Alessandra Benucci accese di commossa ammirazione e di vivo desiderio l’animo del Poeta, questi fermò l’instabilità del suo cuore in una pas- sione tenace e sincera, che fugò ogni altra donna, per signoreg- giarlo, incontrastata e malgrado la contrarietà dell’Ariosto al nodo coniugale, fino alla morte. Molti versi amorosi dunque egli ha scritti, anche se dob- biamo porre in ridicolo l'affermazione del Ruth, che l’Ariosto ‘ per vivere e poetare aveva sempre bisogno d’un’amante » (2): (1) CataLANO, Vita, I, 107. (2) Citato dal Pastor, Storia dei Papi, III, 39, n. 5. 122 G. FATINI in latino, con quella calda sensualità giovanile che, favorita dalla imitazione dei lirici romani, non riesce a nascondere una tenue vena di malinconia, perchè quelle Filli e quelle Filiroe troppo lasciavano insoddisfatto il suo cuore, che non era affatto disposto a spartire con altri l'oggetto dei suoi desideri e nep- pure a ostentarlo pubblicamente; in italiano, con un petrar- chismo, che sotto la forza della realtà psicologica va via via assumendo spiriti e forme che gli infondono una fisionomia tutta speciale. Del nucleo a stampa solo 72 poesie sono di contenuto amoroso, cioè 3 canzoni, 33 sonetti, 12 madrigali e 24 capitoli. Costitui- scono esse un gruppo o il resto di un gruppo omogeneo ispi- rato da una sola passione ? Gli elementi e cronologici e contenutistici sono così inde- terminati e incolori nella maggior parte di queste poesie che consentirebbero di riferirle anche ad altre donne: non dico a quella Maria e a quell’Orsolina che gli regalarono i figli Giovan Battista e Virginio; queste per la loro condizione di donne del più umile ceto popolare e facilmente accessibili è difficile ammettere che possano avere eccitata la fantasia poetica di messer Ludovico; ma a donne che sfuggono agli occhi curiosi dell'indagine storica; come, per es., quelle cortigiane francesi, per le quali dal Calcagnini veniamo a sapere che l’Ariosto com- pose dei bei carmi (1). ‘Nel mistero degli amori ariostei, che secondo una gentile tradizione il Poeta ha voluto sottrarre alla nostra curiosità simboleggiandoli in un Amorino, che con l’indice della mano destra attraverso le labbra impone il silenzio, è opera quasi vana tentare di sorprendere il nome delle belle, che si succe- dettero nelle grazie di Ludovico, non certo con quella muta- bilità con cui appaiono e scompaiono i personaggi nelle ariose stanze del poema. (1) CataLANO, Vita, I, 388. FUND I LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 123 Pur troppo con esse viene a mancare non solo l’identifica- zione delle rime, ma anche gran parte delle stesse rime o perchè soppresse dal prudente autore al sorgere del nuovo sole che venne a riscaldare la sua anima, o perchè lasciate in balia della sorte disperditrice. Cosicchè delle poesie anteriori all’ultimo amore e particolar- mente di quelle rime che gli antichi editori e biografi ricor- dano e che il Poeta vagamente rammenta nel sonetto XXXI e nell’esordio del Furioso, XVI, nessuna traccia e nessun saggio sicuro abbiamo neppure nel gruppo pervenutoci. Il quale, tolti alcuni capitoli, si può con molta probabilità riferire alla Benucci, circoscrivendolo tra il periodo 1511-1512, che segna i primi approcci poetici vaghi e imprecisi, preludenti al tempo della tormentosa attesa, e l’epoca dell’appagamento pieno e felice. Esso ben s’adatta a lei e per l’unità ispiratrice e per la facitura, che rivela, nella maggior parte dei casi, l'esperto modellatore dei versi italiani, e per il contenuto, nel quale si ritrova la storia dell'amore, che al quarantenne poeta, non più in balia della spensieratezza giovanile, offriva, finalmente, quella calma spirituale e sensuale che invano da tanti anni aveva cercata. Perciò nell’esame di questo gruzzolo poetico non ci lasce- remo attrarre col De Gubernatis e col Campanini dall'illu- sione d’inseguire l’Ariosto nel suo vagabondaggio amoroso dietro facili o resistenti bellezze, che svegliarono in lui vampate d’amore più o meno lunghe; ma se mai ci avvicineremo all’opi- nione del Catalano, nella dolce illusione di respirare la fra- granza, con la quale Alessandra, da sovrana assoluta, teneva avvinto il maturo poeta. D'altra parte, sappiamo da lui stesso che aveva intenzione di celebrarla con versi, dedicandole, forse sull'esempio del Petrarca, un piccolo canzoniere, che ritraesse il progressivo accendersi del suo affetto, ondeggiante fra timori e speranze e fra pene e gioie, dai primi passi al fatale incontro di Firenze, dalle prime promesse contrastate nella realtà alla vittoria dei 124 G. FATINI due cuori, cullati nella pacata dolcezza dell’amore (Furioso, XXVII, 124): Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora, anzi prima che ’1 crin più mi s’imbianchi, che forse dirò un dì, che per me ancora alcuna sia che di sua fé non manchi. Se questo avvien (ché di speranza fuora io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi di farla, a mia possanza, gloriosa con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa. Attuò questo disegno, vagamente accennato in quest'ottava, che comparve fin dalla prima edizione? Non pare, almeno se prestiamo fede alla lettera, già ricordata, di Marco Pio, che è del 10 ottobre 1532. Le rime pervenuteci furono distribuite in due diversi gruppi: il Coppa, che fu il primo editore, raccolse i suoi 62 componimenti, tra i quali i due sonetti encomiastici (VI, VII), la canzone V, i capitoli II e III e un gruppo di stanze, con un criterio che probabilmente risponde a un concetto arti- stico suggerito dallo stesso Canzoniere petrarchesco; cioè quattro gruppi di sonetti (9, 8, 7, 4), ad ognuno dei quali seguono una canzone, un sonetto e un madrigale, tranne il primo e l’ultimo con 3 e 4 madrigali; poi un gruppo di 18 capitoli e infine le Stanze. Gli anonimi raccoglitori dei codici ferraresi 64 e 365 pre- sentano 57 componimenti — trascurano, nei confronti del Coppa 3 sonetti, 2 madrigali, una canzone e le stanze e portano in più una canzone e un sonetto — in un gruppetto iniziale di tre canzoni, cui vengono dietro 28 sonetti, interrotti al numero 11 e 25 da un madrigale e poi chiudono la silloge con cinque madrigali e 18 capitoli. Quale delle due raccolte s’avvicina di più, per la distribu- zione, al disegno dell’Ariosto ? Probabilmente la raccolta cop- pina, che è più aderente al Canzoniere, al quale il Poeta deve aver posto mente, sia per rompere la storia del suo amore con poesie d'altro soggetto, che segnano come tante pause nello LE “ RIME,, PI LUDOVICO ARIUSTO 125 svolgersi dell’intima lotta, sia per atteggiare quella storia, dopo le prime battute di vana ansietà, all’avvicendarsi di timori e di speranze, di scoramento e di letizia e infine di rassegnato ritorno a Dio, che invita al pentimento e alla preparazione spirituale del gran passo. In questo disegno, che l’Ariosto non portò a compimento, avrebbero trovato posto, opportunamente rielaborate, rime scritte in diversi tempi e verosimilmente anche qualcuna già ispirata da altra donna, mentre altre, che non s’intonassero al disegno, ne sarebbero rimaste escluse, e qualcuna vi avrebbe fatta la sua prima apparizione per rifinire con maggiore armonia il quadro. Con l’esempio del Petrarca (LXII) e dei suoi imitatori mi conferma in questa opinione la notizia data dall’Ariosto al Gonzaga, il 15 gennaio 1532, circa «alcune cosette » (1) che sì proponeva di stampare, e soprattutto il sonetto rivolto a Dio (XXIII), che dovrebbe chiudere l’intimo dramma d’amore che ha turbato il cuore del Poeta: Come creder debb’io che tu in ciel oda Signor benigno, i miei non caldi prieghi, se, gridando la lingua che mi sleghi, tu vedi quanto il cor nel laccio goda? Tu che ’1 vero conosci, me ne snoda, e non mirar ch’ogni mio senso il nieghi; ma prima il fa’ che, di me carco, pieghi Caron” il legno alla dannata proda. Iscusi l’error mio, Signor eterno, l’usanza ria, che par che sì mi copra gli occhi che ’1 ben dal mal poco discerno. L’aver pietà d’un cor pentito, anco opra è di mortal; sol trarlo da l'inferno, mal grado suo, puoi tu, Signor, di sopra. È un sonetto petrarchesco dei più comuni per il tema obbli- gato d’ogni canzoniere, che doveva su l’esempio del maestro (1) Lettere di L. A., a cura di A. Cappelli, Milano, 1887, p. 284. 126 G. FATINI comprendere una o più poesie di pentimento spirituale. L’Ariosto ne dette un solo saggio, forse perchè sentiva con la sconvenienza di mescolare cose profane alle divine l’aridità del motivo poetico, che non aveva nessuna risonanza nella sua fantasia. La preghiera a Dio perchè lo liberi dai lacci d'Amore è fredda, direi prosaica, specialmente nelle terzine, per quanto si svolga con studiata compostezza, su le orme del modello. Petrarchista, dunque, anche l’Ariosto: chi potrebbe negarlo! Se l’eco del Canzoniere risuona non di rado nei passi lirici del poema, particolarmente negli sfoghi amorosi, com'era possi- bile che egli si sottraesse al suo influsso proprio nella produ- zione lirica ? Il suo è un petrarchismo innegabile, anche perchè tutto il clima spirituale del Cinquecento ne era impregnato, e l'educazione dei giovani, pur informandosi all’ammirazione e all’assimilazione dei lirici latini, non poteva fare a meno dello studio di messer Francesco. Non è difficile trovare nelle rime dell’Ariosto la prova di questo studio. Il centone amoroso (cap. XXVII), che si chiude con un verso del Canzoniere accuratamente spigolato fra le varie poesie, può attestare questo fanatismo, che spingeva uomini, come l’Ariosto e il Bembo — per rimanere tra i maggiori — a una faticosa e insipida ricerca di parole, frasi e versi per mettere insieme un assurdo componimento, saggio di paziente pedanteria, che non ha nulla che vedere neppure con l’abilità (1). Di questa indulgenza alla moda petrarchesca altri esempi sono dati dal gruppetto di capitoli XX-XXVI, che proba- bilmente tanto il Coppa quanto i raccoglitori dei codici ferra- resi rifiutarono per la meschinità artistica di accogliere nelle loro raccolte (2). Essi trattano i soliti temi cari a quegli imitatori del Petrarca, che, rubacchiando al Canzoniere frasi, forme e stati d’animo, (1) Su questo centone vedi FatINI, Fortuna, 131-33, dove avrai la bibliografia. (2) Perla loro paternità rimando a FATINI, Fortuna, 78-83, 119-123, dove si trova anche la relativa bibliografia. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 127 per lo più di lega inferiore, si sono sbizzarriti nella ricerca mec- canica di antitesi, concettuzzi, immagini ardite, dando vita effimera ad una lirica effervescente, fredda, lambiccata e falsa. Anche l’Ariosto, cresciuto nella patria del Tebaldeo e nella città dove il Cariteo fece le sue armi e il Bembo affinò con queste esercitazioni, più tardi ripudiate, la sua abilità d’imi- tatore, non si rifiuta di stillare simili componimenti. Così dal repertorio petrarchesco prende i più vieti motivi, come quello dell'amore fermo e tenace, che riuscirà a vincere la ritrosia di Madonna, svolto intorno all'immagine barocca e diluita nei più minuti particolari di una rocca che non si espugna (ca- pitolo X.X); della lontananza del suo amore crudele e insensi- bile, che lo fa vivere in un continuo tormento (cap. XXI); della sua incontentabilità, che gli rende amare perfino le gioie del- l'amore (cap. XXII); della necessità che sente di rivolgersi ad altro affetto, dal momento che non spera più di piegare l'indurito cuore di lei (XXIII); della sua piena dedizione alla donna amata, cui ha donato col cuore tutta la sua libertà (XXIV); della gelosia che non si discompagna mai dall’Amore (XXV); di Amore che lo ha reso il più infelice degli amanti (XXVI). Anche questi motivi, se radicati e rivissuti nel cuore, possono accendere un raggio di luce poetica o una scintilla calorosa che li rinnovi; ma l’Ariosto in essi non si distingue da tanti altri: il repertorio petrarchesco gli serve per cercare concettuzzi lambiccati, antitesi strane, ripetizioni, immagini bislacche, insipidi ravvicinamenti, donde la poesia esula per rifugiarsi nella insincerità più artificiosa. Così nel capitolo XX, in cui la fortezza simboleggia la costanza d'amore, sfilano golfe immagini di guerra, che vorrebbero essere vigorose, ma rie- scono vuote e oscure. Ecco i nemici che assediano la fortezza: Li inimici, lo assedio ch'è di fuora, son gelosia, timor, odio, disdegno, disprezzo, crudeltà, lunga dimora. 128 G. FATINI Chi volesse ravvicinare questa rocca al castello di Atlante (II, 42-4 e X, 58), sentirebbe in queste immagini belliche solo la sconvenienza d’una caricatura non voluta. Qualche accento espressivo sì coglie nel XXI, in cui lo sfogo delle pene per la lontananza del suo amore, pur movendosi tra antitesi e ripetizioni, non manca d’una certa vivezza: Tu vivi lieto ed in me abbonda il pianto, tu altri godi ed io te sol aspetto; di bianco vesti, ed io di negro ho il manto. Talvolta sorprendi qualche tratto felice colto dalla realtà psicologica: Qualunque batte alla mia casa o porta subito corro e dico: — Fors'è il messo che del mio fino amor nova mi porta. — Poi il tono si abbassa alla poesia popolare, ma senza assumere di questa nè l’ingenuità nè il calore. Il capitolo X.XII, un breve ternario sul soggetto del notis- simo sonetto petrarchesco « Pace non trovo e non ho da far guerra », cerca la forza nelle antitesi per dipingere la sua irrequieta incontentabilità: Lasso! che bramo ancor, che più voglio io, se nulla cosa da voler mi resta, e son, senza disio, pien di disio ? Con un emistichio che si ripete quasi uguale ad ogni strofa, in una serie di concetti contrapposti, susseguentisi con virtuo- sismo descrittivo di due in due terzine, si svolge il cap. XXIII, «che vuole rappresentare il poeta nell'atto in cui s'induce a rompere il laccio amoroso che lo tormenta senza frutto, per rivolgere altrove il suo affetto: misero esercizio che non ha sempre il dono della chiarezza e che sì chiude con questa pro- salica e barocca strofe: ma ben tempo è ch'io pensi, parli o scriva, di dì, di notte, ove io mi fermi o vada, quanta causa a mia morte indi deriva; tal che stia in sella Sdegno e Amor cada. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 129 Non merita molte parole neppure il cap. XXIV, che è un elogio dell’amata costellato di immagini marine con l’immanca- bile « rocca del mio core »; nè il cap. XXV, che si svolge in un contrasto puramente enumerativo dei caratteri dell'Amore e della Gelosia. Più elevato di fattura e di concezione, per l’intonazione gentile, con cui s’apre in antitesi alla solitudine del suo cuore infelice, e per la viva partecipazione della Natura al dolore dell'amante, è il cap. XXVI intessuto naturalmente di espres- sioni e movenze petrarchesche. Or che la terra di bei fiori è piena e che gli augelli van cantando a volo, il mar s’acquieta e l’aria s’asserena; io, miser! piango in questi boschi solo e notte e giorno e dal mattino a sera, e la mia vita pasco sol di duolo. Nel caldo appello alle varie manifestazioni della Natura perchè testimoni delle sue pene, c'è anche una certa vigoria di sentimento, ma quando il Poeta coi soliti esempi storici e mitologici si dà a enumerare le rovine che Amore ha portate nel mondo, la sincerità svanisce e il capitolo si confonde con tante altre rimerie del tempo. Petrarchista dunque anche l’Ariosto, ma, se si eccettuano queste e qualche altra composizione, che hanno il carattere di esercitazioni giovanili, vedremo nel corso di questo studio che il suo petrarchismo è più esteriore che sostanziale. Mu La lirica italiana dell'Ariosto, rispetto al contenuto, può essere raccolta in tre gruppi: uno che sviluppa il motivo della indifferenza della donna, che il Poeta ama, senza alcuna speranza, nel segreto dei suoi sfoghi poetici; un secondo che ha per motivo centrale il reciproco innamoramento fiorentino, seguito da un periodo di penosa ansietà; un terzo che canta Giornale storico — Suppl. n° 235. 9 130 G. FATINI la vittoria, cui tien dietro la serenità della piena soddisfazione, raramente turbata. Non è facile individuare tutti i componimenti dei singoli gruppi, nè oserei escludere che qualcuno sia anteriore a questo periodo e perciò riferibile a donna diversa dalla Benucci, o non sia piuttosto una esercitazione retorica, dello stesso stampo di quei capitoli che abbiamo esaminati. Ma, siccome ai tini dell’arte è di scarso interesse l’identificazione della donna, a meno che la sua personalità spirituale non s’insinuì tra le movenze del componimento col suo profumo o con la sua potenza passionale, io penso che con questi raggruppamenti. anche se non troppo sicuri, sarà più facile valutare la lirica dell’Ariosto nel suo vario manifestarsi. Nove poesie, ‘se mal non ci apponiamo, costituiscono il gruppo che s’ispira al motivo caro al Petrarca e ai suoi imi- tatori: l’indifferenza di Madonna, che il Poeta persiste ad amare in silenzio, da prima perchè tutto il suo desiderio si raccoglie nel dolce vagheggiamento della sua bellezza, poi perchè ha paura di offenderla palesandole il suo cuore, tanto sì sente inferiore a lei. Egli soffre nel suo intimo e talora si agita, perchè sì contenterebbe solo di non essere disprezzato, tal altra teme di essere spinto dalla speranza a qualche atto d’imprudenza e sì sforza di dimenticarla, figurandosela insensibile e altera. Invano; la morte, che gli è cara venendogli da quest’amore, Sarà l’unica salvezza. Quanta realtà in queste poesie? Quale nucleo di verità avvolge questa silloge di versi così affini al mondo poetico petrarchesco ® Forse la realtà è più semplice di quanto non pala. Dopo tanta leggerezza e futilità di amori, intessuti di fugaci appagamenti e di effimere soddisfazioni, e forse mentre l’umile Orsolîina non era avara delle sue carezze all’inquieto poeta, una donna — Alessandra Benucci —, ben conosciuta e avvicinata anche per motivi di parentela, attira con la sua bellezza l’occhio del Poeta, come prima non aveva fatto; ma essa è sposa d'un amico, madre di sei figli, seria, inaccessibile. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 181 L’Ariosto lo sa, e comprende il rispetto che gli impongono la serietà di Alessandra, l’amicizia di Tito Strozzi, e anche il pericolo che un tale amore venga a conturbare la sua pace e a gettare su di lui, amante quasi quarantenne non riamato, l'ombra del ridicolo; ma al cuore, che per lei ha un battito più frequente, non nega il compiacimento di vagheggiarla e di seguirla con commossa ammirazione: forse sotto l’insistenza della sua repugnanza a palesare il suo amore si cela l'amarezza delle ripulse subìte. Sbocciano così dal suo labbro i versi come omaggio alla bellezza e alla onestà; il Petrarca aiuta a idealiz- zare ì rapporti fra i due, elevandoli in un’atmosfera irreale, in cui il platonismo è leggermente temperato dalla realtà e dalla fantasia del Poeta, costretto a ricercare in sè medesimo le manifestazioni di un dissidio esistente più nella mente che nel cuore. In questa ricostruzione, in gran parte letteraria, se la forma spesso è impeccabile, se l’espressione è elegantemente toscana, quella storia di una lotta interiore è piuttosto arti- ficiosa; ma sotto l’influsso dei latini e del Petrarca si ravviva e si trasfigura in una realtà fantastica, che trova non di rado la sua adeguata espressione. Ecco un madrigale (II), che con la grazia armoniosa d'un usignolo volteggia agilmente intorno alla bella per cantarle lassegnatamente la vanità del suo amore troppo unule per un obbietto sì elevato: Quando bellezza, cortesia e valore vostri o con gli occhi o col pensier contemplo, Madonna, io cerco e non vi trovo esseinplo. Io sento allor mirabilmente Amore levarsi a volo, e, senza di me uscire, seco trar così in alto il mio desire, che non l’osa seguire la speme, che le par che quella sia per lei troppo erta e troppo lunga via. 182 G. FATINI Troppo ardua l’impresa con donna sì bella e nobile; se per- siste teme di uscirne disfatto (son. VIII): Del mio pensier, che così veggio audace, timor freddo com’angue il cor m’assale; di lino e cera egli s'ha fatto l’'ale, disposte a liquefarsi ad ogni face. E quelle, del desir fatto seguace, spiega per l’aria e temerario sale, e duolmi ch’a ragion poco ne cale, che devria ostarli e sel comporta e tace (1). Quel « pensier » col « desio » e con la «ragione » spiace per l’ardita personificazione che materializza e raffredda i con- cetti, ma il quadretto che ne risulta, semplice e colorito, ritrae felicemente il dissidio tra il desiderio e la ragione, che dovrebbe convincere l’innamorato della sua inanità. Per gran vaghezza d’un celeste lume temo non poggi sì, ch’arrivi in loco dove s’incenda e torni senza piume. Seranno, oimè! le mie lacrime poco per soccorrergli poi, quando né fiume né tutto il mar potrà smorzar quel foco. Quest'ultimo verso, ampio e duro, ritrae assai bene la gravità dell'incendio. Il Poeta la comprende, ma non ha la forza di dirglielo, perchè ha paura di sdegnarla tanto da riceverne un tal dolore che lo conduca alla morte (mad. V): Oh se quanto è l’ardore, tanto, Madonna, in me fusse l’ardire, forse il mal c'ho nel core — osarei dire. A voi devrei contarlo, ma per timor, oimè! d’un sdegno, resto, che faccia, s'io ne parlo, crescerli il duol sì che l’uccida presto. (1) Per alenne di queste poesie veli il commento nelle mie Opere minori, pp. 291 sgg. e per la loro autenticità v. FATINI, Fortuna, pass. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 133 Nel motivo, comune a tutti gli imitatori del Petrarca, risuo- nano spontanee le note di dolcezza che ravvivano il sentimento, il quale, spogliato della esagerazione poetica, risponde a quel senso di trepidazione che doveva assillare il quarantenne ama- tore fino a... morirne. È vero che neppure la morte può spa- ventarlo, perchè venendogli da lei sarà il pregio più caro della sua vita (mad. X): Fingon costor, che parlan de la morte, un’effigie ad udirla troppo ria, ed io, che so che di summa bellezza, per mia felice sorte, a poco a poco nascerà la mia colma d’ogni dolcezza, sì bella me la formo nel disio | che ’1 pregio d’ogni vita è "1 morir mio. Amore e Morte dominano in questa ballatetta, ma non con lo spirito pessimistico del Leopardi, come taluno ha detto (1), sì bene con quella serena visione della vita che nel libero godi- mento della bellezza abitua a guardare senza apprensione anche all’al di là. La poesiola non ha nulla di misterioso, nè è suggerita, come vuole il Barutfaldi (2), «dal pensiero della «vita futura e dalla speranza di beata immortalità »;} nata in un momento di placida ispirazione, dà all'immagine della morte quell’aspetto sereno e attraente che vediamo in tutte le cose quando siamo tranquilli. Però questa visione ottimistica cede subito di fronte al tormento che gl’infligge Amore e che egli teme sia eterno (son. XXIV): Sarà che cessi o che s'alenti mai vostro lungo travaglio e ']l mio martire, o pur fia Puno e l’altro insieme eterno ? n _—— (1) Barone, in Giorn. stor., 55. 309-324; vedi un madrigale atline di Erasmo DA VaLvasovn, in Fanfulla d. Domen., XXXIII, 28, © dell’ALcrATO, in Giorn. stor., 16, 1857-88. (2) Vita di L. A., Ferrara, 1807, p. 235; per il commento vedi le mie Opere minori, pp. 3011-12. 134 G. FATINI Dopo una serie di domande rivolte ai sospiri, alle lacrime, alle preghiere, che sì succedono con intonazione prosaica, suggerite dal Canzoniere, CLXI, conclude coll’incolpare del suo tormento l’ardire e la poca avvedutezza: Che mio poco consiglio e troppo ardire soli posso incolpar ch’io viva in guai. Ma almeno l’amore non gli fruttasse il disprezzo dell'amata! Lo dice nel son. XXII, che con la mossa iniziale e i concetti tolti a due poesiole del Petrarca (V e XIII)si muove in un idea- lismo stilnovistico, fra battute dialogiche, che rompono un po’ il quadretto di maniera ritraendo l’intimo contrasto tra il compiacimento di vagheggiare tanta bellezza e la paura, con- fessata solo a sè medesimo, dell’inutilità del suo amore. Quando muovo le luci a mirar voi, la forma che nel cor m’impresse Amore, io mi sento aggiacciar dentro e di fuore al primo lampeggiar de’ raggi suoi. Ale nobil manere affisso poi, alle rare virtuti, al gran valore, ragionarmi pian piano odo nel core: — Quanto hai ben collocato i pensier tuoi! — Di che l’anima avampa, poi che degna a tanta impresa par c' Amor la chiami: così in un loco or giaccio or foco regna. Ma la Paura sua gelata insegna vi pon più spesso, e dice: — Perché l’ami, che di sì basso amante si disdegna ? — Su questo motivo il Poeta ritorna con la solita grazia, soffusa di malineonica eco petrarchesea (CKXXXIII), nel madrigale IX: Occhi, non v’accorgete, quando mirate fiso quel sì soave ed angelico viso, che, come cera al foco, over qual neve aì raggi del sol sete ? LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 135 Diverrete acqua — continua col solito frasario petrarchesco, che resta gelido, pur nella sua levigatezza musicale —; perciò cessate di guardarla, altrimenti . vi veggio alfin venir niente, ed io cieco restar eternamente. Artificioso e duro è al contrario il sonetto XXXIV, in cui se la prende con Amore « fiero veglio », che dopo averlo gettato «in basso stato » non si cura di colpire anche Madonna. Dalla canzone I, scritta dopo il 1513, si ricava che il povero Poeta molti tentativi aveva fatti prima di quella data per soffocare l’incipiente passione: selve, monti e fiumi sempre dipinsi inanzi al mio desire, per levarli l’ardire d’entrar in via, dove per guida porse io vedea la speranza star in forse. Ad uno di questi tentativi penso che si riferisca il capitolo XVI, che fu composto subito dopo la battaglia e il saccheggio di Ravenna (11 e 12 aprile 1512). L'Ariosto è così tormentato dalla piaga d'amore, che fa come l'orso del quale si dice che, per mitigare lo spasimo delle sue ferite, ricorre a tutto ciò’ che trova, col risultato d’inasprirle. Così, per dimenticare la sua donna ha tentato, non solo di allontanarsi da lei, ma di cercare uno spettacolo straziante, che per effetto dei contrari gli sconvolgesse talmente il cuore da distrarlo del tutto dal proprio male: Io solea dir tra me: - - Dove gioisce felice alcuno in riso, in festa, in gioco, non sto bene io, ché Amor qui si notrisce. - Il Petrarca gli aveva additata la via della solitudine, nella quale si rifugiava tanto volentieri, per non dare agli altri spet- tacolo delle sue pene; l'Ariosto cerca invece in una bolgia dantesca di «pianti e stride», che si levano dalle migliaia 136 G. FATINI di moribondi, confusi con mucchi di morti, lo stordimento che lo strappi alla vergogna di sè stesso. E va in un campo di battaglia, dopo che il selvaggio cozzo di due eserciti nemici e la voluttà di sangue e di saccheggio di soldati ubriacati dalla vittoria l'hanno trasformato in un orribile carnaio (1): il campo è quello di Ravenna, dove l’11 aprile 1512 i Francesi riporta- rono una sanguinosa vittoria, grazie al tempestivo intervento delle artiglierie d’Alfonso. Questa circostanza richiamò dalla vieina Ferrara tanti spettatori, fra questi l’Ariosto: lo venni(2) dove le campagne rosse eran del sangue barbaro e latino, che fiera stella dianzi al furor mosse; e vidi un morto e l’altro sì vicino, che, senza premer lor, quasi il terreno a molte miglia non dava il camino. E da chi alberga tra (aronna e "1 Reno vidi uscir crudeltà, che ne devria tutto il mondo d'orror rimaner pieno. Quest’'ultimi versi, allusivi alla strage compiuta dai Fran- cesiì, per vendicare nel tripudio della vittoria la morte del loro giovane comandante Gastone di Foix, ravvicinati ad un passo del Furioso (XIV, 8-9), dove il ricordo diventa severo richiamo per la crudele condotta degli stessi Francesi, confermano l'iden- titicazione della battaglia, la quale lasciò nel Poeta una impres- sione così profonda che l'eco ne risuonò più volte nello stesso poema (ITI, 55; XIV, 2-9; XXXIII, 40-41): Nuoteranno i destrier fin alla pancia nel sangue uman per tutta la campagna; ch'a sepelire il popol verrà manco tedesco, ispano, greco, italo e franco (III, 55). (1) Vedi su questa strage una Lettera di S. Postumo Silvestri, pub- blicata da R. RENIER per nozze Cian-Sappa Flandinet, e Pastor. Vita dei Papi, III, 6073-74. (2) Da questa espressione Il CATALANO ( Vita, I, 342) deduce — ma non mi paro una deduzione necessaria — la presenza dell'A. al saccheggio: per il commento del capitolo vedi le mie Opere minori, pp. 340-45. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 137 Sorge però il dubbio (1) che il capitolo non si riferisca alla Benucci, il cui amore divampò palese e gagliardo nel cuore del- l’Ariosto solo nel giugno 1513; ma il dubbio scompare, se questo tentativo di liberarsi da quella passione, che, nonostante il tono iperbolico della rappresentazione, ha tutti i caratteri della realtà vissuta, s'inserisce nei vari tentativi fatti prima del- l'incontro fiorentino. Sì obietterà che quei conati miravano in fondo a soffocare in sul nascere una passione, che non aveva assunto ancora un grado d’intensità quale appare da questa poesia. Non rispon- derò che anche nelle altre poesie sì parla d’un amore irresisti- bile che lo rendeva infelice, d’un tormento che non avrebbe trovato requie se non con la morte, per non sopravvalutare il valore di queste affermazioni poetiche. Ma, come si accettano per quel che valgono queste dichiarazioni, così non c’è ragione perchè non si debba ammettere che l’Ariosto, per vaghezza di contrasto, si sia spinto a colorire esageratamente la sua pena amorosa. D'altronde, non bisogna dimenticare che ci troviamo davanti ad un Poeta, e un Poeta che s’è spesso compiaciuto del paradossale. Chi vorrà prenderlo sulla parola quando dichiara di essersi mosso appositamente da Ferrara per cercare l'oblio del proprio strazio in un macabro spettacolo? Se non cono- scessimo l’animo mite dell'Ariosto, che abbandonò da giovane la vita militare, appena agli inizi, per istintiva repugnanza a macchiarsi di sangue umano (carm. LIV, vv. 43 sgg.), dovremmo immaginarlo sprovvisto di ogni senso umanitario; ma tutto si Spiega col tener presente da un lato la tendenza comune ai poeti e particolarmente all’Ariosto di non conoscere troppo la moderazione nel linguaggio, specialmente amoroso, e dal- l’altro che nello sfondo della sanguigna descrizione domina l’amore. Per me, dunque, il capitolo rientra nel gruppo dei versi che dipingono a colori più accesi del vero lo stato d'animo (1) CataLANO, Vita, 1, 393, 341-42. 138 G. FATINI dell’Ariosto, commosso dalla bellezza e dal desiderio della Benucci, ma deciso a impedire a sè stesso di farsene un’amante; egli rivedendola dopo qualche giorno dalla visita ravennate, più ammirabile e più splendida del solito, forse in uno di quei sontuosi banchetti che Bianca d’Este, contornata dalle più belle donne ferraresi dette in onore di Fabrizio Colonna, che era stato fatto prigioniero proprio nella battaglia di Ravenna (1), si sentì più vivamente turbato; il turbamento si ripercosse nella fantasia col rammarico della impossibilità di conquistarla. Gli balenò allora l’idea petrarchesca di rappresentare questa vanità del suo amore, mascherandola con lo sforzo di sottrarsi al suo fascino con la fuga, non nella solitudine, ma in quel campo di battaglia che in tutti gli animi gentili aveva lasciato un senso di sgomento e di orrore. Prese così quel campo come ter- mine di confronto per mettere in rilievo l’inutilità di quel ten- tativo davanti ad uno spettacolo d’'inaudita pietà e la gravità delle sue pene, dando un colorito romanzesco al suo inter- vento e un accento iperbolico al fallimento di quello sforzo. Così gli orrori di quella carneficina, che la curiosità o l'entu- siasmo della vittoria l’aveva tratto a contemplare, gli ritor- nano vivi sotto l’occhio della fantasia, in modo che la descri- zione ne risulta vigorosa, animata e colorita, ma lo sfogo delle sue pene amorose si svigorisce in accenti sforzati € declamatorii: Non fu la doglia in me però men ria; né vidi far d'alcun sì fiero strazio che pareggiasse la gran pena mia. Quello spettacolo non diminuì il suo affanno: l’esagerazione lirica risponde, senza dubbio, al mondo fantastico dei poeti, che spesso trovano nell'effetto del contrasto di elementi nor- malmente imparagonabili l’immagine o il concetto che traduca il loro sentimento: ma l’Ariosto ha chiesto troppo alla fantasia: LÌ (1) CataLANO, Tita, I, 344 e 410. LE “ RIME, DI LUDUVICO ARIOSTO 139 insistendo su la inutilità d’uno sforzo più voluto che sentito è caduto nelle gonfiezze della retorica. Grave fu il Ior martir, ma breve spazio di tempo die’ lor fin. Ah crudo Amore, che d'’accrescermi il duol non è mai sazio! Io notai che ’1 mal lor li traea fuore del mal, perché sì grave era, che presto finia la vita insieme col dolore. Il mio mi pon fin su le porte, e questo medesmo ir non mi lascia, e torna indrieto e fa che mal mio grado in vita resto. Io torno a voi, né del tornar son lieto più che del partir fussi e duro frutto de la partita e del ritorno mieto. - Segno che anche il cuore pur nell’atto in cui il Poeta dichiara solennemente che nessuna distrazione, nessuno spettacolo, nessuna forza di volontà era ormai capace di svellere la fiamma che lo consumava, era ben lontano dal soffrire le pene che le parole gli attribuivano. Tanto ciò è vero che lo stesso Ariosto di lì a poco si calmò o ebbe l’impressione di essersi calmato; perciò quel tentativo mira, forse, nella sua fantastica rappresentazione a mascherare uno stato psicologico impossibile o una vera ripulsa, dopo la quale alle proteste del cuore ribelle a cedere è successo un periodo di scontrosa ritirata, con un ritorno più assiduo alle carezze della madre del suo Virginio. L’'Ariosto, infatti, rivolse il desiderio «dove più sicura - strada pensai » atferma nella ricordata canzone, — finchè un coup de foudre venne a colpirlo improv- visamente, strappandolo alla illusione in cui s'era adagiato. Si entra così nella seconda fase di quest’amore, che si riac- cese in Firenze, in occasione delle feste di S. Giovanni, cele- brate, il 24 giugno 1513, con singolare pompa per la recente 140 G. FATINI elezione di Leone X, quando l’Ariosto che vi intervenne sì incontrò con lei in casa di comuni amici; nell’atmosfera gioiosa di tutto un popolo in festa, essi si sentirono più vicini e soli e, perciò, portati ad aprirsi con maggiore libertà. Firenze dunque riattizzò il fuoco su la cenere non bene spenta; lontana dal marito e dagli occhi sospettosi delle amiche, lusingata nel suo amor proprio di avere la compagnia di un Poeta, la cui fama aveva cominciato a varcare le mura di Ferrara, Alessandra accolse con benevolo compiacimento le parole d'amore e pro- mise di ricambiarlo. Il ghiaccio così era rotto, ma probabil- mente il riserbo della sposa, la prudenza della madre, le ultime resistenze della sua onestà, la paura delle malignazioni fre- narono in lei lo slancio della corrispondenza, in cambio rinvi- gorendola nel Poeta, che si sentiva angustiato, inacerbito e quasi offeso da quel comportamento che ai suoi occhi assumeva l'aspetto e la sostanza di una mancata promessa. In questa seconda fase l’atmosfera petrarchesca non è an- cora svanita, perchè alla resistenza di madonna Laura corri. sponde la resistenza di Alessandra, all’insistente pressione di messer Francesco, scosso da speranze e da dubbi, agitato dalla lunga attesa, corrisponde quella di messer Ludovico; in quello il dissidio religioso, in questo l’ardente sensualità acuisce il turbamento interiore, generando una lirica in cuì scorre una tenue nota di tristezza; per cui l'idealizzazione platonica, rom. pendo il velo petrarchesco, s’increspa di desideri, fremiti e rimbrotti sensuali, che non ammettono nè soste nè rinunzie, tutto però espresso in una forma riguardosa ed elevata. Il sonetto IV, che qualcuno (1) sospetta sia l'illustrazione d'un'impresa amorosa, è per me un calmo ma eloquente richiamo alla donna perchè il ricambio dell'amore non si limiti a sole parole, a soli sorrisi. Che altro vuol dire il Poeta col ricordarle l'esempio dell'aquila, che è pronta a ripudiare pei figli gli aqui. (1) Vedi Sanza, Studi, pp. 86-90, 176; FATINI, Fortuna, 56-00 o le mie Opere minori, pp. 303-304. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 141 lotti, se alle qualità esteriori non congiungono ancora l’acutezza della vista? Da lei prenda esempio l'amante accorto: Ché la sua donna, sua creder che sia non dee, s’a’ suoi piacer, s’a’ desir suoi, 8’a tutte voglie sue non l’ha conforme. Non siate dunque in un da me diforme, perché mi si confaccia il più di voi; ché o nulla o vi convien tutta esser mia. Il paragone, che si sorregge con robusta evidenza, nella prima quartina, diviene poi stentato e prolisso, e il sonetto, piuttosto freddo, si fa prosaico nelle terzine dure e impac- ciate. Gli sale invece dall’intimo del cuore, avvinto da tanti lacci e non ancora intieramente appagato, il canto nel son. IX; la descrizione è leggera, agile e viva; pur intessuta di fili pe- trarcheschi (CKXKX XIII, CXLI ecc.) e con una lunga personi- ficazione non troppo a posto, l’occhio la segue incantato nella tenue trama: La rete fu di queste fila d’oro in che "1 mio pensier vago intrieò l’ale, e queste ciglia l'arco, i sguardi il strale, il feritor questi begli occhi foro. lo son ferito, io son prigion per loro, la piaga in mezo "1 core aspra e mortale, la prigion forte; e pur in tanto male e chi ferimmi e chi mi prese adoro. Per la dolce cagion del languir mio o del morir, se potrà tanto "1 duolo, languendo godo, e di morir disio; pur ch’ella, non sappiendo il piacer ch'lo del languir m'abbia o del morir, d'un solo sospir mi degni o d'altro affetto pio. Anche qui, in tanta morbidezza di sentimento palpabile, compare l’ombra della morte. La quale, se è come un'ossessione 142 G. FATINI poetica di tutti i petrarchisti, lieve lieve si presenta all’Ariosto, quasi una carezza che porta la vita tra i versi semplici e armo- niosi (mad. III): Amor, io non potrei aver da te se non ricca mercede, poi che quant’amo lei — Madonna vede. Deh! fa’ ch’ella sappia anco quel che forse non crede, quanto io sia già presso a venir manco, se più nascosa l’è la pena mia. Ch’ella lo sappia, fia tanto solevamento a’ dolor miei, ch'io ne vivrò, dove or me ne morrei. La ballatetta si chiude col motivo centrale della celebre canzone « Chiare, fresche e dolci acque », senza però che l’imma- gine della morte disperda la speranza della «ricca mercede », a cuì il Poeta aspira col tenero invito, che indirettamente le rivolge, prospettando il pericolo di perdere la vita che corre il povero amante. Qualche volta però il tema della morte offre il pretesto per lamentarsi del martirio, cui l’insensibilità (son. XI) della donna lo condanna, giacchè a lui per darle prova della profondità del suo affetto non resta che morire: Ben che ’1 martir sia periglioso e grave, che ’1 mio misero cuor per voi sostiene, non m’ineresce però, perché non viene cosa da voi che non mi sia soave; ma non posso negar che non mi grave, non mi strugga ed a morte non mi mene; clié per aprirvi le mie ascose pene, non so, né seppi mai volger la chiave. Scorrevole e chiaro non manca di sincerità, che lascia intra vedere l'ansia ancora inappagata del Poeta bramoso d'amore, ansia che si apre in uno sfogo desolato nel sonetto XXXII, LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 143 contorto e poco chiaro (1), forse perchè contesto di frasi fati- cossamente cercate nei modelli petrarcheschi, per svolgere un motivo tanto comune aì rimatori; ma la prima quartina, che col vago accenno alla sorte allude forse all’amara servitù estense, è un vivace rimpianto della perduta tranquillità: Lasso! i miei giorni lieti e le tranquille notti che i giorni già mì fér soavi, quando né amor né sorte m’eran gravi, né mi cadean da li occhi ardenti stille... Per quanto anch'esso suggerito dallo stesso motivo, il madri- gale XII è un grazioso scherzo che imita un componimentino degli Hendecasyllabi pontaniani (I, Ad BatylIam) sul tema « Dal « dolce il fiele, dall’amaro il miele » (2): Quando ogni ben de la mia vita ride i dolci baci niega; se piange, allor al mio voler si piega; così suo mal mi giova e "1 ben m’accide. Chi non sa come stia fra il dolce il fele provi, come provo io, questo ardente disio, che mi fa lieto viver e scontento... Variazioni d’antitesi e di concettuzzi, che riducono la lirica ad un gioco di parole, dalle quali, nonostante ciò, sì spande nel versi una soave armonia. Però non sempre l’ombra della morte s’insinua nei componimenti dell'Ariosto: il desiderio più vivo, la speranza insistente, il rimprovero all'amata sug- geriscono ora una poesia (XVI) con la solita tirata contro il destino, che gli impedisce di rinunziare all’appagamento del suo cuore: un sentimento sciupacchiato dalla vieta figurazione di Amore arciere e incatenatore, che si chiude con uno scatto (1) Sul testo di questo contorto sonetto vedi Farini, Fortuna, 72-73. (2) Vedi B. SoLbati, La fortuna d'un epigramma del Pontano, Perugia, 1906. 144 G. FATINI d’impazienza, espresso con un verso (1) preso di peso dal Can- zoniere (XLVIII): Deh! voless’io quel che voler devrei, deh! serviss’io quant'è il servir accetto, deh! Madonna, l’andar fuss’interdetto, dove non va la speme, ai desir miei; ora un’altra col garbato ammonimento che la sua costanza meriterebbe almeno un principio di mercede (mad. VI): Se voi così mirasse alla mia fede, com’io miro a’ vostr’occhi e a vostre chiome, ecceder l’altre la vedreste, come vostra bellezza ogni bellezza eccede. E come io veggio ben che l’una è degna, per cui né lunga servitù né dura noiosa mai debbia parermi o grave, così vedreste voi che vostra cura dev’esser che quest’altra si ritegna sotto più lieve giogo e più soave, e con maggior speranza che non àve d’esser premiata, e se non ora a pieno come devriasi, almeno con un dolce principio di mercede. Ecco la meta! Quelle bellezze fisiche, che la rendono superiore a tutte le donne, gli sono penetrate nel sangue facendogli per- dere il senno: Ù Chi salirà per me, Madonna, in cielo, a riportarne il mio perduto ingegno ? Si domanda con accento direi quasi gioioso e soffuso di lieve umorismo (Furioso, XX XV, 1). Per lui non occorre un Astolfo, come per Orlando, che salga tanto in alto; la sua meta (1) « E per troppo spronar la fuga è tarda » cfr. col v. 12-14 « ogni «cavallo - non corre sempre per spronar, e veggio, - per punger troppo, «aleun farsi restio ». LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 145 è più vicina, è quella che avidamente beve cogli occhi negli occhi di Madonna: Ché "1 mio non credo che tanto alto alloggi. Ne' hei vostri occhi e nel sereno viso, nel sen d'avorio e alabastrini poggi se ne va errando; et io eon queste labbia lo corrò, se vi par ch'io lo riabbia. E allora perchè non appagarlo? Perchè non mantenere le promesse fatte ? Ogni promessa è un sacramento; non è lecito a nessuna donna venir meno alla parola data. Chè se, pentita, non la manterrà subito, male egli teme che a lei ne venga. Questo è il tema svolto nel capitolo XV con accento bonario, che mira a convincere con la forza della logica anzichè col calore del sentimento; si ritrova qui l’autore delle Satire, col linguaggio ingentilito dalla lingua amorosa e nel tono dalla imitazione del Petrarca. Il rimprovero è pacato e conte- nuto dal frasario petrarchesco: l Se promettendo aveste pensier fermi d’attener, indì li mutaste, io voglio, ed ho perpetuamente da dolermi. Del mio giudicio rio prima mi doglio che le speranze mie sparse ne l’onde, credendomi fondarle in stabil scoglio. Ma l'intimo corruccio riesce presto a sollevarlo, perchè, se egli teme per la fama di lei, . +. + +. perché vi mostra volubil più eh'al vento arida fronde, gli duole soprattutto che ella lo abbia ingannato: Ma se diversa era la mente vostra da le promesse, ed altro era in la bocca, altro nel cor, ne le secrete chiostra, questo fu inganno, e più dirò che tocca di tradimento, ma di par la fede e per questo e per quel morta trabocca. Giornale storico — Suppl. n° 25. 10 146 G. FATINI La parola è amara, ma d’un’amarezza schietta, che rivela il disagio dell’uomo inappagato: e si mantiene più accorata che in un passo elegante e armonioso del poema (1): La fede mai esser non dee corrotta, o data a un sol o data ch’odan cento, data in palese o data in una grotta. Per la vil plebe è fatto il giuramento, ma tra li spirtì più elevati sono le simplici promesse un sacramento. È vero che altrove il Poeta non esita a consigliare la donna a non prestar fede alle promesse degli uomini (Furioso, X, 5-6), sempre pronti, appena appagati, a dimenticar tutto; ma qui è il Poeta insoddisfatto e ansioso, che mira a piegare Ma- donna con le lusinghe del canto. Perciò con delicato trapasso, che rivela acuto intuito psicologico, lascia il rimprovero per ricordarle che anche la bellezza fugge: il «carpe diem » ora- ziano affiora mollemente dai versi perchè la donna diventi arrendevole: Se da le guance poi cadon le rose, fuggon le grazie, se riman la fronte crespa e le luci oscure e lacrimose, se l’auree chiome e con tal studio conte imutan color, se si fan brevi e rare; de’ vostri danni è vostra colpa fonte. Ma non insiste troppo su la brutta immagine della vecchiaia. che potrebbe indisporla; torna perciò a rimproverarla per la mancata promessa, ammonendo che gli dei puniscono seve- ramente i mancatori di parola, specialmente quando questa è data a chi si fida. (1) La fede unqua non debbe esser corrotta o data a un solo o data insieme a mille, 6 così in una selva, in una grotta, lontan da le cittadi e da le ville. (Fur., XXI, 2). LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTU 147 Ma da questi versi, coi quali il Poeta mette innanzi l’ultimo argomento per convincere l’amata, esce un accento ironico, che svanisce subito in espressioni di sincero rammarico: Come temo io che ve ne venga male, se ’] pentir prima e ’l satisfar non giugne a cassar questo error più che mortale! S’a voi per mia cagione o macchiar l’ugne, o vedessi un crin°mosso, oimè, che doglia! Solo il pensarvi me da me disgiugne. In quest’ultimo verso la paura d’un’offesa fatta a lei è espressa con calore e semplicità: ormai la sua anima non palpita che per lei. Le canzoni II e III riprendono il solito tema della indiffe- renza di Madonna e della paura di essere disprezzato; in quella egli si confessa ‘degno di compassione, per avere con tanta audacia rivolto il suo amore troppo in alto, pago solo di non essere preso a sdegno da lei; in questa giura che pur disperando, dopo mio lungo amor, mia lunga fede, e lacrime e suspiri ed ore tetre, di vincerne la indifferenza anzi la crudeltà, non potrà non amarla sempre. Per la forma ricercata e per il contenuto figu- rerebbero, meglio, entrambe, nel gruppo della fase preparatoria di questo amore, dove l’avremmo relegate, se la prima non ricordasse vagamente il fatale incontro e i suoi precedenti con questa strofe non priva di movimento lirico: È questo che io temo ora, non è ch'io non temessi prima che sì perdessi in tutto il cuore; e qual diffesa allora, e quanto lunga io féssi per non lasciarlo, è testimonio Amore. Ma il debile vigore non puote contra l’alto sembiante e le divine 148 G. FATINI manere e senza fine virtù e bellezza, sostener l'assalto; così il cuor persi e seco perdei il sperar d’averlo mai più meco. Le ultime espressioni e tutto l’insieme ricordano la can- zone I, alla quale ci riporta anche l’altra in cui il desiderio di ottenere al mio real servir qualche mercede serpeggia soffocato da un vieto frasario petrarchesco. Agile e colorita la prima, sorretta da una fresca ispirazione ideali- stica, aleggiante intorno alle belle doti di Madonna, impacciata e retorica la seconda, le due canzoni, se appartengono a questa fase, sono come una sosta lirica su viete posizioni, che turbano il progressivo accendersi della fantasia del Poeta sotto lo sti- molo della lunga attesa. La quale finalmente non appare più lontana; il Poeta con intuito felice, che si riflette subito come una soave carezza nella sua fantasia, lo deduce da un piccolo avvenimento: Catullo 8’era commosso nel vedere Lesbia con gli occhi arrossati di pianto per la morte del passero (III); l’Ariosto apre il cuore alla speranza nel vedere la sua donna turbata per la morte di un capriolo (son. XVIII) a lei caro: Quel capriol, che con invidia e sdegno de’ mille amanti a colei tanto piacque, che con somma beltà per aver nacque di tutti i gentil cori al mondo regno, turbar la fronte, e trar, pietoso segno, dal petto lì sospir. dagli occhi l’acque alla mia donna, poì che morto giacque, e d’onesto sepolcro è stato degno. Che sperar, bene amando, or non si deve, poi che animal senza ragion si vede tanto premiar di servitù sì lieve ? Né lungi è ormai, se de’ venir mercede; ché, quando s’incomincia a sciòr la neve, ch’appresso il fin sia il verno è chiara fede. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 149 La morbida visione di questa scena prepara la vittoria, che ha il suo preannunzio nel madrigale VII, dove Madonna è dal Poeta delicatamente immaginata vinta anch’essa da Amore, che la guida, non più renitente, al sacro colle delle Muse: A che più strali, Amor, s'io mi ti rendo? Lasciami viva e in tua prigion mi serra. A che pur farmi guerra, sio ti do l’arme e più non mi difendo ? Perché assalirmi ancor, se già son vinta f Non posso più; questo è quel fiero colpo, che la forza, l’ardir, che ’1 cor mi tolle; l'usato orgoglio ben danno ed incolpo. 0r non recuso, di catena cinta, che mi meni captiva al sacro colle; lasciami viva, e molle carcere puoi sicuramente darmi; ché mai più, Signor, armi, per esser contra a' tuoi disii, non prendo. Sotto il trito frasario del cantore di Laura non è difficile sorprendere il timido accento di gioia, che preannunzia il pieno appagamento dei due cuori: quell’accento trova immediata rispondenza in una poesiola, che, prese le mosse formali dal sonetto CCXX XIV del Canzoniere, lascia scorrere liberamente dalle sue quartine l’onda della felicità pregustata (son. III): O sicuro, secreto e fidel porto, dove, fuor di gran pelago, due stelle, le più chiare del cielo e le più belle dopo una lunga e cieca via m'han scorto; ora io perdono al vento e al mar il torto, che m'hanno con gravissime procelle fatto sin qui, poi che se non per quelle io non potea fruir tanto contorto. Tutto egli dimentica, ché tal mercé, cor mio, ti si prepara, che appagarà quantunque servi e servi. 150 G. FATINI * * * Ma siamo già nella terza fase, dove l’Ariosto lirico, svin- colatosi dai legami del petrarchismo, si palesa con tutta la sua personalità, perchè alla realtà d’un amore pienamente ricam- biato corrisponde una commozione fantastica, che trova quasi sempre la sua adeguata espressione poetica. Naturalmente l’amore, anche quando la morte generosamente liberò Ales- sandra dal marito, non si mosse sempre su di un sentiero vel- lutato e fiorito di rose; e perciò anche in questo gruppo di poesie, che è il più copioso, l'inquietudine, l’assillo del dubbio sulla fedeltà, 11 sospetto di un raffreddamento o il contrattempo di una dilazione, il dolore della lontananza, il disagio di una contrarietà, una malat tia ed altro hanno la loro eco; ma non più con le modulazioni obbligate dalla moda o intonate ai motivi di messer Francesco, sì bene libere, spontanee, soffuse più che ricche di sentimento, di colore, di vita. Se una nota petrarchesca cè, vi appare nella maggior parte dei casì di straforo e formale, quasi sempre ravvivata dal fuoco della passione o dalla calda luce della realtà, quella e questa rivis- sute, spesso, con la sensibilità squisitamente pagana dei latini. In queste poesie senti il Poeta di Alcina e di Angelica, che 32 trasfigurare a simbolo d'una verità superiore una verità uma- namente vissuta. Dopo lo squillo di gioia che annuncia l’imminenza della vittoria, ecco l'ora del gaudio, che suona a festa dal cuore del Poeta (cap. VII): Forza è ch'alfin si scopra e che si veggia il gaudio mio dianzi a gran pena ascoso, ancor ch'io sappia che tacer si deggia. Canto schietto, amabilmente arguto, che si spande con quella pienezza di gioia, che egli efficacemente ritrae con una simili» tudine colta dal vero: LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 151 . come poi ch'’alle calde aure estive si risolveno e giacci e nevi alpine, crescono i fiumi a par de le sue rive; ed alcun, disprezzando ogni confine, rompe superbo li argini ed inonda le biade e i paschi e le città vicine; così quando soverchia e sovrabonda a quanto cape e può capir il petto, convien che l'allegrezza si diffonda, e faccia rider li occhi e ne l’aspetto ir con baldanza e d’ogni nebbia mostri l'aer del viso disgravato e netto. La reminiscenza dantesca, che rende più visibile la letizia esteriore del Poeta, conchiude pittorescamente la s»imilitu- dine, facendo vedere la gioia che dal fondo dell'anima inonda visibilmente gli occhi e il viso; meglio della seguente compara- zione, che nel suo artificio conduce l’autore sulla via del ragio- namento, ad analizzare con sottigliezza i moti interiori, anzichè a sorprenderli con l’intuito della fantasia. Per fortuna egli si arresta e ritorna alla semplice e fresca effusione, nella quale l’idealizzazione platonico-petrarchesca non ha più posto: Sappil chi "1 vuol saper, ch'io son sì pieno, sì colmo di letizia e di contento che non la cape a una gran parte il seno; ma la cagion del gran piacer ch'io sento, non vuol ehe suoni voce o snodi lingua; e faccia Dio, se mai di ciò mi pento, che l’una svelta sia, l’altra si estingua. Però il lettore — sono sicuro — si aspettava di leggere un altro canto, che squillando dal labbro del Poeta ripete il gaudio che gli invade il cuore pienamente soddisfatto (cap.VIII): O più che ’1 giorno a me lucida e chiara, dolce, gioconda, aventurosa notte, quanto men ti sperai, tanto più cara! 152 G. FATINI Un onda di raffinata voluttà s'indugia per tutte le terzine di questo capitolo, che descrive uRa notte d’amore, con la par- tecipazione alla incontenibile sensualità dei due amanti di tutti gli elementi, la notte e la lucerna, il sonno e il letto, la porta della camera e la bellezza dell’amata; ai quali elementi egli è grato perchè gli hanno concessa tale dolcezza che non invidio il lor nettare ai dei. Può darsi che Properzio, Enea Silvio Piccolomini, il Pou- tano e Tito Vespasiano Strozzi (1) abbiano prestato i colori . della loro pagana tavolozza alla fantasia dell’Ariosto stimolan- dola a rivivere nell’ardore immaginativo della realtà a lui nota una notte d’amore, che non avrebbe perciò nessun rapporto con la dedizione di Alessandra. Il riserbo gelosamente conser- vato dall’Ariosto sui suoi amori e particolarmente su quello con la Benucci, lo escluderebbe, e forse il capitolo, che già si trova raccolto in un manoscritto della fine del secolo XV,0 tutt'al più del primo decennio del Cinquecento, rientra fra quei componimenti giovanili che cantavano all'ombra dei lirici latini facili conquiste più o meno vere. Ma è naturale che, leggendo le terzine di questo capitolo. gonfie e gorgoglianti di pagana voluttà, si pensi subito al Poeta. che finalmente ha trovato nella sua Alessandra il pieno appa- gamento del cuore. Quale abisso fra questo canto squillante di gioia e il vago sogno appena appena vagheggiato dal Petrarca di trovarsi con Laura «solo una notte e mai non fosse l’alba », o l'invito rivolto alla cameretta e al letticciolo testimoni delle sue pene (CCXNXXIV)! tra la concezione idealistico-amorosa di messer Francesco e quella impetuosamente sensuale degli uomini del Rinascimento! ————€ (1) Sulle fonti e sulla fortuna di questo capitolo vedi SALZA, Studi. pp. 68 sug. e FATINT, Fortuna, 60-61. LE “ kIME,, DI LUDOVICU ARIOSTO 158 Nell’incalzare delle apostrofi che si susseguono con impeto sempre più vivo, lo stesso ritmo si fa più rapido e penetrante: dalla notte alle stelle, dal sonno alla porta, alla mente... O mente ancor di non sognar incerta, quando abbracciar da la mia dea mi vidi, e fu la mia con la sua bocca inserta! O benedetta man, ch’indi mi guidi; o cheti passi che m’andate inanti; o camera, che poi così m'attidi! O complessi iterati, che con tanti nodi cingete i fianchi, il petto, il collo. che non ne fan più l’edere o li acanti! E la bocca, e il fiato, e il letto: Voi tutti ad un ad un, ch’ebbi de l'alto piacer ministri, avrò in memoria eterna, e quanto è il mio poter sempre vi essalto. Le immagini di Ricciardetto e di Fiordispina (XXV, 69) e particolarmente quelle di Ruggero e di Alcina (VII, 27-32), balzano dalle loro ottave più eleganti e più raffinate per con- fondere la piena della loro voluttà con quella di questi versi: sorgente l’una e l’altra dal fondo d’un cuore avido di godere e da una fantasia adagiantesi in una mollezza ovidiana (Meta- morfosi, IV): Or sino agli oechi ben nuota nel golfo de le delizie e de le cose belle. Così col suo Ruggero (VII. 27) nell’ebbrezza della gioia, può ripetere l’Ariosto, che, a differenza dei modelli, s’indugia nell’elogio della lucerna, non per uno scherzoso capriccio d’acco- munare alla sua letizia quel modesto strumento della luce notturna, ma per aver modo di enumerare con voluttuosa compiacenza le bellezze fisiche dell'amata, che la fantasia scol- pisce nette e sgombre di aggettivi, perchè il loro effetto sugge- stivo sì comunichi più rapidamente dagli occhi ai sensi agitati e sconvolti: 154 G. FATINI Quanto più giova in sì suave effetto pascer la vista or de li occhi divini, or de la fronte, or de l’eburneo petto; mirar le ciglia e l’aurei crespi crini, mirar le rose in su le labra sparse, porvi la bocca e non temer de’ spini; mirar le membra, a cui non può uguagliarse altro candor, e giudicar mirando che le grazie del ciel non vi fiùr scarse, e quando a un senso satisfar, e quando all’altro e sì che ne fruiscan tutti, e pur un sol non ne lasciar in bando! Qui il ritratto animato d’una bella donna gareggia con le pitture del Tiziano, irraggianti dai loro corpi pastosi e morbidi il trionfo della carnalità più prosperosa: per questo il capitolo si diffuse manoscritto e stampato, e trovò imitatori, uno dei quali osò perfino adattarlo a cantare le lodi del Natale di Gesù (1). Con la vittoria il Poeta è tratto ad esaltare, senza infingimenti artiticiosi e con piena aderenza alla bella immagine che la fan- tasia s'è raffigurata e della quale vive, le doti fisiche di Alese sandra. Ecco un quadro incantevole, nel quale la visione pittorica è tutt'una con la visione fantastica delle bellezze della sua donna. che stilano con una lentezza armoniosa, come se il Poeta indu- giasse per gustarne adagio adagio la suggestiva fragranza (2) (son. XXV): Madonna, sete bella e bella tanto, ch'io non veggio di voi cosa più bella; miri la fronte o l'una e l’altra stella, che mi scorgon la via col lume santo; (1) Barberin. lat. 3887, c. 54 db; secondo il BAROTTI (Opere di L. A. VI, pp. 107-108), Celio Calcagnini lo ridusse in latino; un’ampliti- cazione del cap. è in cod. Asbhurn. 1073, ec. 99-100. (2) Per la imitazione fattane da alcuni poeti francesi vedi le mie Opere minori, p. 300. LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 155 miri la bocca, a cui sola do vanto, che dolce ha il riso e dolce ha la favella, e l’aureo crine, ond’Amor fece quella rete che mi fu tesa d’ogni canto; , o di terso alabastro il collo e il seno, o braccia o mano, e quanto finalmente di voi si mira, o quanto se ne crede, tutto è mirabil certo; nondimeno non starò ch’io non dica arditamente che più mirabil molto è la mia fede. Peccato quel concettuzzo finale, che mette d’un tratto sul quadro un piccolo sgorbio per far posto ad un vieto contrasto petrarchesco! Questi spunti artificiosi, specialmente verso la chiusa del componimento, non mancano anche in altre poesie, come nei sonetti XIV e XV, in cui l’Ariosto alla celebrazione delle doti fisiche di Madonna contrappone quella delle doti morali e intellettuali, smorzando così nella serenità contem- plativa delle prime quella calda luce che riempie di visiva dolcezza la prima quartina delle due poesiole: Quando prima i crin d’oro e la dolcezza vidi degli occhi e le odorate rose de le purpuree labra e l'altre cose ch’in me creàr di voi tanta vaghezza, pensai che maggior fusse la bellezza di quanti pregi il ciel, Donna, in voi pose. Altri loderà il viso, altri le chiome de la sua donna, altri l'avorio bianco di che formò Natura il petto e il fianco: altri darà a’ begli occhi eterno nome; ma lui ne esalterà l'ingegno, l'animo, la facondia, l'onestà, cce.: omaggi di galanteria un po’ leziosi e petrarcheggianti (CXLVI), che raffreddano l’ispirazione; sempre migliori però del son. V, che in una artificiosa e oscura progressione vorrebbe cantare la felicità di tutto ciò che avvicina Madonna, superata solo da quella che gode chi ha la fortuna di amarla. 150 G. FATINI L'ispirazione ritorna schietta e placida, senza il turbamento della passione prepotente, nel madrigale VIII: la contentezza brilla luminosa dai versi come dal volto del Poeta, per diffon- dersi con pacata serenità in immagini dalla luce attenuata e dai colori moderati: nello sfondo il paesaggio lunare emana un sorriso di pace. La bella donna mia d’un sì bel fuoco e di sì bella neve ha il viso adorno, ch’Amor, mirando intorno qual di lor sia più bel, si prende giuoco. Tal è proprio a veder quell’amorosa fiamma che nel bel viso sì sparge, ond’ella con soave riso sì va di sne bellezze inamorando; qual è a veder, qualor vermiglia rosa scuopra il bel paradiso de le sue foglie, allor che ’1] sol divise. da l’oriente sorge il giorno alzando. E bianca è sì come n’appare, quando nel bel seren più limpido la luna sovra l’onda tranquilla coi bei tremanti suoi raggi scintilla. Sì bella © la beltade che in quest’una mia donna hai posto, Amor, e in sì bel loco, che l’altro bel di tutto il mondo è poco. A questo stato d’animo tranquillo deve riferirsi la canzone I. che è come una storia idealizzata dell'amore per la Benucci, scritta nella pienezza dei desideri soddisfatti, per rendere ancora un omaggio a lei, o forse per suo desiderio. Essa s’ispira, nella concezione generale, alla nota canzone delle Metamorfost (XXIII, Canzoniere), che ha imprestato anche qualche linea: ma lo spirito informatore deriva dalla serena visione con cu l'occhio del Poeta avvolge tutto il passato: dalle prime impres- sioni che lo trassero a vagheggiare la bella donna, agli sforzi fatti per soffocare la nascente passione, dall’incontro di Firenze al reciproco innamoramento e alla gioia della presente schia- LE “ KIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 157 vitù. Le strofe sono pittoriche, senza slancio passionale, ani- mate da un sentimento che si sorprende più nella calma, quasi idilliaca, e nel tono armonioso delle espressioni che nella forza delle idee. Il ricordo dei tentativi compiuti per sottrarsi al fascino della sua bellezza, e pertino la rievocazione della lotta interiore tra la speranza e la certezza di non poter riuscire, sono delineati con tocchi placidi e morbidi, che ravvivano il frasario e le reminiscenze petrarchesche, perchè su di essi sì proietta serena la letizia del presente, che induce a vedere roseo anche il passato. Il Poeta s’indugia particolarmente su l’incontro fiorentino, che è come il punto centrale della canzone (1); il richiamo dei festeggiamenti serve a porre in più fulgida luce la donna.. Porte, finestre, vie, templi, teatri vidi piene di donne a giuochi, a pompe, a sacrifici intente, e mature ed acerbe, e figlie e matri ornate in varie gonne; altre star a conviti, altre agilmente danzare; e finalmente non vidi, né senti’ ch’altri vedesse, che di beltà potesse d’onestà, cortesia, d’alti sembianti voì pareggiar, non che passarvi inanti. Il pensiero del lettore corre alla descrizione delle feste di Damasco, mentre le donne dalle finestre addobbate si prepa- rano ad assistere alla giostra (Furioso, XVII, 20-21): Adorna era ogni porta, ogni finestra di finissimi drappi e di tapeti, ma più di belle e ben ornate donne di rieche gemme e di superbe gonne. Vedeasi celebrar dentr’alle porte, in molti lochi, solazzevol balli. (1) Per la illustrazione della canzone vedi il mio commento in Opere minori, pp. 264-74. 158 G. FATINI La stessa vivacità e varietà di colori; ma nella canzone tutto per dar risalto alla bellezza di Alessandra. Così nella descrizione raffinata dell’acconciatura c’è il ricordo di Alcina (VII, 9-13) con le sue grazie voluttuose, come nella figura qualche linea di Angelica, ma c’è soprattutto la realtà femminile quale ì pittori del Rinascimento hanno eternato; c’è Alessandra quale gli era apparsa in Firenze e in Ferrara in mezzo alle belle amiche, e con quella elegantissima acconciatura, cui conferivano va- ghezza anche le ricche vesti trapunte da imprese d’amore. Trovò gran pregio ancor, dopo il bel volto, l’artificio discreto, ch’in aurei nodi il biondo e spesso crine in rara e sotil rete avea raccolto; soave ombra dirieto * rendea al collo e dinanzi alle confine de le guance divine, e discendea fin all’avorio bianco del destro omero e manco. Con queste reti insidiosi Amori preson quel giorno più di mille cori. Gli Amorini petrarcheschi (Canzon., III), che ritornano più vezzosi dei nostri a volare con aria birichina intorno ad Al- cina (Furioso, VI, 75), portano una nota di leggiadria e di grazia, che raggentilisce, smorzando le tinte della descrizione, tutta la scena e le linee del ritratto quali si presentano, a distanza di tempo, alla fantasia del Poeta, accesa dal ricordo, ed al cuore contento del presente. Siamo quasi in un’atmosfera in cui i suoni vaniscono in una lontanante armonia, e i colori 8 stemperano in una mitezza di tinte, tutto intonandosi allo spirito contemplativo e sognatore dell’Ariosto, alieno dal fic- care lo sguardo nel fondo delle cose. Così con semplicità di parole, appena nobilitate dalla tigurazione degli Amorini, e in una fugacità di rime soavemente petrarcheggianti, ritrae la circostanza dell’innamoramento, che ad altri avrebbe chiesto parole colorite, reboanti, retoriche. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 159 E lo legàro in così stretti nodi, che più saldi un tenace canape mai non strinse né catene; e chi possa avenir chi me ne snodi, d’imaginar capace non son, s’a snodar Morte non lo viene. Perse così la sua libertà, ma non se ne duole: lo dichiara con un concetto tutto petrarchesco, che non sconviene al tono della canzone moventesi in un’atmosfera ideale: Mi dolgo ben che de’ soavi ceppi l’inefabil dolcezza e quanto è meglio esser di voi prigione che d’altri re, non più per tempo seppi. La libertate apprezza, fin che perduta ancor non l'ha il falcone; preso che sia, depone del gir errando sì l’antiqua voglia, che sempre che si scioglia al suo signor a render con veloci ale s’andrà, dove udirà le voci. Il paragone del girifalco è ben scelto, anche perchè con quel- l’agile movimento segna efficacemente la leggerezza e la soa- vità del ritmo, che si effondono da tutti i versi ed esprimono tutta la gioia dell'amante corrisposto. Alla storia del suo amore ritorna anche col sonetto XXI, che in uno scatto di gioia rievoca l’incontro fiorentino — pur troppo con una inopportuna comparazione mitologica —, ag- giungendo che ne uscì così trafitto che stette per morirne: conferma così la lunga resistenza della donna, la quale - + + + . tosto che 8’accorse esser l’anima in lei da me fuggita, la sua mi diede ed or con questa vivo. Del resto, egli è soddisfatto del carcere soave, ov’è prigione di Madonna, perchè gli dà modo di godere senza limite e senza temer nulla dalla « bella e dolce nemica ». Le solite immagini 160 G. FATINI petrarchesche si disperdono nelle carezze e nei baci, formal- mente suggeriti dal cantore di Lesbia, realmente offerti dalla realtà: chè in quella dolce prigione egli non aspetta nè dolori, nè morte, nè sentenze di giudice severo (son. XIII), ma benigne accoglienze, ma complessi licenziosi, ma parole sciolte da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi; ma dolci baci, dolcemente impressi ben mille e mille e mille e mille volte; e se potran contarsi anche fien pochi. L'eco catulliana (V e VII)si conserta con quella properziana (III, 7), ma per fondersi con la diretta ispirazione del cuore, che si accende di desideri voluttuosi, che non vorrebbero aver fine: la vita trionfa nell’amore e il Poeta nuota in un mare di dolcezze. Ai suoi sentimenti l’Ariosto fa partecipare anche Madonna: la finzione poetica era frequente, anche perchè i motivi di essa erano suggeriti dalla realtà, ora dei curiosi, che mirano a sco- prire negli altri i segreti del cuore, ora dei maligni, che, invi- diosi della felicità altrui, spargono voci diffamatorie, ora dello stesso innamorato, che a torto interpretando il comportamento di lei ne mette in dubbio la solidità dell’affetto. Tre capitoli appunto sono messi in bocca di Madonna (IV, VI, XIII): nel primo la donna dichiara di non voler palesare ad alcuno il segreto significato della sua penna nera in fregio d’oro, ammonendo i curiosi che è sempre pericoloso il desi- derio di conoscere i segreti altrui. Se il Frizzi vuol vedervi l'arma degli Ariosti (un’aquila nera spiegata in campo azzurro con tre pali d’argento e lo spaccato d’oro), il Baruffaldi arzi- gogola sul significato della penna dicendo che «l’aureo bion- «deggiare della chioma spiccava tanto sul nero della vesta, che «Ludovico volle di tal contrapposto formarsi una propria «impresa, o vogliam dire, distintivo particolare, come era «costume de’ cavalieri nelle comparse alle giostre o tornea- LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 161 * menti; ed ecco spiegato l’enigma poetico » (1). Ma il Baruffaldi non si è avvisto che parla una donna (vv. 14-15, 38-40) e che gi tratta d’un omaggio di galanteria poetica, che l’Ariosto affida a Madonna, perchè più suggestiva ed efficace arrivi la sua voce contro gli importuni. Può anche darsi che l’argomento muova da una impresa amorosa, trapunta sulla veste, simile a quella che Alessandra portava ricamata il giorno dell’incontro fioren- tino. Sia o non sia, il capitolo è piuttosto prosaico, freddo e stiracchiato col prolisso ricordo di Tiresia e di Atteone. Non di molto superiore è il capitolo VI, forse ispirato da quelle mormorazioni di cui un’eco è rimasta in una lettera scritta dalla Benucci parecchi anni più tardi (2), nel 1525; anch’esso è una fiera riprensione da Madonna rivolta ai propalatori di voci maligne a suo carico. Ella si meraviglia della indifferenza degli dèi verso tali uomini, degni di severa punizione, e si difende col ricordo di esempi antichi e mitologici; ma è una difesa fiacca, pedestre, erudita: un po’ di calore oratorio, non veramente poetico, si sorprende nell’atfermazione della sua innocenza: Al ferro, al foco, al tosco, a ogni periglio chieggio d’espormi, per mostrar ch’a torto ho da portar per questo basso il ciglio. Pronta a subirne la punizione, se sarà riconosciuta colpevole, vuole che . se sì mente chi incolpata m’àve; come è sincero il cor, così di fuore ogni bruttezza presto mi sì lave; e tutto quel martir ch’a tanto errore sì converria, veggia cader su l’empio che de la falsa accusa è stato autore; sì che ne pigli ogni bugiardo essempio. (1) Vita di L. A., p. 156; Frizzi, Memorie storiche della nobil fa- miglia Ariosti, in Raccolta ferrarese di opuscoli scientifici e letterari, III, Venezia, 1780, p. 107; su questo capitolo vedi pure SaLza, Studi, bp. 178-79. (2) Lettere di L. A., p. 321. Giornale storico — Suppl. n° 25. . 11 PI] 162 G. FATINI Dato il carattere retorico dei due capitoli, si potrebbe pen- sare che appartengano al gruppo dei componimenti giovanili. insieme col capitolo XIII, che protesta con una certa robustezza la tenace fedeltà di Madonna contro i dubbi borbottati su di lei. Ma forse è preferibile metterli in relazione con le chiacchiere che avevano costretto Alessandra a contenere in un dove- roso riserbo la manifestazione del suo affetto, provocando nel- l'amante l’impressione di un immeritato raffreddamento. Nessuna forza umana o divina potrà svellerle dal cuore l’amore che nutre per lui: essa dichiara energicamente. Il tema è dei più comuni fra i petrarchisti, che fanno capo al maestro (LVII, CXLV); ma l’accento si mantiene dal principio alla fine vigo- roso ed elevato, senza cadere nella banalità e nella gonfiezza. Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio, alto o basso Fortuna che mi ruote, o siami Amor benigno o m’usi orgoglio; io son di vera fede immobil cote, che "1 vento indarno, indarno il flusso alterno del pelago d'amor sempre percuote. Né già mai per bonaecia né per verno, di là dove il destin mi fermò prima. luoco mutai né muterò in eterno. Piacque tanto all Ariosto che lo rifuse in ottave per il lamento di Bradamante (XLIV, 61-66), aggiunto nella terza redazione del poema (1). E giacchè parliamo di componimenti retorici così vaghi € incolori da non offrire alcun sicuro elemento per poterlì anno- verare in uno dei tre gruppi, ricordiamo qui anche i capitoli XVIII e XIX, che per il soggetto meriterebbero di essere relegati col manipolo dei cap. XX-XXVII, fra le esercitazioni giovanili, ma per la fattura, non sprovvista di una certa ele ganza esteriore e vivacità, vogliono essere considerati a $è. (1) Vedi GG. PATINI, Curiosità ariostesche, in Giorn. stor., 55, 77 S£® LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 163 Non è da escludersi che in momenti di animo tranquillo l’ Ariosto si sia compiaciuto di queste manifestazioni poetiche, senza che traessero origine in lui da un’intima ispirazione; onde i capi- toli IV, VI, XIII, XVIII e XIX potrebbero essere tutti o alcuni frutto di un capriccio poetico, prima o dopo l’amore per la Benucci. Certo i capitoli XVIII, che descrive gli effetti d’Amore, e il XIX, che canta l’amore come la perenne aspirazione del suo cuore, sono una serie ben congegnata di antitesi, che si succedono di terzina in terzina con una insistente ripetizione della mossa iniziale da richiamarci alla poesia popolare o popo- lareggiante. Chi pensa quanto il bel disio d’amore un spirto pelegrin tenga sublime, non vorria non averne acceso il core; se pensa poi che quel tanto n’oppriine che l’util proprio e il vero ben s’oblia, piange invan del suo ardor le cagion prime. Con una scorrevolezza garbata continua a enumerare gli effetti piacevoli e spiacevoli d’amore, concludendo arguta- mente: Chi pensa, in summa, che per quante scale s’ascende al ben d’amor, per altre tante poi si ruina, sa ch'è minor male smontar che, per cader, salir più inante. Quell’eco lontana di una celebre terzina dantesca par che suggelli più nobilmente la lunga sfilata dei beni e dei mali che l'Amore regala all’umanità. Più schiettamente personale è lo svolgimento del tema nel- l’altro capitolo; una variante al noto tema oraziano e tibul- liano (I, 1) dei vari desideri che travagliano gli uomini: l’Ariosto non ne ha che uno e per esso lascia volentieri agli altri il campo libero perchè raggiungano la meta ambita o si appaghino del desiderio vagheggiato. 164 G. FATINI Piaccia a cui piace, e chi lodar vuol lodi, e chiami vita libera e sicura trovarsi fuor de li amorosi nodi; ‘ch’io per me stimo chiuso in sepoltura ogni spirto ch’alberghi in petto, dove non stilli Amor la sua vivace cura. L'amore è la perenne aspirazione del suo cuore: un amore caldo, umano, per il quale è disposto a rinunziare a qualsiasi ricchezza, gioia, soddisfazione: Ch’io per me pur ch'io sia caro a quell’una, ch'è mio onor, mia ricchezza e mio desire, non ho all’altrui corone invidia alcuna. Chi sarà mai « quell’una »? Peccato che in questa esaltazione d’amore egli abbia celato alla nostra curiosità le belle immagini femminili, che deliziarono i suoi sogni di giovane e di uomo maturo, perchè, come del resto già sappiamo, l’amore fu per lui, come per il mesto Tibullo, l’alimento del suo cuore: Interea, dum fata sinunt, iungamus amores: iam veniet tenebris Mors adoperta caput, iam subrepet iners aetas, nec amare decebit, dicere nec cano blanditias capiti. Così Tibullo (I, 1); l’Ariosto più sereno non fa distinzione di età: ch'io per me voglio al capel nero e al bianco ‘ amar ed essortar sempre che s’ami; e se in me tal voler dee venir manco, spezzi or la Parca alla mia vita i stami. Però non tutto e non sempre nell’amore è serenità e appa gamento; anche nella storia dell’ultima passione dell’Ariosto non è difficile cogliere note di contrarietà, ombre di turba mento e di tormento. Un contrattempo gli ruba una notte d’amore lungamente attesa: ed ecco il capitolo IX descrivere l'ansia, il dispetto, la speranza e la delusione del notturno visitatore, che un bel chiaro di luna, invitante le persone ® LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 160 godersi l’insolito passeggio, costringe a star lontano dalla casa di Madonna, spiando il momento opportuno per entrare inosservato; finchè indispettito dalla vana attesa si ritira. Vera- mente la mossa iniziale del componimento O nei miei danni più che ’] giorno chiara, erudel, maligna e scelerata notte, ch'io sperai dolce ed or trovo sì amara! e il prolisso sfogo contro la Luna, inviluppato nel ricordo mito- logico di Endimione, fanno pensare ad un esercizio poetico, che ricorda vagamente l’idillio VIII di Mosco e la 28 elegia di Tibullo (libro I), in antitesi al famoso capitolo della lucerna (1). Freddo e artificioso nei primi versi (1-24), lo sfogo si accende di accenti lirici appena che il Poeta s’è liberato o quasi dal ciarpame erudito: Oh che letizia m’è per te contesa! Non è assai che Madonna mesi ed anni l’ha fra speme e timor fin qui suspesa ? Oh qual di ristorar tutti i miei danni, oh quanta occasione ora mi vieti, che per fuggir ha già spiegati i vanni! Ma scopri pur finestre, usci e pareti; non avrà forza il tuo bastardo lume che possa altrui scoprir nostri secreti. Anche se la poesia è una esercitazione, l’Ariosto ha qui dimenticato il Petrarca (LII) e Tibullo per ascoltare ingenua- mente il suo cuore, che, tormentato dal desiderio, non vuole lassegnarsìi alla rinunzia: Ma priego e parlo a chi non ode; e ’1 giorno S'appressa in tanto, e senza frutto, ahi lasso! or mi lievo, or m'accosto, or fuggo, or torno. Tutto nel manto ascoso, a capo basso, vo per entrar; poi veggio appresso o sento chi può vedermi e m'allontano e passo. _—— (1) It Carducci volle imitarla nella lirica A Diana Trivia. 166 G. FATINI Par di vederlo tutto raccolto, a capo basso, per sfuggire al- l’occhio altrui e spiare il momento buono per entrare. Nel piccolo gruppo di liriche ariostee non mancano altre poesie che palesano momenti non felici del suo amore. Così l’Ariosto se la prende con la Fortuna (son. I), che gli contende di godere la vicinanza di Madonna; ne viene un quadretto studiato, involuto di ricordi mitologici, insipido, anche se corretto. In un altro sonetto (XII) rievoca il luogo del suo innamoramento con due quartine discretamente effi- cacì, in cui si riflette un’eco del Paradiso di Alcina (VI, 73), confuso con echi petrarcheschi (XIII), mentre le terzine si svolgono inespressive e poco chiare su di un vieto motivo platonico. Ora se la prende con Madonna, che dà prova d'affetto assai lieve, se è bastato a intiepidirlo la parola minacciosa di qualche invidioso o maligno; come nel madrigale IV, robusto e semplice, anche se si muove in un'atmosfera petrarchesca: Per gran vento che spire, non si estingue. anzi più cresce un gran foco, e spegne e fa sparire — ogn’aura il poco. Quanto ha guerra maggiore intorno in ogni loco e in su le porte, tanto più un grande amore sì ripara nel core, e fa più forte. D'umile e bassa sorte, Madonna, il vostro si potria ben dire, se le minacce l'han fatto fuggire. . Ora la rimprovera acerbamente del raffreddamento che ha notato, ma con note del Canzoniere che non hanno subìta nes- suna elaborazione fantastica, specialmente dopo la prima quar- tina (son. II): Mal si compensa, ahi lasso! un breve sguardo all’aspra passion che dura tanto; un interrotto gaudio a un fermo pianto; un partir presto a un ritornarvi tardo. Ora mette in dubbio la fede di lei nel sonetto XXVI, che da garbato elogio rivolto all’amabile ricamatrice diventa un LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 167 contorto elogio alla sua costanza d’amore coll’implicito inten- dimento di contrapporla al non troppo saldo affetto di lei. Le quartine non sono brutte, specialmente per il tono carez- zevole che vi scorre, ma quanto più espressiva la piccola scena di Fiordiligi che ricama la sopravveste di Brandimarte ! (XLI, 31-33). Nel capitolo XII, infine, ne piange la noncuranza con accenti di sincero dolore, che lasciano sospettare un vero periodo di pieno raffreddamento, imposto alla Benucci forse dalla neces- sità familiare di essere più guardinga; a meno che anch’esso non sia nato dal capriccio dell’autore di rivivere fantastica- mente il travaglio di un amante trascurato o abbandonato. L’Ariosto invita a partecipare alle sue amare delusioni tutti quei luoghi che furono testimoni del suo amore, perchè il ricordo della perduta felicità lo angustia continuamente. Il tema è d’intonazione particolarmente pastorale; l’Ariosto lo aveva già toccato nel cap. XV, che abbiamo già visto, e con altro spirito nel Furioso, quando Orlando subisce insieme con lo strazio del cuore il disfacimento della sua intelligenza, nel vedere che alberi, fonte, luoghi, paesaggio tutto gli canta la felicità palese di. Angelica e di Medoro; in queste terzine il Poeta, temperato dal modello petrarchesco, modera l’ardenza delle sue querele, che assumono un’intonazione piuttosto molle e qua e là cadono nell’artificio e nel convenzionale: O lieta piaggia, o solitaria valle. o culto monticel, che mi difendi l'ardente sel con le tue ombrose spalle; o fresco e chiaro rivo, che discendi nel bel pratel fra le fiorite sponde, e dolee ad ascoltar mormorio rendi; il lamento, che s’inizia con un’eco del Furioso (I, 35; II, 34-35), va poi alle ninfe, ai fauni, ai sassi, alle piante, ecc., perchè . come al vecchio gaudio, testimoni mi siate ancora alla mestizia nuova. 168 G. FATINI Dopo questo invito, che si svigorisce di calore nel prosaico elenco degli elementi invocati, egli fa la sua presentazione, perchè teme di non essere riconosciuto, tanto il dolore l’ha cambiato: Io son quel che solea, dovunque o dritto arbor vedea o tufo alcun men duro, de la mia dea lasciarvi il nome scritto; io son quel che solea tanto sicuro già vantarmi con voi, che felice era, ignaro, oimè! del mio destin futuro. L’eco del Furioso (XIX, 36; XXIII, 106, 108, 109) raggen- tilisce l’espressione, che, semplice e schietta, si fa conci tata nel rievocare le gioie perdute, quando nei giorni della felì- cità, al pari di Medoro e di Angelica, anch'essi incidevano negli alberi i loro nomi intrecciati: Quella, oimè! quella, quella, oimè! da cui con tant’alto principio di mercede tra i più beati al ciel levato fui, che di fervent'amor, di pura fede, di strettissimo nodo da non sciòrse se non per morte mai speme mi diede; or non m'ama né apprezza ed odia forse e sdegno e duol credo che ’1 cor le punga che ad essermi cortese unqua sì torse. Il dolore gorgoglia come un singhiozzo in quella prima terzina, sì stende poi in uno sfogo amaro, che s’indugia nel ritmo mar- tellante, quasi le parole provin fatica a uscire dal labbro. Quanta amarezza nel ricordo! Era già grave la privazione di un giorno, figurarsi quella di lunghi mesi, ora che ella insensibile alle sue preghiere gli nega tutto: Non pur al suavissimo abbracciarse de l’amorose lotte, e ai dolci furti le dolci notti a ritornar son scarse; ma quelli baci ancora, a’ quai risurti miei vital spirti son spesso da morte, mi niega o mi dà a forza secchi e curti. LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 169 Nell’affollarsi dei felici ricordi, perde l’esatta visione del presente, non essendo sicuro nemmeno se ella gli nega i suoi baci o se glieli dà «secchi e curti »; anche la dolcezza dello sguardo gli è contesa: Le belle luci, cimé! questo è il più forte, si studian che di lor men fruir possa, poi che si son di più piacermi accorte. Allamento, dettato dalla sete insaziata dei sensi, cui partecipa il cuore con ricchezza di sentimento, segue un rimprovero corretto e direi elegante, ma piuttosto freddino: ripete all’in- circa e nel tono e nei concetti il rimprovero del capitolo XV, già esaminato (i vv. 79-81 = XV, 76-78; 85-93 = XY, ecc.); ma si risolleva alquanto nel riaccendersi delle belle immagini del passato: Pur io non sentirei la doglia quanta la sento per memoria di quei frutti ch’or mi niega d’accòr l’altiera pianta. L’esserne privo causa maggior lutti, poi ch'io n’ho fatto il saggio, che non fòra s’avuto ognor n’avessi i denti asciutti. D’ingrata e di erudel dar nota allora io vi potea; d’ingrata e di erudele, ma di più, dar di perfida posso ora. Così apre timidamente la via alla speranza che la gioia presto torni a brillare nel suo cuore (1). In qualche momento però si mostra stanco anche lui; il peso che la sua «stella » o il suo «destino » gli ha imposto è così grave che teme di morirne. Questo il tema del capitolo XIV, che si svolge con una serie di paragoni (nove per 44 versi !), che annolano con la loro monotonia e aridità; a mala pena un alito di calore spira nell’ultima terzina, che vorrebbe conchiudere (1) Su questo cap. e su di una redazione più breve vedi FATINI, Fortuna, 61-66; vedi pure SALZA, Studi. pp. 59-61. 170 G. FATINI lo sforzo, a cui l’amore, che «a principio sì m'era soave », lo ha condannato con un timido accento di ribellione: Stolto serò quando io perisca e taccia sotto il gran peso intolerando e vasto, si che dirò, prima ch’oppresso giaccia, c'ho fatto oltra il poter. e a più non basto. Il Giovio (1) ricorda che il cardinale Ippolito aveva per im- presa un cammello inginocchiato, carico d’una gran soma, col motto spagnolo « Non suefro mas de lo que puedo », l’Ariosto aveva in mente l’immagine e il motto? In tal caso il capitolo non potrebbe essere una illustrazione poetica di essi! * * * Fra le liriche dettate da motivi spiacevoli o dolorosi, due piccoli nuclei traggono ispirazione, l’uno, dal male che colpì Madonna obbligandola a tagliarsi la bellissima chioma, l’altro dalla lontananza a cui il Poeta di quando in quando era costretto. Un giorno Madonna cadde gravemente malata; la paura di perderla, esasperando la sensibilità del suo cuore, spinge l’Ariosto a rivolgersi a Dio invocandone la guarigione e dichia randosi pronto, se necessario, a morire in cambio di lei. Fin dall'inizio l’espressione poetica, traducendo l’intensa trepi- dazione, dipinge con caldo sentimento i rovinosi effetti del male (XVII): Lasso! che già, poi che Madonna giace, due volte ha scemo ed altro tanto il lume ricovrato il pianeta che più tace; sì che sul vivo avorio sì consume quell’ostro, quel che di sua man vi sparse la dea che nacque in le salate spume, e quei begli occhi in che mirando s’arse le penne Amor, e si scorciò si l’ale, ch'indi non poté mai dopo levarse, (1) P. Giovio, Dialogo dell'imprese militari et amorose, Roma. 1545, p. 119. I E _— LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 171 muoveno, afflitti dal continuo male, tanta pietà, che ’1 ciel metton sovente qua giù in dispetto, in odio acre e mortale. L’Ariosto forse si trova presso di lei, mentre detta questi versi: il pallore e il languore di quegli occhi, sfiniti da due mesi di malattia, lo commuovono così profondamente da’ indurlo a cercare nel cielo l’autore dei nostri mali, come non di rado av- viene quando il cuore bruciante di passione è colpito nei suoi affetti più cari. E si domanda perchè ella deve soffrire: Perché patir debb’ella ? Ove si sente divina o umana legge o usanza alcuna che dar pena consenta a una innocente ? Non sono interrogazioni retoriche per allungare il componi- mento; ma un infrenabile sfogo dell’uomo che non sa rasse- snarsi. Gli verrebbe la voglia di una meschina vendetta, perchè Madonna non si è comportata con lui con quell’affettuosità che egli meritava; è un concetto petrarchesco che raffredda un po’ il calore dell’espressione. Ma egli dimentica volentieri, purchè sia salva, e con lo stesso accento sincero che sgorga dal cuore di Ariodante, quando questi accorre a difendere dall’ac- cusatore l’infelice Ginevra (Furioso, VI, 10), le perdona: Sa me non duole, ad altri non ne doglia; s’io sol ne son otteso e le perdono, ingiusto è el’altri a vendicar mì toglia. Così quanto di lei creditor sono del mio leal servir di cotanti anni, dipenno tutto e volentier le dono. Qui potrebbe il capitolo terminare, ma la mania dell’eru- dizione storica e mitologica lo porta a riandare in terzine sti- racchiate e retoriche esempi di personaggi, che hanno ofterto Sè stessi per liberare altri. Quanto più efficace la preghiera @ Dio che egli interpone fra quegli esempi, anche se riecheggia (III, 25) Properzio! 172 G. FATINI O Padre eterno, i miei prieghi seconda; fa’ ch’io languisca e che Madonna sani; fa” ch'io mi doglia e torna lei gioconda. E se morir ne dee (che però vani sieno li augùri), di morir per lei supplico e al ciel ne lievo ambo le mani. Forse con questa malattia, che può darsi sia la medesima deplorata nel pedestre sonetto XXX, va messa in relazione la perdita dei capelli di Madonna, cantati con un tono di ammi- razione sensuale nel sonetto X: Com’esser può che dignamente io lodi vostre bellezze angeliche e divine, se mì par ch’a dir sol del biondo crine volga la lingua inettamente e snodi? Quelli alti stili e quelli dolci modi non basterian, che già greche e latine scole insegnàro a dire il mezo e il fine d'ogni lor loda alli aurei crespi nodi, e ’1 mirar quanto sian lucide e quanto lunghe ed ugual le ricche fila d’oro materia potrian dar d’eterno canto. Non è un gioiello di semplicità, specialmente nelle terzine, impacciate, al solito, dal riferimento mitologico; più espres- sivo il rapido elogio della chioma nella ricordata canzone prima, e particolarmente efficaci i sonetti XXVII, XXVIII, XXIX e il mad. I, che ne lamentano la perdita; i sonetti XXVII e XXVIII sono piuttosto pittorici: l’occhio è appagato meglio del cuore, che vi sorprende scarso sentimento e una certa ele gante artificiosità nella enumerazione delle varie acconcia ture nel primo, dei colori nel secondo, che vorrebbero acqui- stare risalto col finale spunto mitologico; ma la schiettezza più sensibile e fremente d’ira contro il medico, che ne aveva ordi- nato il taglio, sorregge il XXIX, nelle sue quartine: Qual volta io penso a quelle fila d’oro, che ’1 dì mille vi penso e mille volte, più per error da l’altro bel tesoro che per bisogno e bon iudicio tolte, LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 173 di sdegno e d’ira avampo e mi scoloro, e il viso ad or ad or e il sen di molte lacrime bagno e di desir mi moro di vendicar de l’empie mani e stolte. Nella terzina il solito intruso mitologico e l’invettiva oratoria contro Amore turbano la limpida scorrevolezza e la sponta- neità dell’accento. Più calmo e aggraziato il tono di mestizia nel madrigale I, che avvolge di amara tenerezza il ricordo dei bei capelli, sacrificati da « necessità rigida e dura »: Se mai cortese fusti, piangi, Amor, piangi meco i bei crin d’oro, ch’altri pianti sì iusti -— unqua non féro. Come vivace fronde tòl da robusti rami aspra tempesta, così le chiome bionde, di che più volte hai la tua rete intesta, tolt'ha necessità rigida e dura da la più bella testa che mai facessi o possa far Natura. Uno dei sonetti più semplici e armoniosi (XVII) ritrae l’intima dolcezza che il Poeta attinge agli occhi di Madonna, cullandosi in un mar di beatitudine: Occhi miei belli, mentre ch'io vi miro, per dolcezza inefabil ch'io ne sento, vola, come falcon e'ha seco il vento, la memoria da me d'ogni martiro; e tosto che da voi le luci giro, amaricato resto in tal tormento, che, s'ebbi mai piacer, non lo ramento; ne va il ricordo col primier sospiro. Il Poeta si abbandona languidamente al ritmo delle quar- tine; ma per vaghezza d’antitesi cede al letterato nel resto del componimento, raffreddando il calore, che infondeva ai primi versi la gioia di vedere Madonna, in contrapposizione 174 G. FATINI al senso di malessere che egli prova allontanandosene. Vor- rebbe esserle sempre vicino per contemplare ad una ad una le sue bellezze, dallo sguardo alla fronte, dalle ciglia al porta mento, quelle bellezze che enumerate ad una ad una penetrano nell’animo con la suggestione-di un inno, mentre per il Poeta (son. XXXIII) formano le reti, onde a intricarsi il mio cor vola. Pur troppo non solo non può vederla sempre, ma spesso t costretto ad allontanarsi da Ferrara col cuore in tumulto e in balia di dubbi, paure, trepidazioni, ma al ritorno... Leggiamo il sonetto XX: Chiuso era il sol da un tenebroso velo, che si stendea fin all’estreme sponde de l’orizonte, e murmurar le fronde e tuoni andar s’udian scorrendo il cielo; di pioggia in dubbio o tempestoso gelo, stav'io per ire oltra le torbid’onde del fiume altier, che ’1 gran sepolcro asconde del figlio audace del signor di Delo; quando apparir su l’altra ripa il lume de’ bei vostri occhi vidi e udi’ parole che Leanilro potean farmi quel giorno. E tutto a un tempo i nuvoli d’intorno si dileguaro e si scoperse il sole; tacquero i venti e tranquillossi il fiume. Il quadretto è delizioso: il pittore, che ha trasfuso nelle due quartine la paurosa sensazione, anche auditiva, d’un cielo chiuso, che gela l’anima col rimbombar del tuono, il balenar dei lampi e l'imminente scrosciar della pioggia, ha saputo con un colpo d’ala sollevarsi, d'un subito, alla luminosa rass- curante visione dello stesso cielo, infondendo un alito di vita perfino nei due ricordi mitologici... Il miracolo è avvenuto per lui crazie all'improvvisa apparizione di Madonna, per noi alla felice pennellata dell’artista. - = --_ —- — ___m@___m (1) Lettere di L. A., pp. 319 sgg. 9312 G. FATINI all’interesse, che la spinge anche a dichiarare contro il vero che Tito avesse lasciato alla sua morte un patrimonio tanto me- schino. Forse di questo attaccamento non riesce a nascondere un indizio in una lettera del 16 novembre 1531, ove ella comunica a Gianfrancesco Strozzi, a Padova, una lieta notizia: «....agpetava scrivervi una gran nova de sua Sig.ria e al pre- sente ve la notifico, qualmente ditto M.co Ariosto è statto alquanti giorni con la Excell.tia dello Ill.o Sig.r Marchese del Guasto, et al partir suo gli ha donati D. 100 d’intrata all’anno per lui e per sui heredi, et gli ha donato un lapis lazari belissimo, ligato in horo cum una catena d’oro e una crosetta cum Jeso Christo d’oro. In vero è una cossa belissima da veder. sì che per hora sua Sig.ria se ritrova qua in Ferrara sano e molto contento di questo dono che il prefatto S.r Marchese gli ha donato...» (1). Da qualche anno le gioie come le apprensioni dell'uno sono quelle dell’altra; egli forse si riprometteva di dedicarle una raccolta di rime (Furioso, XXVII, 124), e probabilmente il gruzzolo, che ce n’è pervenuto, è un saggio e un tentativo; ma senza dubbio le dedicò per anni gran parte della sua gior- nata, avendo cura degli interessi, delle occupazioni, dei rap- porti di lei con gli Strozzi con quella premurosa familiarità che nasce dall’intima e quotidiana convivenza. Un piccolo manipolo di lettere scritte a Gianfrancesco Strozzi in nome suo o di Alessandra dal gennaio 1531 al dicembre 1532, restieciolo d'un carteggio, certo più copioso, spira un’aura di vita familiare, fatta di umili cose e di piccoli desideri, di sfoghi domestici e di casalinghe occupazioni, che avvolge con la sua luce poetica anche l'artista. Com’è simpatico questo « cancelliero », che dai voli mirabili del suo cielo cavalleresco scende a parlare con interessamento e competenza tutta femminile di preparativi nuziali, di cor- (1) Lettere di L. A., p. 328 e CATALANO, Fita, I, 578. a LK ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 218 redi, di drappeselli, di filati d’oro, di ricami, di velluti, di monili, di conti, ecc.! Ecco un esempio: «... Noi eredemo di mandarvi il disegno del ricamo della veste mo- rella: pur non lo promettiam certo. Nella veste anderauno ventiseî braccia di raso, e nelle sottomaniche due, che faranno ventotto; e nulla manco, per esser grande come ella è. lo non so la quantità dell’oro che v'andrà. Io so ben che madonna Beatrice Gualenga se ne fe’ ricamar una questo carnevale, e fece le cordelline d’oro e di seta, e vi si messero due libre d’oro, che messer (tuido le mandò a torre a Fiorenza. Credo che facendosi queste d’oro schietto, non ve n’andrà meno di tre libre, perché hanno da esser cordelle, e non cordoni, che mostrano più ricco e più bello. lo vi conforto a non guardare un poco più o un poco meno; ché quando si ha da far una spesa, si vuol far magnifica, o la- sciarla stare. Mi piace che abbiasi trovato il velluto rizzolino, che sia bello. Similmente per le sottomaniche bisogneranno ventotto braccia. Circa gli seuftiotti, mi piace che ne facciate fare uno morello e d’oro, massimamente che si contara con la veste; e così vorrei che l’altro fosse rizzolino e d'oro, essendo Paltra camorra così fatta, cioè rizzolina. La consorte vi prega che siate contento che, facendole una camorra bianca, ch'anco abbia uno scutfiotto bianco e d’oro; e tanto più quanto ella sta molto bene col bianco. lo vi avvertisco a cercar oro sottile, che farà tanto più bello lavoro. E xe voi mi rimetterete queste robe, si terrà conto e del numero e del peso, sieché non ne sarete frau- dato d'un ferlino (1); e quando la veste sarà messa insieme per man- darla al ricamatore, io la peserò; e la peserò di nuovo quando il rica- imatore me la ritornerà: e la farò lavorare tanto secretamente, che non si sapra; sieche parerà poi, che voi Fabbiate mandata da Padoa bella e fatta... » (2). Pare che la prosa acquisti un'insolita chiarezza e lindure lessicale, come se la tranquillità dell'amore gli raggentiliscu il linguaggio e dia un'aurea semplicità all'espressione. Eeco un altro passo, che rivela la femminilità di Alessandra, sensibile ad un atto di gentilezza, ma nello stesso tempo gelosa della sua tranquillità e forse anche del suo nome: (1) È la sedicesima parte di un’oncia (Cappelli). (2) Lettere di L. A. pp. 3930-31. 214 G. FATINI « Della catena che avete mandata -— scrive a Giovan Francesco Strozzi il 25 decembre 1532 — a me, molto riferisco grazie a V. S., ancora che non accadea di pigliare adesso questo disconcio, non vi ritrovando meglio in denari di quello che vi dovete trovare: ché sempre Sì potea fare. [o la salverò così a nome vostro come a mio, ché non meno ne porrete disporre, come se fosse in man vostra. Ben vi avver- tisco e priego che non parliate di avermi fatto questo dono; perché se venisse all’orecchie di vostra suocera, né voi né io avressimo mai più pace con lei. Io la terrò molto bene occulta, né altri saprà ch'iv l’abbia, che voi e il Cancellier di questa... ». Che ne pensava il « cancelliero » di tai doni? In quell’insi- stenza a nasconderlo s’insinua forse un lieve moto di gelosia da parte dello scrivente ? Nel gruppo di queste lettere ce ne sono tre (1) che non sono state vergate dall’Ariosto, una è di un incolto segretario e due della stessa Alessandra; della quale ecco quella del 26 luglio 1532 a Gian Francesco Strozzi. « Per umaltra mia, che io ve ò scritto abastanza de l'essere de vostro mesere, e de altre cose, che credo che a questa hora avereti auta, mo io ve mando mes. Franzesco e il sarto a posta per respeto che la cosa non vada più a lungo, e questo io l’ò fatto per respeto a questa povera puta che da po che la saputo che suo patre va in Romangia, mal non à fato altro che piangire per paura che sta cosa non vada più a lungo, e de non andare in Romangia; tute quelle cose che dareti a m. Franzesco serano ben date, lui a boca ve dirà a pieno de ongni cosa che cusì le avemo dato laricordo. Mandatili in dreto più presto che sia posibile. Non altro. A V.S. me ricomando e cusì la consorte. adi 26 Juli 1532. Il cancelliero eh'è arrivato hora vi si raccomanda, e vi conferma che quello che avete a fare facciati presto. Quanto sorella ALESSANDRA STROZZA. (1) Il VitaL (op. cit., p. 19) e CATALANO (Vita, II, 410) ne pubbli. cano una del 3 ottobre 1531, che è scritta da un incolto segretario; una del 16 novembre 1531 è nell'edizione Cappelli, pp. 327-29: del 26 luglio 1532 in BarurFranpr, Vita, p. 155. Lx ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 215 ’ Questa lettera, come l’altra del 16 novembre 1531, ricordata, attesta nella scrivente un grado di cultura assai umile: tanto sono sgrammaticate e lessicalmente dialettali. Sappiamo che non molto diverse sono pure le lettere di quella coltissima gen- tildonna che fu Isabella d’Este, alla quale però nessuno in grazia d’esse oserebbe negare buon gusto ed estesa cultura. Ma nel caso nostro è la stessa Benucci che ci fa sapere come non sia in grado, quando le manca il cancelliere, di scrivere, essendo « tropo da poco » (1). D'altronde, l’Ariosto loda generosamente anche il « chiaro ingegno » di Alessandra (son. XIV), che gli appare così ele- vato da far dubitare che sia superiore alla sua bellezza; loda in lei (son. XV) « l’ingegno divino » e una chiara eloquenzia, che deriva da un fonte di saper . Ma chi è obbligato a credere agli omaggi laudativi che ogni poeta dispensa alla sua donna? | Se però è scusabile l’ Ariosto, non sono scusabili quanti tra 1 vecchi biografi e i moderni studiosi hanno fatto di Alessandra l’ispiratrice, anzi la guida spirituale dell'artista. Valga per tutti quello che scrive Antonio Cappelli, che pur è il benemerito e coscienzioso editore delle lettere dell’Ariosto: « Alessandra — egli dice — gli fu dolce stimolo a completare « il suo poema che aveva bisogno di grande opera, nè era limato «nè fornito ancora; ed anzi fu detto el’ella esigesse ogni mese «un canto ricorretto del Furioso. L’Ariosto si trattenne in « Firenze quasi due mesi nella diletta compagnia della donna «amata, ne’ cui begli occhi e nel sereno viso andava errando il «suo ingegno, ch'egli, vestendo immagini colle grazie d’Ana- «creonte, chiedeva di poter raccogliere colle labbra » (2). (1) CataLaNo, Vita, II, 410. - (2) Prefazione alle Lettere, LIII; vedi CampaxINI, op. cit., p. 32; ERmininella prefazione al furioso della collezione torinese (Un. Tipogr. Editr. Torinese), I, p. 14 e più diffusamente nella edizione della Società filologica romana, I, pp. xI-xtt; il LAZZARI (£. A., Livorno, (riusti), ece. 516 G. FATINI Fantasie! Nessun influsso ebbe la Benucci sulla ispirazione del poema, la cui tela era già intessuta al momento in cui ella prese a dominare nel cuore di Ludovico; l’allusione della 22 ot- tava del 1° canto, che pure ha riscontro con l’invocazione del ternario in onore di Obizzo, non esce, se riferita ad Alessandra, dal campo d’un caldo elogio amoroso. Ma ella, neppure il minimo contributo portò alla revisione della prima stesura, perché dal 1513 alla fine del 1515 i loro incontri non potevano essere che furtivi e fugaci; d'altra parte, chi legga attentamente le due lettere autografe è costretto ad escludere che una donna. poco buona a dettare un periodo non sgrammaticato, abbia potuto collaborare alla rifinitura lessicale e in genere alla pre- parazione del terzo Furioso. Vissuta a Barletta e a Ferrara, la Benucci non poteva possedere la purezza della favella to- scana, che i criticì le vorrebbero riconoscere dalla origine fiv- rentina del padre. Ma, se nullo è l'influsso esercitato da lei sulla creazione e su la elaborazione dell'opera d’arte (1), grande fu invece quello che col suo affetto, con la sua bellezza e forse con la sua intel- ligenza ebbe nella vita del grande cantore. La Benucci rap- presentò per l'uomo la tranquillità e il conforto di un affetto quieto e sicuro, che sl risolveva in un dolce ristoro per lo spirito dell'artista, il quale, logorato dallo sforzo quotidiano inteso ad avvicinarsi sempre più alla inaccessibile Musa, aveva bisogno di un sorriso ehe lo comprendesse, d'un bacio che miti- gasse l'ardore del suo travaglio, d'una carezza che lo rapisse nel mondo del sogni. In questo senso solo vanno intesi gli ultimi versi del sonetto carducciano « Dietro un ritratto dell’Ariosto », nel quale su la fivura del « divin lombardo » domina col suo sorriso luminoso (1) Si citano molti passi del poenia allusivi alla Benucei e allamore dell'A.i per es. I 2: IN 22 NVI. 1-2; NNIV, 1-3, 66; NXN, 3: NXNXNV 1-2: NUIT. 93-95 ece.i ma bisogna andare molto cauti nel rintracciare queste allusioni nono solo nelle ottave che comparvero fin dalla prima edizione, ma anehe in quelle aggiunte. ” LE ‘’RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 217 la bella donna, senza che essa s’atteggi a maestra o a ispira- trice dell’innamorato poeta: «000000000 + + Non favore di prenee o di vulgo aura ogn’or novella, né di teologal donna l’amore, ma premio a’ canti era una bocca bella, che del fronte febeo lenia l’ardore co” baci, e quel fulgea come una stella. Tale per il Poeta fu Alessandra fino all’estrema dipartita di lui: poi si trasse, con l’eredità avuta, nell'ombra della sua egolstica aridità di cuore, e disparve, sotto il peso degli anni dediti a pratiche bigotte, nel 1552, dando motivo coi suoi non rari litigi (1), per amore del denaro, alla critica storica di pre- sentarla ai nostri giorni in una luce, che non è quella effusa ne dal Furioso nè dal sonetto carducciano. (1) CataLaNO, Vita, 1, 619, 622; II, 411 sgg. 218 CAPITOLO V. LA GENESI DEL «FURIOSO » La popolarità dell'/Innamorato e il giovane Ariosto. — Un primo ten- tativo epico. --- 11 secondo tentativo con l’Obizzeide. — Argo. mento e caratteri dell’Obizzeide. — Perchè VA. lo lasciò appena iniziato. -- Nuovi fermenti di poesia epica durante il capitanato di Canossa. — Perchè l’A. riprende col Furioso il mondo caval. leresco del Boiardo. — La « gionta » all’[nnamorato e la sua originalità. — La realtà nel Furioso. —— L'arte del Furioso. Il mondo cavalleresco, che con le fole dei cavalieri d'Artù da lunghi decenni esercitava in Ferrara e particolarmente nell'ambiente colto un fascino irresistibile, giunto ormai 4 tramonto, stava esaurendosi nei sogni della fantasia invano ravvivati dai riflessi della realtà; quando, nella quiete di Fer- rara, intenta dopo la sfortunata guerra con Venezia, ad arrie- chirsi (Furioso, III, 48) «0... di templi e di palagi, di piazze, di teatri e di mille agi. suggestive e squillanti, risuonarono, in una nuova atmosfera. le imprese eroiche dei paladini carolingi, che, cresciuti gagliardi nell’ansia della lotta e nel fragore della mischia, il Boiardo presentava giovanilmente rinnovati dalla grazia delle creature brettoni, nate per l’amore e vissute nell’avventura. Così il tramonto della vita cavalleresca si mutò d'un tratto in fulgida aurora e i rudi paladini assunsero una nuova fisio- nomia, la quale, se riluce della gloria irradiantesi dalla difesa della patria e della religione e dal pericolo dell'avventura, s im porpora d’un bel colorito sotto il fascino dell'amore e nel culto soprattutto della bellezza. ei i I n LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 219 ba) Il conte di Scandiano aveva intuito che il mondo brettone, svuotatosi ormai d’interesse nella scarsa popolarità dei suoi attori e specialmente nella tediosa ripetizione di tante avven- ture, non poteva ringiovanirsi che attingendo un’ondata di vita sana e vigorosa direttamente dal popolo, dalla ricca vena cioè del ciclo carolingio al popolo caro. Per questo il Boiardo edificò sulla decrepita costruzione dei due cicli un grandioso palazzo popolandolo di fantastici per- sonaggi, rapiti nel vortice dell’amore e nel furore delle battaglie, quasi a gara col duca Ercole, che nella sua città, colta e guer- riera, pareva volesse raccogliere gli ultimi aneliti delle Corti di re Artù e di Carlo Magno. Sicchè, mentre il Duca, i Principi, i cortigiani e i popolani rinnovavano nei figli i nomi dei pala- dini e dei cavalieri ec nei torneamenti, nelle giostre, nelle cacce e nelle «cortesie » se ne rievocavano pallidamente le imprese e le costumanze, le dame ascoltavano le ottave boiardesche col cuore trepidante, perduto dietro fantasmi di gloria e di avventure (1). L'Orlando Innamorato parve così il canto in cui si quietavano le aspirazioni e i sospiri di cavalieri e dame, e trovavano ali- Inento quel sogni cavallereschi che erano stati lo spasimo e la gioia dei loro padri; onde le insistenti sollecitazioni al Boiardo perchè procedesse innanzi a tesserne la trama; le premurose ricerche delle copie del poema da parte di Principi e di let- terati, che se ne contendevano la lettura, pronti a ricorrere, per trovarle, a tutti i mezzi, perfino all’opera di fattucchieri (2). (1) Su la popolarità delle leggende cavalleresche in Ferrara v. Ca- TALANO, Vita, I, 261 seg., BERTONI, Furioso, pp. 92-95; Lettori di romanzi francesi nel 400 alla Corte estense, in Romania, NIV e poi nel volume Studi su vecchie e nuore poesie e prose d'amore e di ro- manzo, Modena, 1921, e ReicHenBAacHn, M. M. Boiardo, pp. 131 sgg.; il Catalano (I, 105) ricorda. ricollegandola ai romanzi della Tavola Rotonda. l'abitudine di Ereole di andare «alla ventura » la notte della Epifania; pei nomi di stampo cavalleresco v. P. RAJNA, Gli eroi bret- toni nell'onomastica ital. del sec. XIII, in Romania, XVII. 165. (2) Il CataLano (Fifa, I, 109 n.) cita Francesco di Donato, che informando Isabella d'Este, nel 1491, degli sforzi che faceva per tro- 220 G. FATINI Nessuna meraviglia, del resto, per questa avidità di seguire e conoscere fino all'ultimo la sorte dei ringiovaniti paladini € cavalieri; da Borso, che sollecitando l’invio di libri cavalle- reschi ebbe a dichiarare di sentire, nel riceverli « magiore « piacere et contento che di una cittade che nui guadagnas- « semo » (1), a Ercole, che riuscì a raccoglierne nella Biblio- teca una ricca silloge, cercandoli pazientemente da per tutto. la brama di leggere e gustare cantari e romanzi sì era fatta sempre più diffusa e ansiosa in tutto il ceto intellettuale. Con la morte del Boiardo non svanì nè l'avidità di leggere l’Innamorato nè il fascino che la tessitura dell’interrotto poema diffondeva sui lettori, ma più acuto si fece il desiderio di cono- scerne il seguito e la fine, perchè, in un clima intellettuale dominato dal culto dell’arte, più vasto e più intenso era il bisogno di tuffarsi nella contemplazione di quel mondo fanta. stico, che mirabilmente s’intonava alle tendenze spirituali della società estense e ferrarese. L'Ariosto aveva allora vent’anni; abbagliato dai raggi di bellezza che sotto la guida di Gregorio Spoletino scopriva nei , classici latini, trascorreva i suoi giorni nel godimento della lettura e nelle lusinghe degli amori e delle liete amicizie. Le creature del Boiardo, che a lui come a tanti altri giovani carezzavano la mente, non ebbero allora la forza di trarlo a sè. come le creature di carne ed ossa che gli tenevano agitato il cuore, nè come le Lidie e le Pasifile, che dai carmi romani gli balzavano davanti, vezzose, a blandirne la fantasia e ad accen- derne i sensi. Anche perchè quel mondo, pur penetrando con l'onda melodiosa del verso nella sua anima sensibilissima al vare una copia dell'Hmnamnorafo, esce in queste frasi: « Prego Vostra « Signoria me perdoni, ma se dovesse andare da Charlo Sosena che «m@el fati atrovare per via del spirito, l’averò ». Il Sosena. ricordato dall'Ariosto nella satira VI (VII, 94-95), è un notissimo negromante. (1) BERTONI, Furioso, p. 92; vedi pure dello stesso la Biblioteca di Borso d'Este, in Atti della R. Accad, di Scienze di Torino, v. LXI. 1926, p. 707 n. LE ‘‘RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 221 bello, a lui, novello discepolo delle Muse latine, doveva apparire come qualche cosa di inaccessibile alla sua fantasia poetica, che non era ancora in grado di spiccare il volo per le supreme vette dell’arte. Perciò, quando poco dopo, nella serena primavera della sua vita, che va dall'abbandono dell’antipatico giure alla morte del padre, egli vagheggiò l’alloro poetico che gli fosse muni- fico largitore di premi e di onori, non volle scegliere per argo- mento la materia rinnovata dal Boiardo. Per un sentimento di orgoglio — io penso — si rifiutò di battere la stessa via del Conte, rimanendo sordo ai desideri della Corte ferrarese e indifferente alla popolare risonanza dell’Innamorato (1). Più che secondare i gusti del pubblico a lui premeva di affermare la sua indipendenza intellettuale; e tentò un poema, non è chiaro se in latino o in volgare. Impreciso è l’accenno che s'incontra nella elegia De diversis amoribus, nella quale, dopo avere ricordato l’abbandono delle leggi, egli dice che la sua volubilità to invita (carm. LIV) . ad Permessum .. aoniamque Aganippem, aptaque virgineis mollia prata choris; ineque iubet docto vitam producere cantu, per nemora illa, avidis non adeunda viris. famque aetes, iam facta dueum. iam fortia Martis concipit aeterna bella canenda tuba. Gesta di capitani, imprese belliche degne di essere eter- nate egli voleva cantare, mosso dal desiderio di ricavarne qualche vantaggio: ma s'accorse presto che la poesia non dà nè onori nè ricchezze: Fece iterum: — Male sana, inquit, quid inutile tento hoc studium? Vati praemia nulla manent. E allora entrò ai servigi di Ercole. immintoia (1) Continuato allora da Francesco Cieco e poi da Niccolò degli Agostini e da Ratfaele da Verona; vedi HauverTE, L'A. et la Poesie chevaleresque, cec., p. 71. 222 G. FATINI A quale disegno epico si riferisce il Poeta con questi accenni autobiografici? Alcuni versi della satira V (IV, 128-29) ricor- dano ì tentativi poetici fatti nel ridente soggiorno della cam- pagna reggiana quando .in più d’una lingua e in più d’un stile rivi traea sin dal gorgoneo laco. Il ravvicinamento di questo passo a quello latino ci consente di limitare l’allusione epica al periodo corso fra l'abbandono dello studio delle leggi e l’entrata fra i cortigiani di Ercole, che avvenne non più tardi del 1497 (1). Entro questi tre anni l’Ariosto si sarebbe sforzato di cattivarsi le simpatie del Duca, con un «dotto canto ». Il quale, secondo un’acuta ipotesi di Riccardo Bacchelli (2), dovrebbe identificarsi con quel grup- petto di esametri del carme frammentario (V) che esalta Ercole invitto e fortunato custode della tranquillità di Ferrara, e arbitro, dopo la pace di Vercelli, nell’autunno del 1495, fra Carlo VIII e il Moro. Il giovane cantore avrebbe raccostato quest’elogio all’elogio della scienza, che è contenuto nel primo frammento (carm. I) o nei primi versi dello stesso carme, e che egli aveva scritto in antecedenza, tenendo come studente l’orazione inaugurale degli studi all’Università ferrarese, con l’intenzione forse di fare di quel discorso «la mitologica introduzione alla celebrazione di « Ercole, principe sapiente » in un poema epico o didascalico. Il Catalano invece, che giudica i due frammenti (3) del carme suddetto dettati per la stessa circostanza, e cioè come due passi della medesima Orazione inaugurale, ammette, senza individuarlo, un tentativo epico latino, su lo stampo della Borsiade di Tito Vespasiano Strozzi, della Sforziade di Francesco Filelfo e dell’Ercoleide del figlio di quest’ultimo, Gianmario. (1) CataLaNO, Vita, I, 150. (2) La Congiura di Don Giulio d'Este, I, pp. 188 sgg. (3) CATALANO, Vita, 1, 103; su questo frammento vedi HAUVETTE, Notes sur la jeunesse de V’A., pp. 9 sgg. e F. TORRACA, Per una biografia del’ A., in Studi di toria Sletter., Firenze, Sansoni, 1923, pp. 305 8gg. LE ‘‘ RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 223 Comunque sia, il tentativo fu fatto, ma o perchè non apprez- zato dal Duca e perciò infruttuoso, o perchè refrattario all'opera creatrice ed elaboratrice della fantasia, cadde nel vuoto. Vul” Intanto Niccolò Ariosti, per un’esosa prepotenza commessa a danno di un povero marito di Lugo, veniva dimesso dalla lucrosa carica di commissario di Romagna; privo di stipendio e col soprassello di una bella multa da pagare, era costretto a ritirarsi a Ferrara, contornato da parecchi figlioli da mante- nere. Probabilmente il Duca, non immemore dei servigi delicati, pericolosi e... peggio (1) ricevuti dal fedele servitore, per com- pensarlo in parte del danno subìto con la perdita dell’ufficio, ne chiamò in corte il figlio Ludovico. Questi, impaziente di farsi strada, con la visione allettatrice della gloria poetica, riprese per la seconda volta l'epopea, non più in latino ma in volgare, con l’Obizsccide. Il quale non ignoro che da qualcuno (2) si sospetta scritto durante la stesura, o poco dopo, del Furioso, mentre qualche altro lo riporta, omaggio dì ringraziamento, ai primissimi tempi della « mala servitude » presso il cardinale Ippolito. Altri, e sono i più, con maggiore base lo riferiscono al periodo della fine del capitanato di Canossa e l'ingresso alla Corte del Car- dinale, ad un tempo, cioè, di poco anteriore all’ideazione del poema, giudicando l’arte di quelle terzine ben inferiore all'arte limpida e melodiosasdel Furioso e però d'uno scrittore non an- cora troppo familiare coi segreti delle Muse (3). Giusta osservazione, per la quale appunto, come per certa ingenuità nella scelta dell'argomento e del metro, che rivela (1) Vedi il triste episodio della sua vita collegato con un tentativo di veneficio per incarico di Ercole, in CataLANO, Vita, I, 20 sgg. (2) B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, 1929, p. 41. (3) Così il SALZA, Studi, p.39:; HAUVETTE, Votes, pp. 10-11 e PArioste, pp. 88-89; il BERTONI, Furioso, p. 315; il CATALANO, Vita, I, 127-28 e 174. 024 G. FATINI un innamorato della poesia ancora incapace di conciliare la dignità di essa col fine pratico che l’autore si propone, penso che sia degli anni precedenti la morte del padre, che furono anni di assidua preparazione attraverso la lettura dei classici latini e italiani e il rozzo martellamento di esercizi poetici in ambedue le lingue, preparazione sollecitata anche dall’ansia di uscire presto dalla cerchia degli umili cantori e imporsi fra i corti- giani. Vè di più: se l’accenno della satira V (IV, 126-29) col « gorgoneo laco » si riferisce ad una produzione epica del periodo reggiano, la serena concezione dell’amore che brilla nelle prime terzine s’intona con la spensierata giocondità del soggiorno a Reggio che precedè la scomparsa di Niccolò meglio che con quello che seguì, il quale lo tenne a lungo turbato da preoc- cupazioni domestiche e personali. Per intender meglio l’origine e lo scopo dell’Obizzeide giova riassumerlo. Dopo una breve invocazione eccoci in mezzo alla guerra: gli eserciti di Filippo il Bello e di Odoardo di Inghil- terra stanno di fronte, in Piccardia, per misurarsi in una deci- siva battaglia; alla vigilia dell’assalto un cavaliere inglese porta al campo avversario la sfida di Aramone di Nerbolanda. Questo nome desta un senso di sbigottimento generale; nes suno dei Francesi osa rispondere, quand’ecco dal gruppo alleato degli Spagnoli, Tedeschi e Italiani si fa avanti un giovanetto, Obizzo d'Este, a implorare dal re che gli lassi provar s'a quel superbo può far cader così orgogliosa voce. Il re, vinte le prime esitazioni, ispirategli dalla troppo gio- vanile età, gli concede l'onore della tenzone; ma l’invidia prontamente gli mette di fronte un competitore spavaldo € sprezzante nel barone francese Carbilano. Stimò costui gran scorno e ingiuria farsi a Franza. quando inanzi a’ guerrier sui li guerrieri d'Italia eran comparsi. lisi e 3 __ = —e ln LE ‘“‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 225 Perciò vuole per sè l’alto onore: e pregò il re che non desse in altrui che ne le mani sue quella battaglia, o ad altri di nazion subietta a lui; e che per certo in vestir piastra e maglia a gran bisogni, fuor che la francesca, altra gente non de’ creder che vaglia. Parole grosse d’arroganza gallica, che fanno scattare un capitano tedesco e uno spagnolo a chiedere, ognuno per sè, il privilegio della sfida con l'inglese. Ma Obizzo, de l’onor d’Italia avaro e del suo proprio, risponde con fierezza che, dopo la prova con Aramone, è disposto a sostenere con ognuno di loro che la mia gente (l'italiana) al par ogn' altra vale al ogni assalto o faticoso o lieve. Il re cerca di troncare la vivace disputa, appoggiando il diritto di Obizzo; ma l’orgoglioso Carbilano non cede, tanto che il Marchese d’Este, stizzito, lo invita a provarsi con lui prima ancora che con Aramone. Filippo il Bello a malincuore acconsente, a patto però che il duello non assuma un signifi- cato nazionale. Ma non che fusse la querela vuolle qual nazion, Pitalica o la franca, sia più robusta o qual d'esse più molle, ma che ciascuno per sé abbia più franca persona o più gagliarda non repugna che mostri, e perciò lor dà piazza franca; 6 sì serba anco di partir la pugna. À questo punto il componimento cessa. Che intenzione dell’Ariosto fosse quella di esaltare la Casa d’Este è chiaro non solo per la preponderanza che prende subito il protagonista, ma anche perchè l'elogio degli Estensi si fa palese sino da questi primi versi: per via indiretta quando al Giornale slorico — Suppl. n° 25. 15 2206 G. FATINI fiero giovane, in mezzo all'inerzia paurosa degli altri, il Poeta attribuisce la prontezza di accettare la sfida e poi l’audacia di difendere il nome d'Italia dall’ingiuria dello straniero, che pur questa volta è francese; per via diretta quando immagina che il re ceda alle preghiere di Obizzo, nonostante la giovane età, perchè ricorda .- + + + .le vittorie spesse, che dal patre alli figli e alli nepoti non men ch'’ereditarie eran successe; onde li duci e cavallieri noti de la stirpe da Este a tutto il mondo lo fen sperar ch’avrian effetto i voti. Del resto, cantare gli Estensi era di moda; come intorno agli Sforza, ai Gonzaga e ai Medici, così intorno ai Signori di Fer- rara rimatori senza polso e oscuri umanisti da vari decenni facevano a gara con noti scrittori per cattivarsene il favore spargendo elogi sperticati in componimenti lirici, in eglogche, cantari storici e presuntuosi poemi. Con lo Strozzi e i Filelfo già ricordati si potrebbe citare una bella 0, se vogliamo, una brutta schiera di cantori (1); qui mi limiterò a rammentare il solo Boiardo, non pei Carmina de laudibus Estensium (2), che sì possono confondere cogli elogi di tanti altri, ma per il poema, nel quale l’amore di Ruggero e di Bradiamante ha l’utticio di nobilitare le origini della Casa d'Este, che l'invidia dei potenti Stati viciniori faceva risalire al traditore Gano. Sarebbe stato strano se in quella infatuazione generale per gli Estensi e la viva ammirazione per Ercole, invidiato e temuto per la sua abile politica, che assicurava — 0 almeno pareva che assicurasse — Ferrara dagli orrori della guerra, anche il giovane Ludovico non avesse vagheggiato di divenirne il can- tore con la segreta speranza che il Duca fosse pure per lui, come era per altri artisti e letterati, un munifico protettore. ( ( 1) Vedi indietro il cap. |. 2) Su questi versi v. Reicnexpaca, HH. M. Boiardo, pp. 19 sgg. s LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 227 Ma chi è il protagonista del progettato poema? Non certo Obizzo II, il quale, Signore di Ferrara dal 1264, appena diciassettenne, al 1295, non avrebbe potuto partecipare, gio- vanetto, alla lotta fra i re di Francia e d’Inghilterra, che si svolse dal 1292 al 1295. Egli è Obizzo III, che visse in un periodo procelloso della storia d’Italia e particolarmente di Ferrara, caduta alla morte di Azzo VIII (1308) in balia della Chiesa e di Venezia. Obizzo, dall'esilio, dove giovanissimo sì era ritirato, assistè impotente alla lotta per il possesso del Ferrarese, che si concluse col ritorno del feudo al Papato; ma, favorito dall'odioso trattamento fatto dal Legato pontificio alla popolazione e con l’aiuto del potente bolognese Romeo dei Pepoli, suo suocero, riuscì, dopo qualche anno a riaver la città, governandola coi parenti per circa vent'anni. Furono vent'anni di governo travagliato da ribellioni e lotte con la Chiesa e con gli Stati vicini; una breve sosta si ebbe con l’inve- stitura del Vicariato di Ferrara strappata al Papa nel 1332, ma la fine soltanto con la morte o la scomparsa dei suoi con- giunti dal potere. Da questa data, cioè dal 1336, al 1352, anno della sua morte, Obizzo resse virilmente lo Stato ampliandolo e jconsolidandolo fra gli Stati dell'alta Italia, che lo vollero ora alleato ora mediatore di pace (£urtoso, ILL, 38-39). Personaggio dunque fra i più singolari della Casa d'Este (1), che offriva all’Ariosto ampia materia di imprese belliche e di attività politica, per cui si poteva giustamente attribuirgli il merito di avere chiuso il lungo periodo, nel quale con fortu- nose vicende si formò il dominio degli Estensi e si iniziò quello del loro consolidamento. Ma un altro motivo aveva spinto il giovane Ariosto alla scelta: un po di quella vanità familiare che fece esclamare a Dante, al cospetto del trisavolo Cacciaguida, O poca nostra nubiltà di sangue, (1) Vedi Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, 1845, III, pp. 264 sgg., 6 Lerum Ital. Scriptores, XV. col. 312-424. 228 G. FATINI perchè Obizzo III è appunto quel Marchese di Ferrara che, conosciuta «la bella Lippa da Bologna » (Furioso XIII, 73), ne rimase così avvinto che la volle con sè a Ferrara; e dopo venti anni di convivenza maritale la sposò nel 1347, in punto di morte, — aveva perduta la moglie Pepoli nel 1342 — per legittimare, dicono i cronisti, gli undici o i tredici figli che gli aveva regalati. S Madonna Lippa era un'Ariosti, che fu seguìta a Ferrara da fratelli e cugini con molta fortuna e benevolenza da parte degli Estensi, tanto che degli Ariosti Borso ebbe a dire più tardi che erano «l’ornamento e lo splendore della corte » (1): tra i cugini seguì Lippa un Niccolò o Colò, dal cui ramo scen- derà il padre del grande Ludovico. Alla celebrazione perciò di Obizzo l’Ariosto, indulgendo al un sentimento di vanità familiare più proprio ad un giovane, intendeva intrecciare il ricordo e l’elogio dei suoi avi, ricon- giunti etimologicamente dall'umanista Carbone con la presunta famiglia romana degli Aristii, e imparentati — dice il Baruf- faldi (2) — coi Malatesta di Rimini, gli Sforza di Milano, i Carrara di Padova, i Polenta di Ravenna e gli stessi Estensi. Questi nomi, che suonano potenza e splendore, avrebbero meglio illuminato il nome degli Ariosti, mentre dagli amori della « bella Lippa » un'aura di grazia avrebbe alitato per addolcire l’aspro ambiente e il bellicoso carattere del protagonista. Armi ed amori, Aunque, anche nell’Obizzeide, come nel- l’Innamorato, sono i due motivi informatori della fantasia ariostea, che dalla loro fusione in una unità ispiratrice aspet- tava di levarsi a volo e spaziare nella serenità dell’arte, col plauso degli Estensi lusingati dalla esaltazione e con l'illu- sione del Poeta di un successo, che avrebbe dovuto dargli fama e agi. (1) « Ornamentum et splendor» è detta la Casa Ariosto da Borso in un'investitura feudale; v. Cartarano, Vita, I, 7. (2) Vita di L. A., p. 10. LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 229 E allora perchè il giovane artista, giunto al 211° verso, sì stancò e mise per sempre in disparte il lavoro ? Egli capì che al quadro delle imprese belliche e amorose di Obizzo e ai contorni del suo ambiente mancava quell’alone di eroico e di maraviglioso di cui si circonfonde la storia, quando, investita nel corso dei secoli dalla fiamma rinnovatrice della fantasia popolare, assume carattere leggendario e diventa sor- gente di poesia. Era materia greggia, arida, che nessun ideale nè religioso nè politico aveva sollevata dalla bassura, poetica- mente infeconda, della cronaca. Le imprese di Obizzo, pet quanto importanti, non uscivano dai limiti, angusti e mono- toni, delle vicende storiche comuni a quasi tutte le Signorie italiane; buone tutt'al più per uno di quei cantari che esalta- vano ampollosamente le glorie d'una Casa, d'un Principe, d'un condottiero, esse avrebbero potuto destare un certo inte- resse nella Corte e forse non in tutta Ferrara, perchè ben lon- tane dalla drammaticità epica e dalla popolarità che la storia acquista sotto il soffio rinnovatore della poesia. Nell’angustia poi dell’argomento, ristretto alla gloriticazione di Obizzo, l'au- tore rischiava di rimanere soffocato sotto il peso dell'adulazione cortigiana, a scapito della sua dignità e della stessa povera vena poetica che il soggetto avrebbe potuto offrire, Non solo: l’Ariosto probabilmente sentiva la sconvenienza di indugiarsi sugli amori extra-coniugali della « bella Lippa », il cui interesse si sarebbe risolto in fondo in un malsano spirito di curiosità. Infine, di fronte alle stanze boiardesche piene di aria e di luce, armoniosamente collegate da un largo ritmo quale si addice alla maestà della narrazione epica, egli avvertì nel rigido e rapido conchiudersi delle terzine un impaccio al volo della fantasia narrativa, uno sforzo raziocinativo che avrebbe sminuito la semplicità e la solennità del canto e turbato troppo spesso la luminosità della strofa. L'Ariosto nella istintiva consapevolezza del suo avvenire, a cui lv invitava più che l’allettamento di un bel posto, la visione della gloria coi fantasmi della bellezza, che confusi 230 G. FATINI s'agitavano nella sua calda fantasia, sentì il pericolo di confon- dersi cogli umili autori di cantari storici e al 211° verso abban- donò l’impresa. . Il Pigna ricorda che l’Ariosto «prese per suo soggetto il «comporre romanzevolmente. havendo tal componimento per «simile all'heroico e all’epico » ma da questa impresa volendo «il Bembo levarlo, con dirgli che egli più atto era allo scrivere «latino che al volgare, et che maggiore in quello che in questo « si scoprirebbe, dissegli all'incontro che più tosto volea essere «uno dei primi tra scrittori Toscani che appena il secondo tra « Latini, soggiungendogli che ben egli sentiva a che più il suo «genio il piegasse... » (1). Ottima risposta, che ben sì confà e alla spiacevole impressione che il Bembo può avere riportata dalla lettura delle rime in genere più che del ternario epico, cui quelle parole non paiono riferibili, e alla volontà dell'A- riosto di persistere nel campo volgare, rivolgendosi al poema romanzesco, ma a quello dell’epopcea cavalleresca. Così, abbia il Bembo avuto il merito di distogliere dall'Ohi:- zeide l’amico, o il merito sia tutto della squisita educazione intellettuale dell’autore; abbia Ercole con la sua indifferenza dissuaso il giovane cortigiano, oppure nulla abbia saputo di quel ternario, il tentativo dell'Obizzeide fu abbandonato, con gran vantaggio dell’arte ariostea, non perchè distolse il Poeta dal persistere nello scegliere un argomento con l’unità d'azione, come farà più tardi il Trissino e lo stesso Tasso col Ranaldo, ma perchè lo richiamò alla fonte dei poemi cavallereschi, che riu- scirono finalmente ad investirlo tutto con la potenza e rie- chezza della loro poesia e con la suggestione del loro mondo. Il frammento però ha qua e là qualche tratto o nota che lascia intravedere il futuro cantore. Fin dall'inizio questi intuisce quale ondata di poesia può derivare dalla fonte dell’amore confusa con quella della guerra, ma nel suo orgoglio d'’indi- pendenza spirituale, non volendo accodarsi ai continuatori (1) HAUVETTE, Notes, p. 12 n., e L'Arvoste, pp. 89-90. LE ‘ KIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 231 dell’Innamorato, e tanto meno ai cantastorie che lo avevano preceduto nel cantare le glorie dei Principi, cerca quella fonte fuori del mondo cavalleresco, in quello prosaico di Obizzo, la cui vita intessuta d'armi e d’amori, più che ricordargli Orlando o Rinaldo, gli consentiva con l’unità d’argomento di avvicinarsi al poema classico. E forse in Obizzo, che egli fa combattere nel campo francese contro gli Inglesi, vuol riaffer- mare l’origine franca della Casa d’Este, ricollegandola a Carlo Magno, puriticata dall’onta di traditrice che i nemici dei Duchi di Ferrara si compiacevano di rinfacciare facendola discendere da Gano. Lo Strozzi col frammento della Borsiade e il Boiardo con la sua genealogia sparsa nell’Innamorato gli offrivano la fonte di questa purificazione. Canterò l’arme, canterò gli affanni d’amor, ch'un cavallier sostenne gravi, peregrinando in terra e n mar molti anni. Quasi presentisse la vacua battaglia che più tardi intorno alla varietà di azione del poema cavalleresco sostennero i pedanti fautori dell’unità, egli unifica il soggetto sostituendo ai cavalieri un cavaliere. Altra novità è nella invocazione rivolta non alla Musa o ad Apollo, come suggeriva la tradizione classica, 0, su l'esempio dei cantastorie, all’uditorio popolare, ma alla donna amata, la cui immagine balza alla sua fantasia tra reminiscenze petrar- chesche e dantesche e richiami mitologici, che rivelano il poeta da un lato non ancora esperto delle attrattive dell'arte, dal- l’altro accarezzato teneramente dall'amore, quale non apparirà nell’invocazione del Furioso, Voi Tusato favor, occhi soavi, date all'impresa, voi che del mio ingegno, ocehi miei belli, avete ambe le chiavi. Altri vada a Parnaso 0 a Cirra; io vegno, dolci occhi, a voi; né chieder altra aita a° versi mici se non da voi disegno, 232 G. FATINI Versi dall’andatura semplice e modesta, ben lontani dalla movenza elegante e compita dell'ottava, ove la donna amata continua, ma con altro spirito, ad assistere il poeta nel suo canto: Dirò d'Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai nè in rima; se da colei che tal quasi m’ha fatto che ’1 poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso. Certo c’è qui una nota di malinconia che nel ternario manca, appunto perchè tra i venti e i venticinque anni l’amore si pre- senta in tutta la pienezza del suo appagamento, senza che l’espe- rienza dei travagli e delle delusioni ne offuschi la limpida visione. Nelle terzine la donna amata è la guida dolce e bella, che ac- compagna il giovane con lo stesso affetto di Virgilio per Dante (la reminiscenza dantesca: « avete ambe le chiavi », lo fa pen- sare) o di Laura per il mesto amico rimasto in terra (la triplice invocazione agli occhi, detti «soavi», «belli » e «dolci» non è il solo richiamo petrarechesco del componimento): nel poema invece compare come una tiranna che potrebbe anche impe- dirgli di pervenire alla meta, tanto la passione d’amore lo consuma, con l'effetto di turbargli quella calma spirituale che il canto esite. In entrambi i casi è sempre l’amore che domina la fantasia di messer Ludovico; onde vien fatto di domandarci se la donna che travagliò il cuore dell’Ariosto sino a fargli temere di per- dere il senno non abbia qualche legame spirituale con la donna stessa dal cui occhio il giovane Poeta attingeva ispirazione al canto. Dai più la donna del Furioso si identifica con Alessandra Benucci, la bella e formosa moglie di Tito Strozzi, che mitigò gli ardori del maturo artista dal 1515, quando mise le bende LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 233 vedovili, o forse prima. È facile che, alla vigilia di licenziare il poema per la stampa, l’Ariosto nella definitiva stesura del- l'ottava accentuasse la sua pena amorosa con una di quelle esagerazioni verbali che gli erano care, per rendere omaggio alla donna dal cui amore si sentiva da poco fortemente soggio- gato. Ma tale ammissione non esclude che una donna ispira- trice di versi sia comparsa sino dal ternario e da questo sia passata, più tardi, nel poema: una donna che, rappresentando l'ideale femminile, egli incarnò via via nelle facili bellezze reggiane e ferraresi, suggerendogli versi latini, e cantò con accenti di fervida contemplazione in alcune liriche volgari, e, poi, vagheggiò lungamente con la fiamma della sua calda sensualità, finchè, varcata la giovinezza e calmati gli ardori, la realizzò nella Benucci (1). Unità d’argomento e novità d’invocazione dunque rivelano l’impronta di un artista, sia pure principiante; al quale d'al- tronde non sfugge, per una vaga comprensione di certe neces- sità estetiche, l’aridità della materia; onde in lui un singolare sforzo per sollevare la figura di Obizzo dalla sterile zona della cronaca in un'atmosfera leggendaria. Così l’Ariosto ritarda di una quindicina d’anni la lotta fra i due re di Francia e d'Inghilterra per dar modo a Obizzo, nato nel 12294, di parte- ciparvi; lo presenta figlio di Azzo VIII mentre gli è nipote, essendo nato da un Aldobrandino, che, morto Obizzo II, sì mise subito in discordia col fratello Azzo. Forse già gli sorri- , deva alla fantasia la descrizione dello spettacolo popolare detto la battagliuola, che fu istituito nel 1317 per festeggiare il ritorno degli Estensi a Ferrara dopo il dominio pontificio; e la scena burlesca di una finta elezione imperiale tramandataci dal Chronicon Estense... (2). (1) Vedi CataLanO, Vite, IL 418-419, e per una diversa interpre- tazione L. Piccioni, Gli amori dell'A. e una invocazione del poeta, in Rivista d’Italia del 15 agosto 1923; qui mi discosto un poco da quel che scrissi in Rassegna, 1925, p. 35. (2) FrIZZI, Memorie per lastoria di Ferrara, II, 264; RR. 11. Scrip- tores, XV, 390; VIII, 488. 234 G. FATINI Non sì può neppure negare un certo movimento nel dialogo, nella descrizione della sfida di Obizzo con Aramone di Ner- bolanda. Il poema è pieno di sfide e duelli, che si susseguono con sorprendente variefà ed evidenza pittorica. In queste terzine non manca vivacità descrittiva, che trova nell'iniziu una efficace similitudine per rappresentare lo sgomento gene- rale, che invade il campo francese all’annunzio, un po’ rodo- montesco, della sfida di Aramone: Indi levossi per le squadre a volo e andò il tumulto, com’avesse insieme tanta gente impaurito un omo solo; non altrimenti il mar, se da l’estreme parti di tramontana ode che ’1 tuono faccia il ciel rissonar, murmura e freme. Soprattutto vigorosa è la pittura del protagonista, che si delinea subito ardimentoso e insofferente d’ogni sopruso. Quel suo presentarsi impavido in mezzo allo sbigottimento di tutti i guerrieri, quell’invocare con le « braccia in croce », quasi novello Davide, che vuol provare «s’a quel superbo - può far cader «così orgogliosa voce »; quel gareggiare fra i campioni delle tre diverse nazioni per strappare all’italiano l’onore della sfida, sono pennellate vigorose e sicure, che preannunziano felice mente certe linee e certe scene del Furioso, nelle quali l’eco del fallito poema non è intieramente svanita; come nel duello tra Orlando e Ferraù (XII, 44-45); nella lotta tra Rodomonte-e Mandricardo (XXVII, 48 sgg. = vv. 142-59); nell'intervento di Rinaldo contro Polinesso in difesa di Ginevra (V, 86): nel ritratto di Rodomonte (XLV, 1-4 = vv. 53-56) e nell’atteggia- mento di Rinaldo contro Gradasso (XXXI, 99 = vv. 181-389). Vi è di più: nelle terzine risuona un accento di fierezza naz10- nale, che anticipa le rampogne del poema contro lo straniero e ì tiranni del paese: Obizzo, de Vonor d'Italia avaro e del suo proprio, e quinci e quindi offeso da quel parlar via più ch’assenzo amaro, LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 235 rispose: -— Tosto ch'avrò morto 0 preso, come spero, Aramon, che non mì deve quel che m'ha il re donato, esser conteso, tarò a ciascun di voi veder in breve che la mia gente al par d’ogn’'altra vale ad ogni assalto o faticoso o lieve. — Sono un'eco di quell’avversione anche antifrancese che i Ferraresi nel loro intimo sentivano per quell’incerto e pericoloso gioco della politica di Ercole, che dal 1496 al 1500 fu costretto a destreggiarsi fra la Francia e Milano. Marchese di Ferrara della Casa di Maganza, tu perderai il stato a dispetto della Franza, cantavano beffardi i Veneziani (1); ma anche i Ferraresi non vivevano tranquilli, perchè la Francia appariva come una minaccia per la pace a tutti e particolarmente ai sudditi del- l’Estense, che della politica francese del Duca scorgevano, più che i vantaggi, il pericolo per la loro tranquillità. Anche nel ternario in fondo c’è lo stesso spirito antifrancese che l’Ariosto insinua nelle odi latine Ad Philiroem e Ad Pandulphum scritte sotto la minaccia gallica, e nell'epitafio per la morte di Fer- randino, indiretta vittima dell’invasione francese (2). Spunti dunque d’individualità artistica, indizi di abilità rappresentativa e d’un certo afflato poetico, ispirato da una visione meno angusta della storia e da un vivo sentimento di italianità, non mancano nell’Obizzeide, che in confronto dei tanti cantari ha il pregio anche d’un verso scorrevole ed elegante; ma tutto ciò non valse a ingannare l’autore sulla aridità poetica di quel mondo storico, circoscritto da un interesse prevalentemente dinastico e personale. (1) Vedi Baccnenti, La congiura, I, 168. (2) BACCHELLI, op. cit., E, 191, 199 e particolarmente G. FATINI, Italianità e Patria in L. A., in Atti e Memorie della PR. Accademia « Petrarca» di Arezzo, N. S., I (1920), pp. 7-13 (estratto). 236 G. FATINI * * 3% Con l'abbandono dell’Obizzeide non svanì dalla mente del- l’Ariosto il disegno di un canto solenne e magnificatore, che non poteva essere sostituito dalle liriche nè venir meno con le distrazioni della sua giovinezza o della Corte poco generosa. La realtà da un lato con la sua inconsistente bardatura caval- leresca, fatta di balli, cavalcate, cacce, tornei, giostre e duelli, in contrasto con le brutture di una politica sleale, avida e sopraf- fattrice, seguìta dalla maggior parte degli Stati; dall’altro con la vita di Corte, dove l’ideale cavalleresco sì era immiserito in una meschina gara di ambizioni e di umili servigi, acuiva in lui il bisogno di quel canto che, pur dopo i due tentativi. continuava .a fermentargli confuso e incerto nella fantasia. commossa dal miraggio della gloria e dalla speranza di un premio. In mezzo a questa forse inconsapevole gestazione spirituale gli muore il padre (febbraio 1500): | Mi more il padre e da Maria il pensiero drieto a Marta bisogna ch’io rivolga, ch’io muti in squarci et in vacchette Omero. Quell’Omero (sat. VII = VI, 199-201) cambiato con brogliacei e libri di conti è una rivelazione! Simbolo della poesia epica — non dello studio del greco e tanto meno della lettura di testi greci, ai quali l’ Ariosto non potè mai arrivare (1) —, quella parola rivela l'amarezza della forte delusione provata per l’'inu- tile travaglio sofferto, prima e .dopo l’Obizzeide, a ideare e tessere trame di eroi. Altro che tempo e voglia di cantare per la gloria! (1) È ancora controversa la questione se l'A. conoscesse il greco; il CATALANO (Vita, I, 140) non esclude che qualche lezione di greco la ricevesse dal Marullo; vedi pure I, 134 n. e una mia nota in Giorn. stor., 67, 423 n. e nel mio commento alle Satire di L. A., Firenze, Sansoni, 1933 (VII, 151 e 201). LE ‘“ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 237 Alla vita con le sue incresciose difficoltà e coi suoi bisogni pratici occorreva pensare: Truovi marito 6 modo che ai tolga di casa una sorella e un’altra appresso, e che l'eredità non se ne dolga; coi piccioli fratelli, ai quai successo ero in luogo di padre, far l’utfizio che debito e pietà m'avea commesso. A chi studio, a chi corte, a chi esercizio altro proporre, e procurar non pieghi da le virtudi il molle animo al vizio. C'eran tanti pensieri e così gravi occupazioni che avrebbero, nonchè disperse le più poetiche illusioni, stancato l’uomo più pratico della vita. E l’Ariosto, da uomo pratico, allo scopo di avvantaggiare l’eredità, dal modesto servizio di Corte, par- rebbe dopo avere tentata senza frutto la protezione di Alfonso, con un epitalamio, scritto nella occasione delle sue nozze (1) con Lucrezia Borgia, ottenne di passare al capitanato di Ca- nossa. Con questo ufticio militare, che gli venne presto in uggia, sebbene gli lasciasse molta libertà, il sogno epico rifiorì vigo- rosamente, ravvivato da quell'ombra pallida e falsa di vita cavalleresca che era costretto a condurre, e soprattutto dalla vicinanza di Reggio. Tra una gita e Valtra da Canossa alla città natia messer Ludovico potè rivivere le dolcezze e i sogni del soggiorno reggiano, goduto alcuni anni prima, quando l’ombra della morte non aveva ancora angustiato il suo cuore di figlio e fratello; e forse fu a Canossa che i falliti tentativi epici gli ritornarono alla mente, sotto una nuova luce lusin- gatrice, nello sfondo simpatico dell'ambiente boiardesco, Là egli aveva bevuto col latte materno lamore della poesia; là, nella quiete campestre del suo bel Mauriziano, aveva gustato meglio che nella dotta Ferrara le ottave dell'Unnamorato; là (1) Hauverte, Notes sio la jeunesse, pp. 13-14. 238 G. FATINI probabilmente tornò a dissetarsi alla fonte di quei versi, e dalla nuova lettura trasse più vivo e distinto il desiderio di emularne l’autore. Così la poesia, eterna maga, lo riebbe a sè risvegliando nella sua fantasia un nuovo fermento di accenti, note, immagini, motivi, favorito e frenato al tempo stesso dal mondo boiardesco, le cui creature ormai gli danzavano innanzi attraenti e con contorni sempre più netti. La laboriosa gestazione ebbe pro- babilmente il suo epilogo (1504-06) dopo l'ingresso aHa Corte di Ippolito, apertagli nell’ottobre 1503, quando da qualche mese aveva abbandonato il capitanato di Canossa, forse per affettuoso interessamento del cugino Pandolfo. Il nuovo ufficio, che fin dall’inizio gli fece balenare la pro- spettiva di un lieto avvenire, con un signore mecenate che avrebbe potuto assicurargli tempo e quiete per consacrarsi tutto all’arte, gli ruppe ogni esitazione nella scelta della via, orientandolo decisamente verso quel mondo cavalleresco da cuì il vano orgoglio d'una male intesa indipendenza artistic: aveva cercato fino allora di tenerlo lontano. Il Ruscelli, fra gli antichi, crede che l’Ariosto riprendesse la trama dell’Innamorato spinto dalle troppe lodi riscosse dalla continuazione di Niccolò degli Agostini (1); fra i moderni l'Er- mini vuole che messer Ludovico, facendosi interprete del sen- timento di sdegno destato, a suo parere, dal conte di Scandiano ‘alterando e umiliando con l'amore la figura di Orlando, pro- seguisse quel poema con uno spirito di opposizione, per resti. tuire cioè al campione della fede cristiana col lavacro puriti- catore della pazzia la perduta maestà (2). Può darsi che le lodi del pedestre lavoro del Degli Agostini (1506) e, aggiungiamo, di quello del Cieco da Ferrara, così sgraditi all'orecchio musicale dell’Ariosto, abbiano concorso ad indurlo alla scelta accendendo in lui il desiderio di mostrare (1) CataLano, Vita, IT, 293. (2) Prefazione all’O. F., edizione dell’ Unione Tip. Ed. Torin. pp. 10.11. LE ‘‘RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 239 . a quei lettori di facile contentatura quale fonte di bellezza avrebbe potuto esprimersi dal poema boiardesco; ma è ben lontana dal vero l'asserzione dell’Ermini, perchè, se ci fu un poema caro agli Estensi e avidamente ricercato, letto e sollecitato dalla società ferrarese, questo fu l’Innamorato. Ciò dicendo, non intendiamo dare valore neppure alle strane ipo- tesi di coloro che attribuiscono la eontinuazione del poema boiardesco a un ordine del duca Alfonso o del cardinale Ippo- lito o al desiderio della marchesana Isabella o della donna amata. Il motivo peculiare della scelta fu uno solo e in esso si com- penetrano e si sperdono tutti i motivi occasionali e accessori, come la popolarità del mondo cavalleresco presso la società estense, il favore dell’[nnamorato e dei suoi epigoni, il desiderio dell'Ariosto di cattivarsi la simpatia dei Principi, ecc.: quel miotivo che nel lungo tirocinio di studio dal 1493 al 1503 era venuto assumendo una padronanza assoluta sulla mente ario- stea, mentre a contatto della realtà sorgeva nel Poeta e si sviluppava, sotto la spinta dell'ambizione e dell'interesse per- sonale cedenti via via il campo al dominio sempre più inva- dente della bellezza e dell’arte, il bisogno di un tal canto gran- dioso: il motivo che solo in quel mondo cavalleresco avrebbe trovato perfetta aderenza il mondo che nella sua fantasia veniva elaborandosi e completandosi, vale a dire che solo in quel mondo l’Ariosto avrebbe potuto pienamente attuare il suo sogno d'arte. Che era in fondo il sogno e Fideale di bellezza dietro cui e Leonardo e Raffaello e Michelangelo con una legione di artisti e di scrittori d'ogni levatura intellettuale si trascìna- vano anclanti, salendo il dirupato monte dell’arte, di null’altro solleciti che di toccarne la cima, per godervi intiera quella divina armonia che solo ai privilegiati faceva giungere di lassù Te sue note suggestive. Il Rinascimento trionfava in pieno a Ferrara non meno che a Firenze, a Roma, a Milano, a Mantova, perchè una numerosa schiera di umanisti e di scrittori in volgare aveva ormai appre- 240 G. FATINI stata una temperie intellettuale così impregnata di spiriti artistici che mancava solo che apparisse un genio per espri- merne il capolavoro. Il genio venne con l’Ariosto, il quale purificandosi a poco a poco di tutte quelle preoccupazioni materiali e personali, che stimolando in lui l’artista lo tenevano attaccato ancora a finalità estranee all'arte o dell’arte prepotentemente domina- trici, getta nel vasto crogiolo della sua fantasia coll’immenso materiale greggio che dal Boiardo e dalla legione dei suoi pre- decessori e continuatori aveva raccolto, le sue aspirazioni, i suoi bisogni, le sue ansie di uomo, di cortigiano, di artista: tutto fonde e rielabora al soffio potentemente rinnovatore del- l’arte, e armonizzato e trasfigurato lo solleva ai fastigi della creazione. Lo stesso motivo personale, propiziarsi gli Estensi per assi- curarsi vita agiata e tranquilla, è come assorbito dal motivo superiore, perchè quegli agi e quelle comodità che egli attende dal mecenatismo di Ippolito, li spera non come un egoistico premio del suo lavoro, ma come mezzo che gli consenta di ab- bandonarsi tutto, senza distrazioni, alla realizzazione del suo sogno. Ecco l'accento di vivo rammarico racchiuso in quel verso che sì suole intendere nel gretto significato di uomo scontento perchè non abbastanza ricompensato: E di poeta cavallar mi feo! Di poeta cavallaro! il passaggio è duro, la delusione amaris- sima per chi, conquiso ormai dal misterioso fascino della poesia, dopo un lungo noviziato se n'è fatto in cuore un altare, a cui possa degnamente accedere, purissimo sacerdote, per levare al cielo, tinalmente, le note varie, ricche, suggestive del suo canto, I tempi sono maturi: la decennale preparazione, fatta di tentativi e «di pentimenti, di entusiasmi e di delusioni, in col- loqui continui coi nostri grandi, è compiuta. Eccoci dunque alla grande opera, per la quale l'educazione classica gli ha LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 241 approntato con un graduale ed organico svolgimento tutti gli elementi costitutivi dell’arte. Ho detto educazione classica, ma intesa nel significato esten- sivo di latina e volgare, l'una e l’altra intimamente e feconda- mente armonizzate, non esclusivamente o prevalentemente latina, come molti intendono. I quali trascurano il fatto che anche a Ferrara, come altrove, l’ultimo quarto del secolo XV è lo stadio in cui le due correnti, la umanistica e la volgare, dopo un lungo periodo di vita indipendente e talora antagonistica, vengono a confluire per confondersi in un primo momento e in un secondo fondersi in una unità ispiratrice; se della prima il tipo più rappresentativo è Vespasiano Strozzi, che nella sua arte elegante, donde affiora spesso un’eco di spiriti petrar- cheschi, assomma il lavorio oscuro di una pleiade di umanisti, la seconda vanta Matteo Maria Boiardo, la cui non troppo intima dimestichezza coi classici favorisce in lui il libero sviluppo del poeta lirico e cavalleresco. D'altronde, la lingua italiana nel ’400 non fu mai abbando- nata o avversata in Ferrara, non solo per la naturale tendenza del popolo e dei letterati ad affezionarsi alla lingua che sl parla, ma anche e soprattutto per la viva simpatia che Marchesi e Duchi da Niccolò III ad Ercole nutrirono ininterrottamente per essa. Se lo stesso Leonello, squisitamente educato nel elassi- cismo, non sdegnò di poetare in lingua italiana, Borso ed Er- cole, poco familiari con le lingue e le letterature classiche, pro- mossero una ricca fioritura di traduzioni dai testi antichi; e questa e la copiosa produzione, particolarmente in versi vol- gari, di oscuri popolani e umanisti, finirono col conferire al volgare, nel campo della cultura ferrarese, un posto, se non superiore, pari a quello latino, trascinando da ultimo pertino ì più fanatici ammiratori della lingua romana (1). Così nell'atmosfera intellettuale di Ferrara, in un primo tempo permeata da spiriti classici, volgari e cavallereschi, (1) Vedi indietro i capp. I e IL. Giornale storico — Suppl. n° 25, 16 942 i G. FATINI piuttosto discordi o estranei fra loro, sboccia l’Innamorato, che è il fiore più fresco e aulente della Rinascenza ferrarese; più tardi nella piena fusione di quegli spiriti, che ormai con- fluiscono, senza contrasto, in un comune strumento di espres- sione, che è la lingua volgare, cresce e si matura il frutto più genuino della Rinascenza non più ferrarese ma italica, il Furioso. Perciò l’educazione spirituale dell’Ariosto in armonia col clima in cui si svolse, cogli esempi che il tempo gli offriva, con la vittoria della lingua italiana, che proprio nell’estremo decennio del secolo stava liberandosi degli ultimi ostacoli, fu latina e volgare; cioè l’Ariosto ebbe un noviziato poetico in lingua ita- liana, il quale, se appare meno fecondo di quello latino perchè poche sono le poesie rimaste o conosciute, non ha minore impor- tanza di quello ai fini della dimostrazione che dopo il 1492 egli si esercitò in ambedue le lingue (Quivi in più d'una lingua e in più d’un stile — scriveva più tardi, come abbiamo ricordato, a proposito del suo Mauriziano — rime traea sin dal gorgoneo laco); affinò il suo gusto e temprò la sua cultura nella lettura dei grandi Trecentisti, alternata con quella dei lirici latini e di Virgilio; in modo che, quando finalmente, dopo lunghe esitazioni e ten- tennamenti, trovò la sua strada, prese a batterla risolutamente in volgare. Abbiamo fatto parola della tradizione che attribuisce al Bembo il tentativo di avere dissuaso l’amico dallo scrivere in italiano; se essa ha un certo fondamento, è probabile che quel tentativo si riferisca genericamente, come s'è già accennato, alle poesie in volgare più che all’Obizzeide o ad altro lavoro specificatamente indicato; può darsi che il futuro teorico della nostra lingua, comparando le poesie latine dell’amico con le volgari, trovasse quest'ultime inferiori, forse per quell’im- pronta dialettale che la imitazione petrarchesca non riusciva a nascondere, e nel suo formalismo linguistico si fosse con- vinto che l’Ariosto sarebbe riuscito meglio nell’idioma romano. Ma qualunque sia il valore di questa tradizione, essa è profon- LE ‘‘“ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 243 damente significativa, perchè attesta in messer Ludovico, che sì rifiuta di essere secondo nella lingua latina, preferendo di essere primo fra i non apprezzati poeti italiani, una consape- volezza delle proprie forze come poeta volgare e una fede nella lingua di Dante che non possono essere di un tepido ammira- tore della lingua italiana e tanto meno di un neoconvertito ad essa: quella consapevolezza e quella fede sono e debbono essere il frutto di un «lungo studio e di un grande amore » pei grandi del Trecento, temprato nell’esercizio assiduo e labo- rioso della lingua, allo scopo di formarsene uno strumento d’espressione adeguato alla intuizione del suo mondo fan- tastico. Aggiungo: anche se difettassimo di prove, dovremmo ugual- mente ammettere una preparazione volgare, perchè la crea- zione del Furioso, in cui il fantasma poetico si attua quasi sempre in una pienezza d'espressione insuperabile, presup- pone un tirocinio linguistico e stilistico lungo e accurato anche in volgare, a meno che non si voglia vedere nel poema il frutto spontaneo di un genio, che miracolosamente si rivela in lingua italiana su di un terreno esclusivamente o prevalentemente latino. Quella dell’Ariosto fu dunque una educazione latina e vol- gare, che gli fornì una conoscenza ampia e sicura dei grandi scrittori antichi e moderni, come attestano le numerose tracce dello studio e della imitazione loro, che si possono facilmente seguire nel poema: tracce che mi guarderò bene dall'enumerare, ripetendo quanto altri ha raccolto con pazienza certosina come fonti classiche, dantesche, petrarchesche e pertino boc- caccesche. Quel che giova però tener presente è che l'influsso latino e toscano non si esaurisce nel suggerimento di un episodio o di un motivo, nell’assimilazione di una nota o di un'immagine; il Poeta ne è così profondamente penetrato che, tenendosi lontano tanto dall'ingombrante erudizionismo del- l'umanista quanto dalla sciatta e disorganica opera dei canta- storie e dei poveri rimatori, da una giusta contemperanza degli Q44 G. FATINI spiriti classici coi moderni ha saputo derivare quella forma mentis, di cui mirabile strumento di espressione risulta una lingua tersa e armoniosa, cantante con l’onda musicale del verso scorrevolissimo entro l'ampio e luminoso ritmo dell’ot- tava, e prodigioso frutto una personalità artistica spiccatamente originale, che sì rese fine interprete di quel quid eterno e uni- versale che sub specie pulchritudinis, direi, agitava il clima del Rinascimento. Con la tecnica del verso e con tutti i procedimenti stilistici l’Ariosto trasse dalla sua decennale gestazione anche il bisogno di una tenace e intensa elaborazione, specialmente del suo mondo interiore, che divenne come un tormentoso sforzo di conquista e di perfezionamento; e soprattutto trasse una capacità creativa e in pari tempo assimilatrice che gli permise di trasformare la « gionta » — come il Poeta e i contemporanei chiamano il Furioso di fronte all’Innamorato (1) — in una magnifica opera originale, differenziandosi dal Boiardo in quanto portò a perfezione artistica quel mondo che il Conte di Scandiano aveva costruito ma non rifinito. Forse in quell’umile espressione di «gionta », che continua «la invenzione » boiardesca, messer Ludovico si è compiaciuto di insinuare un tal risolino che a me pare ricordi quello del Manzoni che finge di trascrivere, su per giù, la storia dell'ano- nimo autore del suo romanzo, perchè, riannodate alcune fila interrotte della trama dell’ZInnamorato, al solo scopo di riu- seire intelligibile ai lettori, senza obbligarli ad avere sott'occhio quel poema, l’Ariosto è il primo a sentire l'indipendenza e il distacco dei due poemi, non tanto per la materia cantata quanto per gli elementi costitutivi dell’arte, gli uni dipen- denti dal tocco magico dell'ala del genio, che veleggia so- vrana nei regni dell'immortalità, gli altri dalla educazione e preparazione spirituale, che nel Boiardo fu piuttosto scarsa e lacunosa. ° (1) CatanLano, Vita, I, 295-297, LE ‘' RIME,, DI-LUDOVICO ARIOSTO 240 Di qui una spiccata differenza tra i due poeti nel ritrarre il mondo cavalleresco; il Conte di Scandiano, feudatario e poeta dall’anima gentile, sente con vivo rimpianto il vuoto di quel mondo ormai dileguatosi nella lontananza dei secoli per la cattiveria degli uomini; e rivivendolo col desiderio insoddisfatto lo rievoca con l’accento lirico di un cuore appassionato, il quale accento, mentre appanna la serenità epica della narrazione, lo porta inconsapevolmente ad alterare la solennità e la dignità dei personaggi stessi; il grande Ferrarese, al contrario, con l'occhio continuamente fisso, per quanto non appaia, alla realtà, che dell’ideale cavalleresco conservava per amore del bello solo qualche tratto esteriore, dominandolo tutto, rivive quel mondo con la serietà e con la gioia dell'artista, che in quella bella favola trova con la piena realizzazione dei suoi fantasmi poetici il suo riposo e il suo massimo godimento spirituale. i Il mondo dell’Innamorato rivela un'imperfetta fusione dei due cicli nella forma rude, incoerente, diseguale dei personaggi, che non hanno perduto del tutto i caratteri speciali della loro duplice natura; quello del Furioso è tutto una unità estetica sgorgata dalla intima fusione dei due cicli, felicemente riuscita in grazia di una maggiore penetrazione psicologica, d'una 0s- servazione più acuta e limpida della realtà, di un'esperienza artistica più ricca e feconda, ma soprattutto in grazia della ispirazione classica, che, difettosa e insufficiente nel Boiardo, diviene come la linfa nutritiva di tutta Varte ariostea. La quale, così, alla doviziosa fonte dei nostri grandi ha saputo attingere quella serena giocondità di spirito, quella visione intiera della vita umana, quella plasticità e quel colore del linguaggio e quella divina armonia che costituiscono il segreto della bel- lezza del poema. Per essa i due cicli vedono scomparire la loro individualità storica in una nuova individualità poetica, che li comprende organicamente tutti e due, senza essere nè l'uno nè l’altro; e in mezzo a questa individualità la trama si svolge con sempre più vivo interesse, le scene sì succedono varie e 246 G. FATINI potentemente espressive, i personaggi si presentano con un continuo soffio di vita propria, gagliarda e piena. Due esempi: l’Orlando del Boiardo ha come una doppia personalità: innamorato, è un cavaliere errante un po’ rozzo, querulo e bonaccione, che Angelica può facilmente raggirare; paladino, riprende la sua austerità di rigido difensore della patria e della religione. Come conciliare queste due anime sovrap- poste in un solo uomo ? Come risolvere dopo tante avventure il dissidio? Ricorrendo forse alle magiche acque dell’Ardenna, come vi si ricorre per Rinaldo e Angelica? A parte che l’arte vera non si ripete, la soluzione che '‘astrae "dagli elementi umani, potrà anche momentaneamente piacere, ma appagare l'artista no. Nel Furioso invece l’amore affievolisce in Orlando sempre più la natura del paladino facendogli trascurare e poi dimenti- care i suoi doveri; se egli adopera ancora le armi in difesa della patria, lo fa senza quel fiero entusiasmo che prima sorreggeva ogni suo atto, ma quasi per non venir meno alle sue abitudini e come trasognato dietro la irreperibile Angelica. Così attra- verso un graduale dissolvimento della sua natura eroica egli si avvia lentamente alla pazzia, la quale lo sorprende, ormai fiaccato dalla vana ricerca della donzella, dopo la scoperta delle sue nozze, come punizione celeste che non cesserà se non per misericordia divina. Solo quando Iddio crederà che il paladino abbia compiuta tutta la sua espiazione, Orlando potrà ritor- nare invitto campione della Fede e della Patria, per l’inter- vento miracoloso di Astolfo; e come all'amore e alla pazzia di Orlando si riavvicina, per le conseguenze della guerra, l'ira di Achille, così all'intervento di Astolfo si può riaccostare la morte di Patroclo; perchè, se questa ricondusse al suo dovere di guerriero greco l’offeso Pelide, quello risvegliò nel folle Orlando la coscienza del paladino votato alla religione e alla Francia, per chiudere la lotta contro i Mori col trionfo della civiltà cristiana. Così l’ispirazione classica, confortata dalla vi- sione della realtà umana, suggerì nella pazzia lo sbocco dell'amore LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 247 di Orlando, senza rompere l’unità poetica del poema, anzi collegandosi intimamente con essa. Guardiamo Angelica: d’una leggerezza un po’ grossolana nell’Innamorato, ove l’amore non distrugge totalmente in lei la sua origine di incantatrice, acquista nel Furioso tutta la pienezza di donna leggera e attraente, che si compiace di essere corteggiata non meno che di essere bella, graziosa e insensibile, e passa tra gli uomini ora sorridente e ora sprez- zante a seconda del suo umore volubile e del suo egoismo fem- minile, finchè, dopo avere scherzato un po’ troppo col fuoco dell’amore, si infiamma anch’essa e ne resta vittima. E non solo la realtà dei personaggi si fa più umana per quel- l'attitudine speciale che l’Ariosto s'è formata a cogliere l’at- teggiamento interiore di essi, plasmandolo nella sua fantasia e conservandogli nella nuova raffigurazione un'impronta rea- listica, ma anche il mondo cavalleresco si illumina di una luce che gli viene irradiata dalla realtà vera, dal mondo, cioè, in cui il poeta vive. È uno dei soliti luoghi comuni quello che l’Ariosto, tutto perduto dietro le fole dei suoi paladini, chiuda totalmente gli occhi alla realtà che lo circonda. Ma, di grazia, quale realtà? Quella umana? Eppure, se i personaggi piacciono è appunto perchè nella pazzia di Orlando come nella grazia civettuola di Angelica, nelle smargiassate di Ferraù come nella terribilità di Rodomonte, nel sacriticio eroico di Isabella come nel delicato struggimento di Fiordiligi, c'è tutta l'umanità con le sue luci e le sue ombre in tutte le loro gradazioni. La realtà dei tempi coi bisogni, con le aspirazioni che tra- vagliavano la società del Rinascimento? Chi legga attenta- mente il poema vedrà quanto della realtà contemporanea si rifletta nel luminoso edificio ariosteo (1): una realtà, s'intende, trasfigurata e smorzata nelle sue tinte più accese dalla calda e fervida fantasia dell’autore. La quale insinuandosi fra le (1) Vedasi il bel volume del BerToNI sul Furioso, ove diffusamente sono messi in rilievo questi riflessi; CATALANO, Vita, I, 268-69, e una mia Notizia letteraria, in Nuova Antologia del 1° sett. 1921. 248 G. FATINI pieghe del vecchio mondo cavalleresco ringiovanisce leggende e attori, ravviva d'interesse la trama dei racconti, ravvicina ai tempi del Poeta tempi tanto lontani, e spesso di sotto la tessitura di quel mondo, la trama di quei sogni, il ritratto di quei cavalieri si affaccia arditamente o coi pallidi riflessi delle brutture contemporanee o coi sinistri bagliori della guerra 0 con l’eco della gioconda spensieratezza del popolo, dei lette- rati, della Corte, o col fascino della bellezza abbagliante uomini e cose. Lo stesso Ludovico vi porta la sua anima mite, che vela di un sorriso i lamenti, addolcisce i rimproveri, reprime quasi sempre i suoi sdegni, non sa negare nè una lode ai potenti, nè un complimento alla vanità di tanti scrittorelli, nè all'an- dazzo dell’epoca lo svago di un racconto osceno. V'è di più: l'Ariosto col suo fine intuito penetrando nei recessi più nascosti dell'anima italiana ne sorprende il disagio politico e la vaga aspirazione alla libertà, ne coglie l’attacca- mento alla patria e l'avversione pei tiranni stranieri e nostrani; ma in quella forma e in quel grado che erano compatibili con l'anima paganeggiante ed epicurea del Rinascimento, quando questi sentimenti e queste aspirazioni, confusamente germoglianti dal fondo del cuore del popolo, erano appena avver- titi da pochi spiriti eletti: in quel grado e in quella forma che erano consentanei alla visione pura, dominatrice dell’arte, nella quale il sentimento di italianità ha una debole eco, al pari di tutti i sentimenti e fantasmi, di tutte le passioni, visioni € immagini, che mancando di intensità passionale sotto il ful- gore dell’arte stessa subiscono un affievolimento. Il quale ne attenua la vivezza, ne smorza i colori, ne mitiga il calore pel subordinarli e intonarli al motivo poetico dominante dell'ar- monia, come elementi musicali che perdono volentieri la loro individualità per dar vita a una mirabile sinfonia. Pertino nell’elogio degli Estensi egli sa conservare un senso di compostezza e di dignità insolito alla poesia cortigiana; perchè l’intendimento adulatorio, soggiogato dal fine superiore dell’arte, nel raccostamento della Casa d’Este alla Casa Giuli LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 249 si abbella di un’aureola di romanità virgiliana, la quale illu- mina di luce ideale gli stessi Estensi, specialmente Ippolito e Alfonso, che vengono così ravvicinati poeticamente e forse con l’intimo desiderio, pur troppo di giorno in giorno sempre più raffreddato sotto il gelo della realtà, di vederli degni imi- tatori, a Mecenate e ad Augusto. Tutta la realtà, dunque, vera e fantastica concorre a creare la divina armonia del poema, che nella sua ricca varietà di accenti, di note e di motivi si effonde fresca, melodiosa, ingenua e spontanea come il canto dell’usignolo. Ingenua e spontanea, perchè al pari dell’usignolo l’Ariosto canta per un intimo bisogno del suo cuore, rapito dalla dolcezza ineffabile del canto; egli canta per diletto ed è il primo a godersi quello «spasso » e quella « recreazione » che modestamente si proponeva di offrire in larga copia ai lettori; è il primo a goderne tuffandosi in quel mondo poetico non per futile passatempo, come da molti si è inteso nelle parole « spasso » e « recreazione », ma per svago dello spirito e conforto della mente. L’Ariosto intuiva che ufficio nobilissimo dell'arte è quello di far dimenticare le asprezze umane; dare una sosta alle inquietudini della vita; donare quel ‘riposo che è una necessità imposta dal quotidiano travaglio della nostra esistenza; largire quella gioia purissima e disinte- ressata che il mondo non sa nè può dare; con questo intendi- mento ha speso «longhe vigilie », per condurre a perfezione il poema, donde sgorga quell'intimo godimento superiore che solo la bellezza pura può generosamente offrire. E lo ha donato al mondo con la liberalità di un artista che nella dura e faticosa vittoria sa di avere l'unico compenso e ristoro al diuturno logoramento ehe ha dovuto subire per rag- giungere l’ardua meta. Perchè per conseguire quella immediatezza e freschezza di espressione che fa assomigliare il suo canto al canto dell'usignolo, quale travaglio! Quale lotta! Quante «longhe vigilie »! Dieci anni di paziente preparazione perchè nella sua fantasia assu- messe una certa concretezza il mondo della sua arte; altri dieci È WIE EIA ERI SE O 250 G. FATINI anni per la ideazione, stesura e revisione, e poi, trascinato dalla sua incontentabilità, altri anni ancora, dopo la prima edizione del poema, per avere quella compiutezza espressiva che fosse tutt'una con la luminosa visione del suo mondo fantastico, e raggiungere con la parola e nella chiarezza cristallina che era l’interna luminosità delle sue immagini, quella musicalità del verso che sentiva risuonare nel suo spirito, quella serena dilettazione dei lettori che godeva prima in sè medesimo. Nobile esempio di serietà di lavoro, che solo il Genio, per il quale i limiti della perfezione non si toccano mai, è in grado di dare. Chi ingannato dalla mancanza di un fine morale o patriottico o religioso ha giudicato il poema privo di moralità, mostra di non comprendere quale alta funzione educativa è riserbata all’arte nella civiltà dei popoli e nella vita degli individui. Il Furioso manca, è vero, di un precipuo intendimento morale, il quale, al pari di ogni altro intendimento che non fosse arti- stico, avrebbe certo appannata o alterata la visione della bellezza, che risplende invece purissima nel cielo incontami- nato del poema; ma v'è un soffio di moralità così elevato e gagliardo che si sprigiona non tanto dalla serietà del lavoro faticosamente compiuto quanto dall'arte stessa, alla cui fiamma inestinguibile mente e cuore, nel mentre si riscaldano di entu- siasmo per tutto ciò che è bello e buono, attingono nuova lena per compiere virilmente e nobilmente l’aspro dovere della nostra vita quotidiana. Da questa fiamma, alimentatrice di idealità e di moralità a un tempo, scaturisce quel fascino misterioso dell’arte ariostea, per il quale, come gli elementi che dal cielo e dalla terra hanno confluito a creare il mondo poetico del grande Ferrarese uni- ficandosi nel motivo dominante dell’armonia, così anche i nostri sentimenti e le nostre passioni, i nostri bisogni e le nostre aspirazioni, attenuate e purificate dal fascio di luce emanante dal poema, sì unificano in un ideale vagheggiamento della bellezza, che risuona entro di noi come un inno. , LE ‘‘RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 251 Questo inno si leva dal nostro cuore di Italiani tanto più fervido quanto più da vicino e con l’animo puro ci indugiamo nella contemplazione di quel mirabile monumento; perchè nella purezza delle sue linee, nella musicalità delle sue ottave, nella plasticità e varietà delle sue scene narrative e descrittive, nella divina armonia, in una parola, di quel mondo, sarà a noi facile cogliere con la purezza del nostro cielo, con la musica inesprimibile del nostro paesaggio, con la ricchezza e versati- lità della nostra stirpe, con la divina armonia che si effonde da tutta la nostra arte, l'impronta inconfondibile del genio e dell'anima d'Italia, che Dio ha destinata al mondo maestra di civiltà e di bellezza. 258 INDICE Cap. I. — Il volgare preariosteo a Ferrara . . . ... . Pag. 3 La tradizione del volgare in Ferrara. -— Tracce di let- teratura popolare e aulica sotto Niccolò III. -- La Politia litteraria di A. Decembrio e Leonello. — Leo- nello e l’Alberti. — Rimatori e canterini alla Corte di Leonello. — Due sonetti del Marchese. — Favore di Borso per le versioni italiane e la Biblioteca. — Una schiera di scrittori in lode «di Borso. — Poesia popo- lare. — Raccoglitori di poesie. — Traduttori e prosa- tori sotto Ercole I. — Rimatori oscuri e noti. — M. M. Boiardo.-- Il teatro volgare sotto Ercole I. — Conclusione. Cap. II. — Dante presso gli Estensi nel secolo XV...» 42 Discussioni dantesche nel circolo guariniano. — Il culto di Dante presso Niccolò ITI e Leonello. — Copie del poema nella Libreria estense. — Una « cattedra » dantesca e studiosi e imitatori di Dante sotto Borso. — A. Cornazzano. -—— Studiosi e imitatori di Dante sotto Ercole. -— Serafino de’ Bontempi e il poema Il Libro del Salvatore. Cap. III. — La lirica italiana dell'Ariosto . » 76 . . . e . . 1. Il volvare nella Casa Ariosti e Peducazione italiana e latina del giovane Ludovico. -- Tracce di produ- zione giovanile. 2. Poesia storica ed encomiastica. - - Per gli Estensi. — Peri Medici. Sonetti encomiastiei vari, — Contro Alfonso Trotti. --- In morte di Pandolfo Ariosti. 3. Rime d'amore. -— Gli amori dell’Ariosto e le sue Rime. — Il disegno d'un Canzoniere per la Benucci. -— Il petrarchismo dell’Ariosto. - - Canti d'amore e repulse di Madonna, — Rime d'ansiosa attesa dopo l’incontro fiorentino. — Ombre e luci dopo la vittoria d'Amore. — Per una malattia e per la lontananza dell'amata. — Conclusione. 254 Cap. IV. — L’ultimo amore dell’Ariosto Alessandra Benucci. — Approcci e repulse. — Il fatale incontro di Firenze. — Ansie penose e squilli di giubilo. — Piccole contrarietà. — L’Ariosto nella serenità del suo amore. — S’allontana malvolentieri da Ferrara. — Dopo il ritorno dalla Garfagnana. — La Benucci della poesia e della realtà. Cap. V. — La genesì del « Furioso » . La popolarità dell’Innamorato e il giovane Ariosto. — Un primo tentativo epico. — Il secondo tentativo con l’Obizzeide: — Argomento e caratteri dell’Obizzeide. — Perchè l’A. lo lasciò appena iniziato. — Nuovi fer- menti di poesia epica durante il capitanato dì Canossa. — Perchè l’A. riprende col Furioso il mondo cavalle- resco del Boiardo. — La « gionta » all’Innamorato e la sua originalità. — La realtà nel Furioso. — L'arte del Furioso. » . +. Pag. 194 218 Digitized by Google SUPPLEMENTO N! 22-23. Tee _ - ——.___T—Pr —r —— x P sà . - ‘ GIORNALE STORICO — DELLA LETTERATURA ITALIANA DIRETTO DA VITTORIO CIAN Redattori: G. Bertoni — A. Momigliano — F. Neri — L. Piccioni. TORINO Casa FKditrice GIOVANNI CHIANTORE Stccessore ERMANNO LOESCHER 1924 Il presente SUPPLEMENTO N° 22-23 contiene: VITTORIO MISTRUZZI ————————=EEZ dee e a 90 4° E. BERTANA, Il teatro tragico italiano del secolo XVIII prima del- JAIROrI: > — Di prossima pubblicazione: I FRAMMENTI AUTOGRAFI DELL' “ORLANDO FURIOSO ,, ‘. ’® cura e con introduzione di 8. DEBENEDETTI. Trascrizioné integrale dei frammenti autografi del poema conservati nelle Biblioteche di Ferrara, Milano e Napoli. Prezzo di sottoscrizione al volume, stampato su carta di lusso in edizione ., limitata di copie numerate progressivamente: L. 50. (I° volume della nuova serie di « Testi inediti o rari » promossa dal Giornale storico della letteratura tfaliana). MATTEO BARTOLI IL DALMATICO Edizione italiana, ridotta e aggiornata, pubblicata a cura del Comitato per le onoranze all’Avitore nel 30° anniversario del suo insegnamento universitario. Quota d’adesione, con diritto a una copia del volume: L. 50. SCRITTORI DI FRANCIA (Collezione diretta da FERDINANDO NERI) Volume II La Chanson de Roland Testo critico, versione in prosa e note di GIULIO BERTONI Accademico d’Italia Il vol. I (già pubblicato) della Collezione contiene: LE POESIE DI FRANCOIS VILLON Commento di FERDINANDO NERI In-8° di pagine 208 L. 16 — Re —- — — —. - _P—— Torino - Cisa Editrice GIOVANNI CHIANTORE Successore Ermanno Loescher - Torino TTI S 007 126 Sy i; 633150